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Compendio sentimentale della figura del libero

By 21 Giugno 2019

Un ruolo ingrato, umile, di grande sacrificio, il ruolo di chi è chiamato “a metterci una pezza” quando tutti gli altri hanno fallito, l’ultimo baluardo della civiltà contro gli invasori

Nel 2005, uscì un film diretto da Kim Rossi Stuart e presentato nella Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 2006, il cui titolo era “Anche libero va bene”. Era un bel film, con il quale Rossi Stuart esordiva dietro la macchina da presa, e parlava del menage familiare di un padre e i suoi due figli Tommi e Viola e di come il ritorno della madre, più volte scomparsa, mini quei delicati equilibri che si erano venuti faticosamente a creare. Un film molto duro, urlato (si sentono spesso delle bestemmie, circostanza rarissima al cinema), con scene drammatiche e molto concitate e nel quale i ruoli di padre e figlio finiscono per confondersi in un guazzabuglio di sentimenti contrapposti e dolorosi.

Nella scena finale del film, il padre Renato chiede a Tommi, mostrandogli il volantino di una scuola calcio che il ragazzino avrebbe dovuto frequentare l’anno a venire.
«Levami una curiosità… ma che ruolo ti piace?»
«Centrocampo…».
«A me mi piace il libero… » risponde il padre
«Anche libero va bene »gli concede Tommi con quella capacità che solo i bambini hanno di comprendere gli adulti.

Pur non parlando di calcio, questo botta e risposta tra padre e figlio coglie l’essenza più pura di quello che fu il ruolo del libero. Un ruolo ingrato, umile, di grande sacrificio, il ruolo di chi è chiamato “a metterci una pezza” quando tutti gli altri hanno fallito, l’ultimo baluardo della civiltà prima che i barbari invasori prendano quartiere sulla Madre Patria, depredando, distruggendo, stuprando, brutalizzando secoli di cultura e umano progresso. Un ruolo dove non si conquistano gli applausi grazie ad una rabona o ad un colpo di tacco o ad un irridente doppio passo. Le virtù del libero sono la discrezione e la riservatezza, il libero uccide senza farsene accorgere, usa il coltello e non la mitraglia. “Finta basso e scarta di lato”, il libero, e poi, torna subito in posizione a governare la difesa e ad osservare le truppe avversarie, ora ripieganti, ora di nuovo in assetto di attacco.

Libero

Gaetano Scirea in azione durante la finale dei Mondiali del 1982 (Getty Images).

Il ruolo del libero, insomma, non è un abito che possa vestire chiunque. Chi lo interpreta deve avere carisma e coraggio, classe e autorevolezza. Deve distinguersi dagli altri, emergere pur rimanendo nascosto dietro le linee. D’altronde, nella pallavolo il libero deve (per regolamento) indossare una maglietta di colore differente da quella degli altri componenti della squadra perché deve essere facilmente riconoscibile dall’arbitro, dato che è un ruolo con regole proprie. E allora, nel calcio, quella maglietta di un altro colore la facevano le facce e gli sguardi di gente come Gaetano Scirea o Franco Baresi, visi scavati ed occhi profondi, poche parole, fisici da contadini usciti da un film di Bertolucci, ma tanta testa, astuzia e buon senso, scarpe grosse e cervello fino, tanto per usare un logoro luogo comune.

Dicono l’abbia inventato l’austriaco Karl Rappan, nato a Vienna nel 1905, commissario Tecnico della nazionale svizzera per ben quattro volte, alla prima di queste sue esperienze, ai mondiali di calcio di Francia del 1938. In quell’occasione, adottò la tattica cosiddetta del verrou, che prevedeva il posizionamento di un uomo tra la linea dei difensori ed il portiere, e che aveva esclusivamente ruoli di copertura. Così nacque il libero, anche se, correva il 1863, quindi ben settant’anni prima, quando la neonata Football Association pose alcune norme fondamentali per differenziare il calcio dal rugby, disponendo davanti al portiere in verticale due giocatori, con tutti gli altri otto bellamente lanciati all’attacco, un 1-1-8 che oggi farebbe impallidire anche il più audace dei 4-3-3, 1-1-8 che poi gli scozzesi trasformarono in un 2-2-6 e gli italiani in un più equilibrato 2-3-5 (da cui il nome “terzini”, affibbiato ai 2 difensori in quanto facenti parte della “terza “ linea).

Ma se il ruolo deve i suoi natali ufficiali ad un concittadino di Freud, è in Italia e precisamente a Trieste (patria di Italo Svevo…) che la maglia numero 6 trova il suo completo compimento. La cosiddetta scuola triestina di Nereo Rocco e Marco Villini definiscono il ruolo confermandone i compiti di copertura , specificandone però la libertà da precisi doveri di marcatura ed arricchendolo affidandogli anche compiti di impostazione; per precisione, divenne il giocatore che doveva avviare l’azione della squadra verso la porta avversaria.

Libero

Franco Baresi (LaPresse).

A Salerno invece, siamo nella stagione 1947/48, è il trevigiano Gipo Viani, detto “Lo Sceriffo”, sia per i suoi metodi risoluti sia per la spiccata somiglianza con John Wayne, che allenando i “Granata del Sud” modifica il cosiddetto schema di gioco chiamato “Vianema”, nato da un’idea di Antonio Valese, tecnica di gioco ultra difensivista, arretrando un finto centravanti (toh, il finto nueve) che andava a marcare l’attaccante avversario facendo a sua volta arretrare lo stopper al ruolo di libero, per l’appunto… Viani, fece di necessità virtù. Aveva una rosa scarsa lui e, adottando quello che fu poi chiamato, anche dispregiativamente, “catenaccio”, anticipò la definizione che Gianni Brera dette del sistema di gioco: una formidabile risorsa per chi deve massimizzare le scarse risorse a disposizione. E grazie al tanto vituperato catenaccio riuscì a tener testa anche al grande Torino…

Il “Vianema”, dunque, criticato per l’eccesso di difensivismo, fu a tutti gli effetti l’antesignano del catenaccio all’italiana ed il primo allenatore a portarlo al successo fu Alfredo Foni il quale, ispirandosi a Rocco, condusse l’Inter a vincere lo scudetto del 1952-53, utilizzando un 1-3-3-3.

Arrivarono poi gli anni ’60 ed Helenio Herrera e la sua “Grande Inter” e soprattutto il suo capitano, il livornese Armando Picchi. E se tutti i grandi liberi sono state leggende, Armando Picchi è la primigenia e la più pura. 3 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali. “Spalle larghe, muscoli definiti, come se il fisico fosse la rappresentazione perfetta del carattere. Le spalle larghe, Picchi le aveva, era uno senza paura. Libero davvero, nel nome dell’Inter.” Così è ricordato sull’Inter Official Site. “Sembrava che facessero alzare la maglia”, così lo ricorda Massimo Moratti, riferendosi anch’egli alle spalle del divo livornese. E dopo di lui, la teoria degli eroi senza tema e senza macchia e dalle spalle larghe si arricchisce di altre figure mitologiche. Aldo Scirea e Franco Baresi, capitani coraggiosi di squadre che hanno fatto la storia del calcio per club e prima e dopo di loro Bobby Moore e il Kaiser Franz Beckenbauer (il   migliore nel suo ruolo, dicono gli esperti), Daniel Passarella e Lothar Matthäus. Tutti accomunati da una personalità dirompente ed un carisma straripante.

Agostino Di Bartolomei

Due casi particolari, entrambi negli anni ’80, furono quelli rispettivamente di Ruud Krol e Agostino Di Bartolomei. Il primo arriva al Napoli nel 1980 dopo una fulgida carriera come terzino sinistro con l’Ajax e la nazionale olandese; è quasi alla fine del suo percorso professionale, Rino Marchesi, allenatore dei partenopei, lo reinventa libero regalandogli altri 4 anni di grandi soddisfazioni,  esprimendosi come uno dei migliori liberi della storia del calcio. Il secondo, nato centrocampista centrale dal lancio millimetrico e dotato di un tiro potentissimo, fu il barone Niels Liedholm ad arretrarlo sulla linea dei difensori, affiancandogli un giovanissimo e scalpitante Pietro Viechowod , trasformandolo in un libero dai piedi buoni e conquistando il secondo scudetto della storia romanista.

Siamo agli inizi degli anni ’80, il libero qualche anno più tardi è destinato a soccombere, schiacciato dall’esasperata applicazione della tattica del fuorigioco e soprattutto dall’applicazione della marcatura a zona (di cui proprio Niels Liedholm fu uno dei principali propugnatori).

Le difese si muovono allineate come corpi di ballo, le squadre sono corte e compatte come testuggini delle legioni romane, non esistono più precisi compiti di marcatura per nessuno (anzi, l’espressione “marcatura a uomo” è aborrita come una bestemmia) e in un mondo in cui tutti sono liberi, non c’è più posto per il Libero.

Daniele Sesti

About Daniele Sesti

Daniele Sesti è nato nel 1964 – quando i laterali bassi erano i terzini -; sin da allora non ha ancora capito se ama di più il calcio, il cinema, la musica o i libri. Ha scritto uno spettacolo musicale dal titolo “La Storia siamo noi” e il noir “I Ragazzi del Coro”.

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