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Come Maradona, o forse no

By 30 Ottobre 2020

Quanti argentini e non solo sono stati etichettati come “nuovi Pibe de Oro”. Qualcuno, come Messi, ha effettivamente ricalcato le orme del grande Diego, mentre altri si sono rivelati dei giocatori normalissimi

“Si yo fuera Maradona, vivirìa como él”, “Se fossi Maradona vivrei come lui”, cantava Manu Chao in “La vida tombola”, uno dei brani più famosi dell’artista franco-spagnolo, comparso anche nella scena finale del memorabile documentario “Maradona by Kusturica”. Bello vivere come “El Diez”, almeno in campo, giocatore unico e irripetibile, leader a 360° e tante altre cose che è anche superfluo ricordare. Sessant’anni per Diego, e come abbiamo fatto per Pelé andiamo a scodellarvi l’elenco dei cinque migliori “nuovi Maradona che non lo sono stati”, accostati al campione argentino per ragioni tecniche, ma non solo. Anche qua la cernita è stata complessa. Rispetto a Pelé, comunque, Diego ha avuto un piccolo vantaggio, e cioè che a un certo punto, ormai già 16 anni fa, è comparso Leo Messi, uno che ha tutto per essere considerato “un nuovo Maradona”, anche se si può discutere all’infinito. Quindi i “nuovi Maradona” sono diventati automaticamente in molti casi “i nuovi Messi”. Nell’elenco non ci sono parenti stretti del “Diez”, tipo i fratelli Hugo e Lalo o il figlio Diego jr. 

 

Diego Latorre

Un fantasista argentino proveniente dal Boca Juniors che fa sognare i tifosi della Fiorentina già solo per il nome di battesimo: Diego. Il cognome è Latorre, meno eccitante, ma pazienza, il soprannome è altrettanto godurioso, “gambetita”, dove la “gambeta” è il dribbling, quindi si intuisce che tipo di giocatore sia. In maglia Xeneizes era la mente dell’attacco, colui che lanciava a rete il centravanti, un altro argentino che a Firenze troverà decisamente miglior fortuna, Gabriel Batistuta.

Nulla di meglio di uno così, di uno come Latorre, per moltissimi “un nuovo Maradona”, per dimenticare la cessione di Roberto Baggio alla Juventus. Il presidente viola, Mario Cecchi Gori, nel dubbio li compra tutti e due, Diego e Batistuta, nell’estate del 1991: deve solo decidere chi tesserare e chi lasciare in prestito un altro anno visto che i posti per gli stranieri sono tre e Dunga e Mazinho non si toccano, con il primo che è pure il capitano. La società viola sceglie Batistuta, reduce da una Copa America da urlo in cui è stato capocannoniere e che ha attirato l’attenzione di altre big europee; così Latorre, abbastanza controvoglia, rimane al Boca un altro anno dopo aver flirtato con la Serie A.

L’operazione è costata alla Fiorentina 12 miliardi compresi 900mila dollari pagati per comprare e dare al Boca l’attaccante Antonio Mohamed, nuovo centravanti del club di Buenos Aires. “Vedremo cosa saprà fare Batistuta, i sudamericani quando vengono in Italia o diventano Maradona o si rivelano dei bidoni”, è la sentenza di Cecchi Gori, che incredibilmente ci azzeccherà. L’attaccante diventerà uno dei migliori al mondo nel suo ruolo, mentre Latorre sarà un flop epocale, visto che giocherà appena 18 minuti in due partite nel campionato successivo, il 1992-93, che la Fiorentina concluderà con una retrocessione. Un momento che Diego si perderà, visto che nel mercato invernale aveva già fatto le valige in direzione Tenerife.  

 

Andrès D’Alessandro

(Photo by Lars Baron/Bongarts/Getty Images)

“Se penso a quando avevo vent’ anni, nessuno mi somiglia più di lui”. Siamo nel 2002 e un Diego Armando Maradona quantomai convinto designa uno che potrebbe essere un suo erede. Di più, ci si mette anche Pelé: “È il giovane argentino che mi diverte di più”. E chi sarebbe questo nuovo fenomeno? Il ragazzo della “Boba” (ci sono anche dei tutorial in rete da parte dello stesso D’Alessandro, di questo dribbling speciale), lo chiamano “El Cabezòn”, il testone, è piccoletto e mancino, con il pallone tra i piedi fa meraviglie, sembra di trovarsi di fronte a colui che rivoluzionerà il calcio del futuro. È Andrès D’Alessandro, talentuosissimo fantasista del River Plate che nel 2001 ha incantato al Mondiale Under 20 vinto dall’Argentina.

Il Wolfsburg si farà avanti per lui, spendendo 9 milioni e facendone una sorta di uomo-immagine: tuttavia l’impatto col calcio europeo sarà difficoltoso, con più ammonizioni ricevute che gol segnati. Andrà male anche al Portsmouth e al Real Saragozza, dove in una partita di Copa del Rey “affilerà le armi” con un giovane connazionale destinato, lui sì, ad avvicinarsi maggiormente ai livelli di Maradona: un tale Lionel Messi.

Meglio tornare in Sudamerica, in Argentina, certo, ma è in Brasile che ottiene la definitiva consacrazione, vincendo la Libertadores del 2010 con l’Internacional. Potrebbe anche ambire al Mondiale per Club, non fosse per la semifinale contro il Mazembe che finisce 2-0 per gli africani in una delle sconfitte più imbarazzanti nella storia della società di Porto Alegre. Con la Nazionale argentina, oltre al Mondiale Under 20, un oro olimpico nel 2004 e non pochi rimpianti, specie tornando indietro al 2010, forse il suo miglior anno. Già, per il Mondiale sudafricano però non venne convocato e proprio da Maradona, che della Selecciòn era il commissario tecnico. Il motivo l’avrebbe spiegato lo stesso “Cabezòn”: “Mio fratello era stato assieme a una delle figlie di Diego, Giannina, e a Maradona questo non era piaciuto. Probabile che non mi abbia convocato per tale motivo”. 

 

Carlos Alberto Marinelli

©Gian Mattia D’Alberto / LaPresse

Lui Maradona ce l’ha addirittura tatuato su un braccio. Come “El Pibe” è uscito dalle giovanili dell’Argentinos Juniors, e sempre come “El Pibe” ha indossato la maglia del Boca Juniors, seppur per pochissimo. Trequartista mancino dai capelli biondo-ossigenati, sempre come Diego ha tentato di sfondare in Italia: se lo ricorderanno, forse, i tifosi del Torino, visto che in granata ha trascorso due periodi dal febbraio al giugno 2003, uno dei periodi più brutti nella storia recente del club, destinato a retrocedere, e poi da gennaio a giugno del 2005, in Serie B.

Marinelli la prima volta arriva in prestito dal Middlesbrough nell’ultimo giorno del mercato di riparazione, una sorta di scommessa a bassissimo costo che si rivelerà né più né meno che una comparsa, mentre fuori i tifosi contestano pesantemente. “Ho visto pochi argentini fallire in Italia: gente come Simeone o Zanetti non ha avuto alcun problema. Penso che potrà essere così anche per Carlos”, assicura Sandro Mazzola, direttore sportivo del Torino, in una previsione che si rivelerà come minimo azzardata.

Nessuna traccia, purtroppo per lui e i granata, di “un nuovo Maradona”: al massimo due espulsioni in 23 presenze tra Serie A e B. La prima, in un derby contro la Juventus dopo aver spintonato l’arbitro De Santis. Solo un gol realizzato, in B, contro il Pescara, nella stagione 2004-05 conclusasi con la promozione in A e al contempo il fallimento, che lo spinge a trasferirsi al Braga mentre il club riparte dalla serie cadetta e una rosa tutta da ricostruire. 

Ezequiel Lavezzi

(Photo by Michael Regan/Getty Images)

Al “Pocho” non si può non voler bene. Tracagnotto, tatuato, facciotta simpatica e un talento oggettivamente fuori dal comune. Il problema viene da chi ha cominciato a definirlo come un “nuovo Maradona” fin da quando era un ragazzino; figurarsi poi quando è arrivato a Napoli. Un argentino a Napoli avrebbe anche potuto aspirare a quella maglia, la numero 10, che il club azzurro non ha ritirato ma che nessuno osa indossare. Nemmeno Lavezzi quando già era da cinque stagioni in città. Meglio un più anonimo 22, che una volta era del terzo portiere, o il 7. Il “Pocho” l’abbiamo visto tanti anni da noi, e in seguito al Paris Saint-Germain; è andato vicinissimo a vincere un Mondiale, nel 2014, sostituito dopo il primo tempo della finale dopo aver servito a Higuain un assist d’oro per un gol, ahilui, in fuorigioco e quindi annullato. Quasi coetaneo di Messi, o comunque di soli due anni più vecchio, è stato forse l’ultimo “nuovo Maradona” prima che cominciassero ad accavallarsi i “nuovi Messi”. 

 

Ogni zona ha il suo Maradona

Mike Hewitt /Allsport


Fin qua ci siamo limitati agli argentini, ma poi è un attimo con le etichette, che rischiano come sempre di scappare di mano. A parte alcune parti del mondo si è perso il conto dei vari “Maradona” spuntati qua e là come funghi. C’è chi si è meritato in parte questo soprannome, mentre altri non c’entrano proprio nulla con il “Pibe de Oro”. Vediamo un rapido elenco, comunque

Maradona dei Balcani = Blaz Sliskovic, visto anche al Pescara. Ma più per il talento o per i vizi extra-campo?
Maradona delle Ande = Hugo Rubio, il Bologna lo preferì a Ivan Zamorano
Maradona d’Asia = Alì Karimi, iraniano finito nei guai per non aver rispettato il Ramadan
Maradona del Bosforo = Emre Belozoglu, si è visto di meglio
Maradona del deserto = Saed Al Owairan, quando un gol “alla Maradona” ti segna per sempre
Maradona cinese = Wu Lei dell’Espanyol, non scherziamo dai
Maradona giapponese = Keisuke Honda, d’altronde è mancino e tira bene le punizioni
Maradona africano = Victor Osimhen, di già? Io gli darei almeno un po’ di tempo per ambientarsi
Maradona africani “originali” = Abedi Pelé e Jay-Jay Okocha, con il primo che è diventato il primo e unico Pelé-Maradona

Rimane un ultimo “nuovo Maradona straniero”, forse il migliore di tutto questo elenco e cioè Gheorge Hagi, il “Maradona dei Carpazi”. Tuttavia, siccome una copia, o presunta tale, tira l’altra, c’è stato un nuovo “Maradona dei Carpazi”, passato senza lasciare molte tracce anche in Italia: Gabriel Torje, un altro romeno, tesserato dall’Udinese nel 2011. “Maradona dei Carpazi” o già “Messi dei Carpazi”, come in una versione 2.0 di queste recenti patenti da fenomeno. Inutile dire che Torje non è stato né Maradona né Messi e adesso sverna al Larissa, in Grecia. “Il futuro è già suo”, si leggeva, ma si sa che “il futuro non è più quello di una volta”.

 

Bonus track
Andrès “Guly” Guglielminpietro

MARCO LUSSOSO/LAPRESSE


Qui, attenzione, non parliamo di talento. Cosa significa essere Maradona? Abilità impressionanti col pallone, precocità, leadership che sconfina nella sfacciataggine. Guly non ha avuto nulla di tutto questo, nonostante sia stato un onesto mestierante della pelota. Maradona significa però anche segnare di mano in un quarto di finale mondiale e non farsi beccare anche perché nel 1986 a Città del Messico non esisteva il Var per annullare la “mano de Dios”. E anche perché pochi minuti dopo Diego avrebbe segnato “el gol del siglo”, quasi come a dimostrare al pianeta che lui non era solo un imbroglione, ma uno di andare in porta col pallone partendo da centrocampo dopo aver scartato mezza squadra avversaria. Anche altri calciatori hanno segnato di mano senza farsi beccare dagli arbitri (oggi sarebbe pressoché impossibile), compreso lo stesso Messi, che però, come Maradona, hanno avuto modo di mostrare le loro indiscusse qualità. Andrès “Guly” Guglielminpietro, invece, nel suo gesto contro l’Udinese il 21 settembre 2003, con la maglia del Bologna, è stato ricordato in seguito quasi più per quel gol irregolare che per il resto. Non avrebbe avuto modo di inventarsi una rete dal nulla come i suoi illustri connazionali: no, una macchia a sporcare una carriera comunque dignitosa. 

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