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Conte per Conte

By 28 Agosto 2020

Andare contro l’Inter fino in fondo avrebbe significato andare contro il proprio lavoro. E abbandonarlo senza raccoglierne i frutti. Il tecnico non se lo sarebbe perdonato.

Sarebbe stata decisiva la dimissione dall’obbligo di vincere. È un paradosso conoscendo Antonio Conte e considerando che vuole esattamente il contrario, cioè avere gli strumenti per vincere. Forse non è così, forse è esattamente il contrario ma è cambiata la comunicazione dell’Inter, se è vero che dopo aver comunicato la fumata bianca dell’incontro tra il tecnico e la dirigenza, abbia fatto trapelare che “gli investimenti saranno mirati, oculati e misurati alla crescita”. Come a voler escludere Messi e le voci che da settimane alimentano il sogno dei tifosi nerazzurri, ma soprattutto per proteggere la squadra e restituire valore alla permanenza di Conte, il cui compito resta quello di accrescere il valore dei giocatori, di trasformare la vittoria in una possibilità.

Si può anche pensare che la nuova comunicazione dell’Inter, ermetica, criptica, umile, non sia un caso ma la prima risposta alle richieste di Conte. Forse non è un caso nemmeno che nelle ore seguenti l’incontro siano circolate voci di mercato a loro volta al ribasso: altro che Messi, si è cominciato a parlare del riciclo di Dalbert, dell’interessamento a Sepe, del riavvicinamento di Darmian. Con tutto il rispetto, obiettivi che l’Inter avrebbe potuto avere qualche anno fa, di certo non ora, non dopo una stagione in cui è cresciuta e si è avvicinata alla vittoria.

Allora se queste voci sono state immesse nel calderone del mercato dalla società stessa, si tratta del primo segnale di cambiamento. La dirigenza ha accolto una richiesta del tecnico: comunicare per proteggere la squadra, non solo alzando la voce ma magari anche depistando le notizie, dirottando l’attenzione, manipolando i media. Se così non è, non si spiega perché Conte abbia accettato delle condizioni al ribasso, un’Inter che non punta alla vittoria e non si muove sul mercato in funzione di essa: non è da Conte, né è coerente con la stagione appena terminata.

(Photo by Ina Fassbender/Pool via Getty Images)

Se quella di Conte è stata una recita per cambiare l’Inter, pur non cambiandone gli attori, merita l’oscar. Di certo, visto l’esito, i motivi erano più personali che professionali, e nel caso la loro percezione ingigantita dal modo con cui sono stati esposti in piazza. Se invece è, come Conte sostiene, uno sfogo naturale e spontaneo, nella sua esagerazione potrebbe aver portato conseguenze positive per l’Inter: la dirigenza avrà accolto qualche richiesta, avrà promesso qualche cambiamento e quindi si è detta disposta a imparare e migliorare, la squadra ha ottenuto un secondo anno di progetto, la continuità che la rivale Juventus non avrà, e infine l’Inter ci ha guadagnato un presidente. Steven Zhang, infatti, ne esce con una nuova credibilità, con le redini della società saldamente tra le mani, se è vero che è la persona con cui Conte non ha mai avuto attriti e quindi colui che ha orchestrato l’incontro e apparecchiato le condizioni per il nuovo matrimonio. Quando la differenza tra vincere e arrivare secondi diventa sottile, la credibilità del capo fa la differenza.

Ma anche Conte ha di certo rivalutato la sua posizione. Aveva dichiarato che non avrebbe mai fatto marcia indietro, eppure ha accettato di rimanere dopo aver pronunciato l’ultimo saluto nell’intervista post-Siviglia. Sono state decisivi i messaggi dei giocatori, dicono: di certo Conte ha ritrovato un gruppo a lui devoto dopo quello della nazionale, più di quanto avesse trovato al Chelsea, forse anche alla Juventus. Ma è stata decisiva soprattutto la valutazione del lascito: a Conte non conveniva lasciare l’Inter. Primo perché questa Inter è sua, nel bene e nel male, e lo ha dimostrato anche nella finale di Europa League, a cui è arrivata grazie alle solide basi gettate da Conte e che non ha vinto soprattutto per via dell’eccesso di tensione importato dal tecnico. Secondo perché la squadra è dalla sua parte. Terzo perché non per forza avrebbe trovato una squadra all’altezza dell’Inter pronta ad accoglierlo. E quarto perché avrebbe gettato al vento il lavoro di un anno, senza goderne: quanto da lui seminato sarebbe stato raccolto dal suo erede, se non l’anno prossimo in quelli a seguire. Conte non se lo sarebbe mai perdonato. Ha ben chiaro che l’Inter è alle porte della compiutezza, che manca poco per vincere. E che quel poco potrebbe anche metterlo lui, compensando le settimane di fastidio che durante quest’anno, seppur ben nascoste, lo hanno parzialmente inibito.

(Federico Gambarini/dpa via AP)

Conte ha pensato che andare contro l’Inter sarebbe significato andare contro il proprio lavoro, contro se stesso e la carriera. Rompere con il club nerazzurro dopo averlo fatto con il Chelsea e con la Juventus sarebbe stata una macchia, avrebbe posto il dubbio ai prossimi potenziali datori di lavoro sulla tenuta ad alti livelli. In un calcio in cui la continuità è sempre più considerata un valore, la capacità di restare in un ambiente a lungo è una capacità richiesta ed essenziale. Per tutelarsi, si è detto disposto a cambiare, la stessa cosa che ha chiesto e ottenuto dalla società, il contrario di quanto ha dichiarato solo pochi giorni prima. Il passo indietro è reciproco, lo hanno fatto entrambi, altrimenti non si sarebbe trovato il modo per fare un passo avanti insieme. Diventa così un’occasione di crescita comune, da cui entrambi possono cogliere il meglio: Conte può rendersi più aziendalista, più capace di trovare una misura all’interno di un collettivo qual è l’azienda, e l’Inter può rendersi più lineare, netta, rigida nelle comunicazioni, lasciando meno spazio alle voci altrui che alimentano pensieri fuori scala.

Ora che Conte non ha gettato al vento il lavoro, dovrà recuperare la considerazione di una parte della tifoseria che l’ha abbandonato. Una parte, non tutta, che considera eccessiva la critica rispetto al privilegio di allenare l’Inter. Se gridando contro l’esterno ha trovato l’unità interna allo spogliatoio, ora dovrà saper conservare quest’ultima ricucendo con il mondo nerazzurro. Potrà farlo non solo con la dialettica, con la diplomazia, con gli argomenti giusti, ma anche con l’evoluzione della squadra in campo. Con le armi proprie di un allenatore. La sua Inter ha bisogno di passare allo stato successivo, di trovare novità che la rendano diversa da se stessa. Altrimenti la squadra rischia di essere dipendente dallo schema di base e dalla forza emotiva del tecnico. Portare Eriksen in campo, ad esempio, dovrebbe essere il primo obiettivo: non solo perché alzerebbe la qualità della formazione, ma perché è un debito “morale” che Conte deve saldare nei confronti dell’ambiente e della società. Dimostrerebbe che l’unità di intenti ritrovata e proclamata è reale. Per paradosso, potrà inserirlo nel suo modulo preferito, il 3-5-2, dove il danese ha dimostrato di poter giocare, anzi, di rendere meglio che nella posizione di trequartista. Infatti il passaggio al 3-4-1-2 post-lockdown è stato il principale errore tattico di Conte, aggiustato poi nel finale di campionato e in Europa League, oltre che filosofico: l’alternativa era già Eriksen, non serviva aggiungere un cambio di modulo. Il resto lo farà il suo atteggiamento, il linguaggio del corpo, le dichiarazioni, il tono, l’espressione. Se Conte sarà convinto dell’Inter, potrà vincere. Se non lo sarà, come non lo è stato per alcuni mesi di quest’anno, se lascerà che le imperfezioni della società che esistono all’Inter come ovunque prendano il sopravvento sul suo gusto di allenare la squadra, se farà soltanto il professionista per il dovere di farlo, fallirà. E stavolta lo farebbe con il suo lavoro alle spalle, quindi il fallimento sarebbe solamente suo.

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