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Come lo sport è insorto per la morte di George Floyd

By 3 Giugno 2020

Da Kaepernick e Hamilton, passando per Mayweather e addirittura Jordan, sono tantissimi gli sportivi che si sono ritrovati ancora una volta a dover rivendicare dei diritti elementari per la popolazione nera americana

Muhammad Ali gli tolse le catene, Michael Jordan gli mise le scarpe, Colin Kaepernick s’è inginocchiato per ricordare che i lacci delle Nike erano più pesanti delle catene, si potrebbe riassumere così in un tweet il rapporto tra neri-sport-Usa. Oggi in ginocchio c’è l’umanità americana migliore, dopo l’omicidio di George Floyd a Minneapolis, morto soffocato ma non dal Covid-19 come i tanti che contiamo ogni giorno, ma per il peso del corpo di un poliziotto, Derek Chauvin, che gli si è inginocchiato sul collo, schiacciandolo. Proprio replicando quel gesto che chiedeva rispetto: Kaepernick – quarterback della squadra di football dei San Francisco 49ers – aveva cominciato a farlo nell’agosto 2016 durante l’inno prima della partita contro i Green Bay Packers, «per dimostrare il mio orgoglio per la bandiera di un paese che opprime i neri e le minoranze etniche. Per me è più importante del football, e sarebbe egoista guardare dall’altra parte. Ci sono cadaveri per le strade, e persone che la fanno franca».

Questa volta non la faranno franca né Chauvin né gli altri tre poliziotti che erano con lui, alcuni tenendo e pressando Floyd a terra e già ammanettato, come avete visto tutti, e come non tutti ricorderete anche un altro ragazzo nero era morto così, Eric Garner, pronunciando le stesse parole: non posso respirare. È curioso che Chauvin – il nome del poliziotto che si portava dietro la storia del soldato napoleonico divenuto mitico e che aveva dato origine allo chauvinisme, quindi l’incarnazione del nazionalismo fanatico – ripetendo un gesto che per gli atleti neri simboleggiava il chiedere rispetto, avesse finito per contrastarlo: uccidendo.

Colin Kaepernick (Photo by Joe Robbins/Getty Images).

Un cerchio che porta dentro le colonie francesi, la violenza che attraversa il tempo a braccetto col fanatismo, e l’ultimo di una lunga serie di morti neri che rimane su un marciapiede. E quei morti poi diventano spinta per le vittorie dei neri americani nello sport che, invocandoli o rivendicandone i semplici diritti mancati, diventano nemici dell’America, come successe a Tommie Smith, relegato nel buco del culo del paese. Kaepernick da quando s’è inginocchiato non ha più una squadra in NFL. E la lista sarebbe lunghissima.

Oggi è più facile schierarsi, ma è molto più difficile incidere. Floyd Mayweather (ex pugile, campione del mondo in cinque categorie differenti) si è offerto di pagare le spese per il funerale di George Floyd: una reazione pratica, un abbraccio economico. Hamilton, in Formula uno, ne ha approfittato per ricordare la sua solitudine, non ricordando, però, quando la Mercedes lo dissuase dall’inginocchiarsi prima di una gara. L’eterno Jabbar ha scritto un grande pezzo sul Los Angeles Times spiegando agli americani che le mancate misure per il Covid-19 erano la preoccupazione minore rispetto alle giuste proteste in atto per l’ennesimo omicidio di polizia ai danni di un ragazzo nero. Jaylen Brown dei Boston Celtics si è fatto 15 ore di macchina per andare a una manifestazione ad Atlanta. Marcus Thuram in Bundesliga ha segnato e ripetuto la genuflessione Kaepernick, aggiungendosi alle stelle nere raccontate dal padre Lilian, seguito poi da tutto il Liverpool inginocchiatosi a centrocampo.

(Photo by Sergio Flores/Getty Images)

Persino Michael Jordan, con un comunicato da banca, ha esternato il suo dispiacere. Gregg Popovich la sua rabbia verso Trump. Vecchi e giovani sportivi si sono ritrovati ancora una volta a dover rivendicare dei diritti elementari per la popolazione nera americana e a commemorarne uno caduto. Una nuova generazione sta crescendo col suo carico di perdite, e questa volta c’è un presidente più fanatico e sordo del solito, Donald Trump, che ha strizzato l’occhio alle peggiori intenzioni bianche americane e che non si è fatto carico della violenza inflitta a Floyd, anzi, ha rincarato la dose con altra violenza e altra indifferenza, la stessa che le riprese ci mostrano sulla faccia di Chauvin. L’indifferenza dei bianchi che possono permetterselo e che ci riporta alle origini di tutta questa violenza.

Lo sport può fare tanto, ma mai quanto può fare la politica americana cambiando il proprio sistema carcerario che sembra fatto apposta per inghiottire un ragazzo nero su tre. Sarebbe bello uno spot della Nike che si fa carico di entrare nelle carceri americane con i suoi testimonial e frequentandoli promuove la riforma, perché così come è – per colpe spalmabili da Nixon a Reagan fino a Clinton – proprio non va (lo racconta bene un documentario “13th” di Ava DuVernay). E fin quando non si sana il rapporto tra repressione-carcerazione e popolazione nera questi fatti non smetteranno, ci sarà sempre un Chauvin a schiacciare e un Floyd a soffocare, per quanti appelli e slogan e manifestazioni possano seguire.

(Photo by Christopher Furlong/Getty Images)

Il punto è politico e riguarda la popolazione nera e la lontananza dai diritti, la gestione urbanistico-immobiliare delle città e l’accesso alle possibilità di cambiamento, perché il razzismo è un abominio che non va discusso ma combattuto. C’è ancora una grande distanza tra gli spot, le richieste, le campagne e la condizione della gran parte della popolazione nera, farcela nello sport porta un cambio di status almeno fino a quando quello status non viene politicizzato. La pelle si schiarisce se a schiarirsi è anche la memoria: lo sport dovrebbe essere il momento dell’integrazione, e quando si trasforma in quello della rivendicazione dovrebbe trovare tutti d’accordo, ma così non è.

Gli atleti che si schierano la pagano, Kaepernick e la sua esclusione sono l’ultimo esempio, come era accaduto ad altri neri che non avevano deciso di sopportare e giocare ma si erano ribellati. Cambiano i nomi, cambiano le dinamiche, ma rimangono i morti per strada. Per un attimo gli sportivi neri hanno immaginato, giustamente, di essere parte della nazione americana, è quello che è successo a Jordan che ha pensato di non dover rivendicare nulla, di non avere missioni, di poter essere concentrato sulla vittoria e basta, anche se pure i suoi anni di gloria erano coronati da morti (su tutti Rodney King massacrato a manganellate) e proteste. Sua era una delle magliette indossate da Spike Lee in “Do the Right Thing”(“Fa’ la cosa giusta”), sue erano le scarpe degli altri che pure rivendicavano santi alle pareti, lui era quello che ce l’aveva fatta senza dover rivendicare nulla, anche se Tommie Smith non era d’accordo: «Jordan pensa che ci sia nulla di male a guadagnare tutta quella montagna di soldi, a mandare sul lastrico tante famiglie povere che si svenano per comprare ai figli le scarpe con il suo nome, perché tanto il ’68 è passato, e ora è normale comportarsi così, arraffare. Non si rendono conto che sono diventati dei clown nel grande spettacolo dei bianchi o forse lo sanno e gli va bene così. Sa che quando scrivo a questi grandi nomi chiedendo un contributo per organizzare qualcosa a favore delle famiglie con i ragazzi più in difficoltà, nessuno mi risponde? Mi giudicano obsoleto, un ricordo da soffitta. Eppure io sto bene, non voglio rivoltare il mondo, anzi penso che il mio modello sia sempre più mio padre che vive in una piccola casa prefabbricata, povero, sereno, ma molto in pace. Certo non è che mi faccia felice fare il professore di ginnastica quando ho una laurea in sociologia, ma va bene così. L’importante è che non mi presto ad essere usato».

 

(Photo by Scott Olson/Getty Images)

Questo scontro generazionale tra due modi di usare lo sport è uno scontro vecchio che si potrebbe ricondurre alle due idee di nazione nera immaginate da Martin Luther King e Malcolm X (divenuti cartoline da un tempo lontano in “Do the Right Thing”), ai due linguaggi e ai due modi per arrivarci. Dimenticare i torti o non smettere mai. Dove chi dimentica è un traditore, e chi rivendica diventa patetico. È il cuore dei film di Spike Lee. Una eterna lotta tra integrazione e isolamento, come se i neri fossero sempre chiamati a un salto, a una spoliazione e a un biglietto da pagare per non viaggiare in terza classe nella storia americana. Ha ragione Jordan a voler “solo” giocare e a sentirsi americano integrato, ed ha ragione anche Smith a voler rivendicare i torti subiti, le disuguaglianze e a sentirsi meno americano. Ma fino a quando ci sarà un nero da vegliare su un marciapiede, ucciso da un poliziotto, avranno perso entrambi, e con loro l’America.  

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