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Conte e Sarri, due opposti così vicini

By 17 Agosto 2020

I due hanno in comune una ossessione più o meno esibita che in Conte si fa canto e in Sarri mugugno, sono degli embedded del pensiero calcistico, ma se il primo non concepisce di perdere né di arrivare secondo, l’altro lo aveva messo in conto per anni, poi s’è auto-tradito consegnandosi al “Palazzo”

Jean-Paul Sartre scrisse una volta: «Nel calcio, il problema è la squadra avversaria». A guardare i recenti turni di Coppe Europee, per le squadre italiane, il problema sembrano essere gli allenatori. Sia quelli che vincono, Antonio Conte, che quelli che perdono, Maurizio Sarri. Il primo, Conte, allenatore dell’Inter, che pure ha battuto il Bayer Leverkusen, arrivando in semifinale di Europa League, è un muezzin del lamento. Il secondo, Sarri, allenatore della Juventus fino a qualche giorno fa, è stato eliminato dalla Champions League dal Lione, ed è un integralista redento: non gli è bastato vincere lo scudetto e mettere da parte le sue idee di calcio per tenersi la Juve.

I due hanno in comune una ossessione più o meno esibita che in Conte si fa canto e in Sarri mugugno, sono degli embedded del pensiero calcistico – come è quasi giusto che sia visto che sono stati generati non creati dall’Arrigo Sacchi re della nevrosi e già personaggio di Guido Morselli – ma se il primo non concepisce di perdere né di arrivare secondo, l’altro lo aveva messo in conto per lunghi anni, poi s’è auto-tradito consegnandosi a un livello successivo e/o metamorfosi, quello che lui chiamava più o meno volontariamente citando Pier Paolo Pasolini: Palazzo.

Il potere come edificio da violare, ma poi, come accadde al politico socialista, l’ingenuo Pietro Nenni, una volta entrato nella stanza dei bottoni ha perso il sé, e anche tutta la biografia che lo aveva portato ad essere lemmato dalla Treccani come corrente di pensiero ostinata e contraria: sarrismo. In pratica si è trasformato in un verso di Rino Gaetano nel giro di due anni: “Partono tutti incendiari e fieri / Ma quando arrivano sono tutti pompieri”.

Conte non è stato lemmato, ma è passato per una panchina – quella del Chelsea – vincendo il campionato inglese e poi lasciandola proprio a Sarri. Ha fatto l’Erasmus pallonaro dominando l’Inghilterra e spremendo i calciatori come olive, cosa che gli piace sentirsi dire. E prima aveva fatto uguale con la Juventus, vincendo tre scudetti di seguito. Sarri con il Chelsea non ha vinto la Premier League, ma l’Europa League, rimediando a un campionato modesto.

Le loro idee di calcio sono distanti, anzi, lo erano, col tempo Sarri s’è molto avvicinato a quelle di Conte che meglio si adeguano alle squadre di prima fascia che all’estetica preferiscono la pragmatica. Conte, invece, non ci pensa proprio alle idee di Sarri. Ha allenato la Juventus prima di lui, creando un ciclo che ancora dura e poi andandosene improvvisamente, con qualche pentimento postumo, mai esternato se non nelle pieghe dei discorsi di recriminazione.

 (Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

Sarri è stato esonerato dalla Juve che, affidandogli la panchina, aveva tradito se stessa, immaginandosi in una lingua differente, che pareva meglio sposare il calcio europeo e quindi la Champions League, ma così non è stato. Il linguaggio di Conte è mediterraneo, oscuro, fatto di accuse a società e giornalisti, carri di vincitori, liste di nemici, ha qualcosa dell’Algeria, non ci sono assalti al Palazzo, ma presunte indipendenze, supremazie da ricercare, promozioni e vette da raggiungere, e il suo calcio è – appunto – guerriglia, da “Battaglia d’Algeri”, è un creatore di squadre ansiose.

Sarri è più pacato e molto sboccato, dice di avere come esempio lo scrittore americano Charles Bukowski, ha lasciato un impiego in banca per uno in panchina: quando la panchina era modesta e lontana dalla serie A. Si immagina un bombarolo da canzone di Fabrizio De André, in realtà è molto più borghese di quanto si racconti, deve il suo successo a un gioco collettivo a due tocchi e verticalizzazioni di stampo sacchianolandese (da Arrigo Sacchi una sorta di Steve Jobs del calcio e dall’Olanda di Johan Cruijff che è il ’68 del pallone) praticato con l’Empoli e soprattutto col Napoli.

Per capire Conte sembra uno di quei predicatori tipo Tom Cruise in “Magnolia”, mentre Sarri è un introverso di poche parole come il maestro Kesuke Miyagi di “Karate Kid” con l’ironia di Francesco Nuti. Entrambi vivono un profondo conflitto. Sarri si sente fuori posto quando deve spiegare, giustificarsi, rendere note le sue strategie: suda, si incurva, tormenta gli occhiali. E l’apoteosi di questo giustificarsi fu la visita allo yacht di Cristiano Ronaldo la scorsa estate. Conte cerca di nascondere il suo bisogno di ricevere elogi di continuo, una evidente mancanza da bambino.

LaPresse.

In conferenza stampa escono i nodi comuni anche se provenienti da strade diverse. Sarri, ha fatto una lunga gavetta da allenatore ed è stato un calciatore di periferia, invece Conte – che pure ha fatto la gavetta da allenatore – come calciatore ha vinto tutto con la Juventus, e poi è arrivato ad allenarla, tanto che la nuova guida della squadra, al suo esordio come coach, Andrea Pirlo è un suo ammirato calciatore: «Conte è quello che mi ha impressionato di più perché era il più penetrante, il più convincente. Era quello che riusciva a farti entrare nella testa le cose che diceva lui in pochissimi secondi, a farti capire quello che voleva. Così in campo venivano quasi naturalmente, le cose che si provavano».

Alla fine Sarri, che col Napoli aveva portato un rinnovato linguaggio calcistico con la bellezza del gioco al primo posto e pur mancando la vittoria della scudetto era entrato nelle discussioni di tutti: dagli esperti europei fino ai tennici –benniani – da “Bar Sport”, è imploso, ritrovandosi nel giro di due anni avvitato nei propri desideri di affermazione, voleva i “tituli” – definizione dell’allenatore portoghese Josè Mourinho, collezionista di tituli – ma per averli ha perso le idee coltivate sui campi minori, che ne avevano fatto un contro eroe, portandolo ad essere amato perché sembrava il prodotto di un “Post Office” bukowskiano che vive nello sperpero della bellezza, senza preoccuparsi di capitalizzare nulla.

 (Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

Conte no, ha sempre dichiarato che quello che gli interessa è vincere, tanto che quando arriva secondo con l’Inter – come quest’anno – in conferenza stampa esterna tutta la sua scontentezza, e continua anche ora che rischia di vincere l’Europa League. I due allenatori, da parti diverse, possono essere racchiusi, paradossalmente, in quella che potremmo battezzare come sindrome di Pinzón, da Martín Alonso Pinzón, capitano della caravella denominata “Pinta” che, pur navigando al fianco di Cristoforo Colombo alla scoperta del Nuovo Mondo, non viene mai ricordato. Conte ha paura di pinzónarsi e sparire dietro il primo, invece, Sarri trasformandosi da Pinzón in Colombo s’è perduto tutto il naufragar nel mare pallonaro.

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