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Compendio dei rapporti fra la Juventus e i portoghesi

By 9 Marzo 2021

Dalla clamorosa doppia firma di Luis Figo fino a Cristiano Ronaldo. Storia di una sintonia sbocciata troppo tardi

Da piccolo era biondo, quasi cenere. Siamo nel pieno degli anni ’70, in Portogallo. Più precisamente ci troviamo ad Almada, cittadina della Grande area metropolitana di Lisbona. Molti operai, gente semplice ai limiti della povertà, compresa la famiglia del ragazzino dai capelli d’oro che passa le giornate a giocare a pallone per la strada, chissà, forse sognando il grande Eusebio, idolo di un intero popolo.

Eusebio è un fuoriclasse, lo chiamano la “pantera nera”, velocissimo e micidiale sotto porta. Pallone d’oro nel 1965, già stella del Benfica e della Nazionale terza ai mondiali inglesi del 1966, e adesso emigrato – a suon di dollari – negli Stati Uniti per il (primo) tentativo di far decollare da quelle parti il “soccer”. Inevitabile che chi giochi a pallone abbia come punto di riferimento il campione di origini mozambicane, compreso il bambino dai capelli dorati che si chiama Luis Filipe Madeira Caeiro Figo ed è nato lì, ad Almada, il 4 novembre 1972.

La leggenda narra che a due anni il paglierino dei suoi capelli si sia striato di rosso, per una craniata contro il palo di una porta improvvisata. La storia, comunque, racconta di un ragazzino molto dotato che ben presto, dopo aver fatto parte dell’Os Pastilhas, la squadra del suo quartiere, viene preso dallo Sporting Lisbona che lo inserisce nel suo vivaio. Ha undici anni ed il biondo del crine si sta scurendo per una di quelle metamorfosi che, ci dice la scienza, è determinata dalla quantità e dalla combinazione di eumelanina e feomelanina presenti nella nostra chioma: la prima ne determina le tonalità scure, la seconda la gradazione del rosso. Gli studiosi non hanno ancora scoperto il motivo del cambiamento, ma ci dicono con certezza che l’unico passaggio possibile è lo scurimento dei capelli e non viceversa.

Getty Images

Tutto ciò chiarito (ops…) torniamo al giovane calciatore che conquista subito l’attenzione dei tecnici delle giovanili dello Sporting, tra cui Carlos Queiroz (un giorno, tra le altre cose, sarà anche CT del Portogallo) che certifica la straordinarietà delle doti di Luis che lo pongono avanti a tutti i suoi coetanei. Madre natura, in effetti, gli ha donato una tecnica sopraffina, un gentile omaggio che il giovanissimo Figo – ormai con i capelli color della pece – mette a frutto nel migliore dei modi con l’allenamento  continuo, mai accontentandosi, ma anzi cercando di alzare sempre più l’asticella. Lavora molto, migliora costantemente. Raffina le sue giocate e rafforza i muscoli.

L’ascesa è vertiginosa, Luis brucia le tappe e a 17 anni debutta nel campionato portoghese con la maglia bianca e verde a righe orizzontali dello Sporting. In parallelo si sviluppa la sua carriera con la maglia rossa della Nazionale: Figo è uno dei punti fermi delle varie rappresentative giovanili del Portogallo. Ed è lui il numero sette della Nazionale Under 20 (guidata dal suo mentore Queiroz) che il 30 giugno 1991 vince il Mondiale di categoria sconfiggendo ai rigori il Brasile di Roberto Carlos. 4 a 2 per i lusitani che possono contare anche sulla classe di altri giovani dall’avvenire assicurato quali Rui Costa, Paulo Sousa e Joao Pinto.

Il successo fa sorridere un’intera nazione, poco abituata ai trionfi delle proprie nazionali. Per i giovani eroi è il primo traguardo importante di una carriera ancora in fiore. Figo è senza dubbio uno dei big di quella squadra, figura emblematica di una generazione intera di fuoriclasse. Sono chiamati i “Ragazzi del ‘72”: nel breve volgere di qualche stagione saranno loro la colonna portante della Nazionale maggiore. Nel frattempo il nome del poco più che ventenne Figo finisce sui taccuini dei talent scout in giro per il mondo alla ricerca di prospetti, scatenando gli appetiti dei più importanti club europei. Ma i tempi per un trasferimento all’estero ancora non sono maturi. Figo ne approfitta per migliorare ancora.

(Photo by Ruediger Fessel/Bongarts/Getty Images)

Titolare fisso dello Sporting che si affida alle sue giocate da mezzala o ala dal facile dribbling, dalla grande resistenza, dalla naturalezza del tocco di palla e dalla sublime capacità di mandare in gol i suoi compagni. Lo definiscono un “adiuvante”, meno incline all’esecuzione diretta e definitiva in porta, quanto prodigo, appunto, nell’elargizione del proprio talento per il soddisfacimento altrui. Ah, nel frattempo ha esordito nella Nazionale maggiore (12 ottobre 1991, Portogallo-Lussemburgo 1-1) di cui, manco a dirlo, in breve ne diventa un titolare fisso.

Rui Barros (LaPresse)

Ci siamo, la stella di Figo brilla di luce propria. I tempi sono maturi. Autunno 1994, scatta l’offensiva per l’acquisto di Figo. La prima mossa (così pare) la fa la Juventus, da poco passata sotto l’egida del Dottor Umberto Agnelli e dei suoi delegati operativi: Bettega, Giraudo e Moggi, al secolo la Triade. Il 17 ottobre 1994 la squadra bianconera è impegnata in Portogallo per la sfida di Coppa Uefa contro il Maritimo. Ghiotta occasione per chiudere la trattativa per Figo. Sulla base di un’intesa raggiunta – sei miliardi di vecchie lire – tra i dirigenti bianconeri e lo Sporting (che ha sotto contratto il calciatore fino al giugno 1995) Figo si accorda con la Juventus firmando un impegno per i successivi tre anni (per un ingaggio di 500 milioni netti a stagione).

Tutto tace, a parte i soliti rumors che accompagnano le vicende di mercato. Il bubbone scoppia ai primi di febbraio del 1995, quando sui giornali viene sparata, quasi in simultanea, la notizia bomba: “Figo è nostro”. Il guaio è che l’annuncio in pompa magna viene dato sia dalla Juve che dal Parma e non siamo su Scherzi a parte. E allora cosa è successo? È accaduto che alcuni giorni dopo aver siglato l’accordo con la Juventus, Figo se ne sia “pentito” e abbia quindi inviato una raccomandata alla società bianconera esercitando  una sorta di diritto di recesso, un po’ come si fa negli acquisti per corrispondenza. Un tentativo unilaterale di smarcamento – ignorato dalla Triade, ma che è il chiaro segnale che la puzza di bruciato avvertita al momento dell’apertura della busta, proveniva da un incendio appiccato ad arte da qualche società concorrente. Ed ecco spuntare il Parma. Il quale, per bocca del suo DS Giambattista Pastorello, dice di avere a sua volta un contratto per la stagione 95-96 firmato da Jose Veiga, l’agente di Figo.

Il dado è tratto. Tra Juve e Parma è guerra aperta con i bianconeri che a gennaio depositano in Lega il preliminare dell’autunno precedente con Figo facendo valere le intese raggiunte a suo tempo con lo Sporting. Pedraneschi, presidente del Parma, risponde con il fresco contratto fatto firmare il primo febbraio 1995 al calciatore portoghese da “svincolato”, con l’impegno quindi al pagamento del solo parametro Uefa (2 miliardi di lire) alla società di provenienza. Inevitabilmente a quel punto scoppia il caso, con accuse e controaccuse tra le due società, senza esclusione di colpi. Il caos regna sovrano. La Lega calcio ha in mano una patata parecchio bollente. Figo è l’argomento del giorno. Non si parla che di lui. Vengono chiesti pareri ai calciatori portoghesi di stanza in Italia, che non mancano di tessere le lodi del loro compagno.

Paulo Sousa (LaPresse).

Paulo Sousa (Juventus): “Figo è già un campione, non una promessa. E’ un centrocampista totale, qualità e quantità”. Fernando Couto (Parma): “Sa attaccare e difendere. Ha voglia di venire in Italia. Credo sia pronto”. Rui Costa (Fiorentina): “In questo momento Figo è il miglior giocatore del Portogallo. Ha un dribbling alla Zola e dà una mano alla squadra, non rimane ad aspettare il pallone”. Lui intanto, tirato per i capelli tra Torino e Parma, non nasconde la sua amarezza. “Vivo questa situazione con molta ansia. Voglio e spero che tutto venga chiarito al più presto. Non so ancora in quale dei due club finirò. Desidero l’Italia, dove si disputa un campionato stellare, il massimo traguardo per un calciatore professionista. Non sarà un salto nel buio perché del calcio italiano so ormai molte cose”.

Forse non sa che firmare prima per una società, poi per un’altra, non è proprio regolare. Lo sanno bene le parti in causa e gli organi di governo, però. Il 17 febbraio 1995, dopo che la Lega non ha ritenuto validi i contratti depositati dalle due contendenti, il nodo viene sciolto. Obtorto collo Juventus e Parma rinunciano a tesserare Figo per i successivi due anni, con divieto esteso a tutte le altre squadre italiane per lo stesso periodo. Tradotto in altri termini: per il talento di Almada – che tanto ci teneva all’Italia – le porte della Serie A si chiudono fino al 1997. L’amarezza dura il giusto. Dopo pochi mesi Luis riparerà al Barcellona. Cinque anni dopo si trasferirà clamorosamente al Real Madrid, per il grande tradimento che scatenerà le proteste dei tifosi blaugrana. Nel 2005 Figo approderà finalmente in Italia, dopo aver vinto di tutto in Spagna e aver conquistato il Pallone d’oro nel 2000. Si vestirà del nerazzurro dell’Inter per allungare una striscia di successi straordinaria che si chiuderà nel 2009, l’anno del suo ritiro.

Niente Figo per Juve e Parma, si diceva. Per i bianconeri sarebbe stato il terzo lusitano nella sua storia per un legame, quello con il Portogallo che solo con l’ingaggio di Cristiano Ronaldo si è sublimato fino a raggiungere vette paradisiache, ma che nelle esperienze passate ha visto bocciature immeritate, flop, delusioni, lungodegenze e latitanze degne di “Chi l’ha visto?”.

Dimas e Lippi (LaPresse).

Il primo della serie è il piccolo Rui Barros – centosessanta centimetri, riccioli inclusi – che apparve all’improvviso nell’estate del 1988, destando la curiosità di molti, anche addetti ai lavori, che di quell’attaccante bonsai poco o nulla sapevano. Boniperti, infatti, sorprese tutti quando ne annunciò l’acquisto (anche perché era stato appena allargato a tre il numero degli stranieri da tesserare e attorno alla Juve circolavano i nomi dei più grandi big della pedata internazionale a piede libero). Rui Barros, a sua volta, sorprese tutti giocando benissimo, segnando gol pesanti (uno anche di testa), contribuendo così alla conquista della Coppa Italia e della Coppa Uefa da parte della Juve zoffiana nel 1990, prima di essere spazzato via dall’illusorio vento di novità della coppia Montezemolo-Maifredi.

Dopo di lui, nel 1994, ci fu spazio per il regista Paulo Sousa, perno della prima Juve lippiana, tornata a vincere lo scudetto dopo nove anni di astinenza. Una stagione da urlo per il capellone di Viseu; la seconda, invece, fu molto sotto le attese, complice una serie di acciacchi che lo limitarono molto. Anche per lui, sebbene al termine del secondo anno arrivò la Coppa dei Campioni, ci fu il foglio di via.

LaPresse.

Sfumato Figo, nel mercato di riparazione dell’autunno 1996 arrivò a Torino la faccia appuntita di Texeira Dimas, sedicente terzino sinistro, origini sudafricane. Fece in tempo ad imbarcarsi con il resto della squadra per Tokyo per la finale della Coppa Intercontinentale, che non giocò. Di lui si ricorda qualche corsa sulla fascia e il costo del cartellino, un miliardo e mezzo di vecchie lire. Una decina di anni dopo, nel 2007 per la precisione, i nuovi portoghesi sono addirittura due. Il primo è Tiago (Mendes), centrocampista centrale di cui si dice un gran bene e che viene salutato come un gran colpo. Proviene dal Lione, è stato al Chelsea. Lo chiamano la “lavatrice” perché pulisce i palloni sporchi. Forse il detersivo non è quello giusto, perché a Torino ancora lo stanno cercando nel reparto elettrodomestici. Anche per lui, un paio di annate incolori e poi via con i saldi di fine stagione.

L’altro acquisto porta il nome di Jorge Andrade, colonna anche della Nazionale. Nel suo caso un gravissimo infortunio al ginocchio alla quarta giornata, lo mette ko per l’intero campionato. E addio Juventus. E arriviamo ai giorni a noi più vicini, con l’ultimo nome della nostra lista: quello di Joao Cancelo, laterale destro, ingaggiato nell’estate del 2018 per la modica cifra di 40 milioni di Euro. Molta spesa, poca resa, visto che la sua permanenza in bianconero è durata solo un anno. Ma i tifosi della Juventus gli devono molto. Grazie a lui, infatti, e soprattutto al suo procuratore Jorge Mendes, è stato poi possibile arrivare a CR7.

 

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