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Come Jair Bolsonaro sta usando il calcio per la sua propaganda

By 1 Agosto 2020

Il presidente si è fatto fotografare con diverse maglie di club brasiliani, è sceso in campo nell’intervallo della finale di Copa America 2019 fra Brasile e Argentina e ha fatto ripartire il campionato con una legge che ha finito per favorire il Flamengo

Il grido della folla raccolta tra le strade di Rio de Janeiro nel settembre 2009 per l’assegnazione delle Olimpiadi 2016 era quello di un popolo felice, in crescita e allegro mai come in quell’occasione. Il lavoro certosino dell’allora presidente Luiz Inácio Lula da Silva, il primo presidente brasiliano davvero in grado di creare una classe media in un paese grande come l’Europa e con 200 milioni di abitanti, aveva portato la più ribelle delle nuove economie a organizzare di fila mondiali di calcio e Olimpiadi.

Un colpo mai riuscito a nessun’altra nazione. Una doppietta sportivo-culturale che avrebbe dovuto dare un impulso netto all’economia dell’enorme paese sudamericano. L’allora capo di stato, tifoso del Corinthians e in ottimi rapporti con Kaká, che nel 2004 fu eletto ambasciatore contro la fame del PAM (Programma di Alimentazione Mondiale), aveva posto una rampa di lancio nuova di zecca dalla quale l’aeromobile brasiliano sarebbe dovuto decollare. Ma tutto ciò non accadde.

Il risultato di questo fallimento è più che visibile nella situazione odierna, che vede il Brasile in grave crisi economica a causa di una forte diseguaglianza sociale e seconda nazione nel mondo con più contagi da Covid-19 dopo gli Stati Uniti. Il tutto frutto di un ostracismo al lockdown da parte dell’attuale governatore Jair Bolsonaro, storico nemico di Lula, il quale, al di là di un populismo politico di moda oggigiorno, si è fatto ritrarre spesso con una serie di maglie di vari club brasiliani, cercando di non sbandierare mai ufficialmente la sua fede calcistica, a differenza del suo arcirivale.

 (Photo by Miguel Schincariol/Getty Images)

La renitenza dell’attuale capo di stato brasiliano ad attuare misure concrete per la prevenzione di contagi è stata accompagnata anche da una riapertura a sorpresa dell’attuale campionato carioca, sebbene l’ombra ingombrante di Bolsonaro sia calata sul calcio brasiliano da ormai oltre un anno.

 

La Coppa del 2019

L’assegnazione della Coppa America del 2019, arrivata durante il governo di Dilma Rousseff, l’erede politico naturale di Lula, si è rivelata una benedizione per Bolsonaro. Questo perché il grande evento avrebbe dovuto toccare il Brasile nel 2015, infilandosi tra Mondiali ed Olimpiadi, il che fece pensare alla CONMEBOL di concedere l’organizzazione al Cile per poi lasciare l’onore al Brasile nell’edizione successiva (Copa Centenario disputata negli USA a parte).

Bolsonaro scende in campo nell’intervallo fra primo e secondo tempo della sfida fra Brasile e Argentina del 2019 (Photo by Buda Mendes/Getty Images).

In questo modo, il presidente eletto nel gennaio dell’anno scorso si ritrovava in casa una manifestazione sulla quale puntare moltissimo a livello di propaganda. Un cioccolatino per un ex militare arrivato al potere attraverso messaggi di odio e rancore e cavalcando l’onda del populismo alla Orban, Trump e Johnson, i suoi colleghi di Ungheria, Stati Uniti e Regno Unito.

L’occasione per mostrarsi al pubblico sereno e vigoroso si presentò il 2 luglio 2019, quando allo stadio Mineirao di Belo Horizonte i padroni di casa sfidavano l’Argentina, cercando di esorcizzare il maleficio della terribile sconfitta per 1-7 subita ai mondiali 2014 contro la Germania. Nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo, con la Canarinha in vantaggio per 1-0, il presidente pensava bene di scendere in campo per farsi vedere dalla gente e interagire con i calciatori. Una giocata astuta quasi da dittatore vecchio stampo, con la sua presenza volta a marcare il territorio in un incontro importante sia per la finale in palio sia per la storica rivalità con gli argentini.

Nella ripresa, prima del raddoppio locale non veniva punito un pestone di Dani Alves ad Aguero in piena area di rigore verdeoro, scatenando l’ira della squadra ospite. Secondo alcune ricostruzioni, pare che la comunicazione tra l’arbitro ecuatoriano Zambrano e il suo assistente al VAR Gonzalez sarebbe stata disturbata da un’interferenza durante tutto l’incontro, il che evitò che l’episodio incriminato potesse essere rivisto. Lo stesso accadeva in occasione di una spallata di Arthur a Otamendi sempre nell’area di rigore difesa da Alisson, aumentando così la rabbia da parte degli argentini e del loro capitano Lionel Messi, il quale per la prima volta in carriera sputava rancore e accusava direttamente la classe arbitrale di quanto accaduto in campo, beccandosi così tre mesi di squalifica con l’Albiceleste.

 (Photo by Lucas Uebel/Getty Images)

La vittoria del torneo da parte dei verdeoro in una finale comunque combattuta contro il sorprendente Perù veniva immortalata da una foto in cui lo stesso Bolsonaro prendeva in mano la coppa attorniato dai calciatori. L’ennesimo segnale di un aumento di potere esponenziale dal punto di vista mediatico del presidente brasiliano, il quale aggiungeva una medaglia di successo sportivo alla sua uniforme da capitano non di una squadra di calcio bensì dell’esercito brasiliano, entità che aveva abbandonato nel 1988.

 

Un riavvio forzato

 Sebbene nello stato di Rio de Janeiro l’inverno, almeno per come è vissuto in Europa, praticamente non esista, l’ondata di contagi da Covid-19 che ha iniziato ad attaccare il Brasile ad aprile, quando le temperature iniziano leggermente ad abbassarsi, è stata più devastante rispetto al periodo compreso tra febbraio e marzo in Europa.

Causa di tutto ciò la mancata imposizione governamentale di una confinamento ad hoc onde evitare un boom di contagi. Mentre le autorità sportive pensavano bene di fermare il Brasileirao 2020 a metà marzo, la vita scorreva in modo normale nella città del Carnevale più famoso di tutti, quella Rio nella quale il sindaco Marcelo Crivelli, evangelista e fedelissimo di Bolsonaro, lanciava l’allarme della mancanza di posti letto in terapia intensiva il 27 marzo, dieci giorni dopo l’interruzione del campionato locale.

(Photo by Alexandre Schneider/Getty Images)

La drammatica situazione dei contagi, oggigiorno oltre 140 mila solo nello stato di Rio, non ha però impedito la ripresa delle attività delle squadre locali a metà giugno, nonostante sia il Botafogo sia il Fluminense si erano fermamente opposti a questa misura. A promuovere la ripartenza era lo stesso Crivelli, le cui disposizioni non soltanto prevedevano uno svolgimento delle partite come se niente fosse ma anche una discreta affluenza di pubblico allo stadio.

Ed è stato proprio in quel frangente che gli interessi del governo, in primis di Bolsonaro, sono entrati in gioco: il gruppo televisivo SBT, al capo del quale vi sono vari membri della chiesa evangelista Igreja Universal do Reino de Deus, quindi gradita al presidente, è riuscito per la prima volta dal 2003 a poter trasmettere la finale di ritorno del Carioca 2020 tra Flamengo e Fluminense, nonostante ad avere i diritti per le trasmissioni fosse la rete Globo, da sempre avversa a Bolsonaro.

Il tutto è stato possibile grazie all’intervento del ministro delle comunicazioni Fábio Faria, genero di Silvio Santos, fondatore e presidente proprio della SBT, rete di fiducia del governo attuale fin dal suo insediamento.  L’insistenza nel far disputare quanto restava del campionato, oltre alla frettolosa disposizione di un nuovo decreto legge televisivo affinché ogni società potesse accordarsi personalmente per la trasmissione della partita nel suo stadio hanno dunque direttamente favorito il Flamengo, che il 16 luglio scorso si è imposto nella finale di ritorno in casa per 1-0 contro quel Fluminense che di giocare non ne voleva proprio sapere.

 (Photo by Chris Kleponis-Pool/Getty Images)

Il trionfo della truppa di Jorge Jesus, alzato dai suoi giocatori con la mascherina in volto, era anche il macabro trionfo dell’elite del momento. Un’élite evangelista, imprenditoriale e beneficiata da un riavvio forzato nel quale Bolsonaro, egli stesso contagiato dal coronavirus, aveva addirittura scomodato la famosa legge 9,615, conosciuta come la legge Pelé, relativa ai diritti di trasmissione delle partite. La sua influenza nel calcio brasiliano è solo l’ultima cartina di tornasole di una gestione politica assolutistica di un Brasile sempre più in crisi a livello economico ed umanitario, dall’Amazzonia che brucia ai contagi da Covid.

 

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