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Compendio degli attaccanti di gennaio della Juventus

By 11 Gennaio 2021

Quasi nessuno è stato realmente decisivo, eppure tutti sono stati capaci di lasciare un segno del loro passaggio

È un po’ come per certi regali di Natale, inutili o superflui: conta il pensiero, si dice, sorriso di circostanza stampato sul volto, prima di dar loro cittadinanza in uno sgabuzzino o nel cestino, anche se poi sono proprio i regali più improbabili quelli che si fanno ricordare. Ecco, il senso della Juventus per gli attaccanti di gennaio – inteso come mercato invernale – è un po’ questo, a giudicare dalle punte inserite in rosa a metà campionato negli ultimi 15 anni: quasi nessuno realmente decisivo, eppure tutti capaci, per i motivi più disparati, di lasciare un particolare segno del proprio passaggio. Un gol, tanto basta, se fatto nella partita giusta. Ma, a ben guardare, segnare non è nemmeno necessario.

Non segnò, infatti, Nicolas Anelka, rinforzo annunciato il 30 gennaio 2013 quando al timone c’era Antonio Conte, uno che i giocatori è abituato a chiederli. Non segnò perché di fatto non giocò, e sui pochissimi minuti (55) distribuiti su tre presenze si è scritto di tutto. E dire che il suo acquisto, da svincolato, aveva in fondo realizzato le profezie di giornali e siti che titolavano a intervalli più o meno regolari, con granitica certezza, “Juve-Anelka: sì!” ormai dal 1999, siccome bisogna saper scegliere il tempo, non arrivarci per contrarietà.

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Un’altra suppellettile, invero esteticamente più gradevole, era stato dodici mesi più tardi Pablo Osvaldo, ancora alle dipendenze di Conte, prelevato in prestito dal Southampton. Qualche gol lo fece: un paio, non esattamente decisivi, al Trabzonspor in Europa League, più in campionato uno che era un ossimoro, inutilmente decisivo. Fece vincere alla Juventus la penultima sfida di un torneo (quello dei 102 punti) in cassaforte ormai da sei mesi, ma più che altro venne siglato all’Olimpico contro la Roma, da ex, in pieno recupero. Una beffa che festeggiò venendo celebrato in un modo assurdo dato il contesto, ma scientifico proprio considerato quel contesto, entrando così nell’immaginario del trionfo bianconero per diventare un villain della narrazione giallorossa.

Più sensata l’avventura juventina di Marco Borriello, due reti a fine aprile in una fase cruciale del campionato 2011-12. C’erano, in quell’attacco, anche Del Piero, Vucinic, Quagliarella e Matri. Il gol destinato a restare scolpito arriva a Cesena e permette alla Juventus di vincere 1-0, ma se entra nella leggenda del tifo è a causa di un’altra rete, mai segnata: quella del pari dei romagnoli, notizia che si sparse a San Siro – era il Milan, in quel momento impegnato contro il Genoa, a contendere il titolo alla squadra di Conte – e fece esplodere lo stadio in un boato. Bufala. Epica.

 (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Non fosse per quello, Borriello non avrebbe lasciato tracce indelebili, come non ne avrebbe lasciate Luca Toni (gennaio 2011 il suo ingaggio, nella grigia era Delneri: settimo posto consecutivo) se non fosse per un gol in una amichevole. Ma era quella contro il Notts County nella serata di inaugurazione dello Juventus Stadium, e fu sufficiente: la prima rete nella nuova casa fu sua, e il bello di essere il primo è che nessuno potrà mai fare meglio. Toni sarebbe andato pochi mesi dopo – a gennaio, di nuovo, e senza essere mai sceso in campo da allora – a riempirsi il conto corrente a Dubai, salvo tornare poi in Italia e timbrare altre 56 reti in Serie A, fra i 35 e i 39 anni, alla faccia di chi lo dava per finito.

Con Toni, nel gennaio 2011, era giunto a Torino anche Alessandro Matri, colpo invernale – in questo caso sì – capace di fare la differenza, che poi significa entrare seriamente nelle rotazioni e fare gol rilevanti. In questo senso Matri è l’unico del lotto ad avere scritto una storia che vada oltre il folclore. Ceduto al Milan nel gennaio 2014, alla Juventus sarebbe tornato nel febbraio 2015 con Allegri per iscriversi in quei mesi al partito degli Anelka, Osvaldo, Borriello e Toni. Non ci riuscì perché, se è vero che in campionato giocò appena cinque gare senza andare a rete, suo fu invece il gol decisivo nel consegnare alla Juventus la decima Coppa Italia della storia, ai supplementari contro la Lazio.

 (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Resta, però, il più giovane e di tutti, gennaio 2010, Michele Paolucci. Anni 23, recanatese nato nel vivaio e richiamato alla Juve del pessimismo cosmico di Ciro Ferrara. Novanta minuti in una sconfitta col Chievo, uno in un ko casalingo contro la Roma, poi l’arrivo di Zaccheroni per altri 13 minuti complessivi in un pari e due rovesci. Poveraccio: cinque gare in maglia bianconera, mai una vittoria, e se non è un record poco ci manca per una carriera giustiziata nonostante l’incolpevolezza.

È solo la lista post-Calciopoli, questa, ma l’inverno bianconero ha avuto punte significative anche prima. Furono arrivi tardivi Zalayeta nel 1998, Mutu che passò burocraticamente attraverso un creativo tesseramento al Livorno, Esnaider ed Henry nel 1999. Già, Henry. Nell’estate di quell’anno, fu inserito in una ipotetica trattativa con l’Arsenal per il passaggio di Anelka a Torino (ricordate? “Juve-Anelka: sì!”). Henry sarebbe in effetti finito ai Gunners in quell’agosto. E Anelka alla Juventus. Con calma, però.

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