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Majed Abdullah, l’uomo che ha giocato contro il Real a 50 anni

By 25 Agosto 2020

Storia del Diamante Nero, il giocatore più importante della storia dell’Arabia Saudita, che giocò contro i Galacticos solo dopo aver compiuto mezzo secolo

Nella primavera del 2008 ho fatto tappa a Ryadh, in Arabia Saudita, attratto da un’esibizione del Real Madrid organizzata per celebrare la carriera di Majed Abdullah, la stella più luminosa dello sport locale. Per gli arabi Majed è l’icona del calcio. L’hanno ribattezzato Diamante Nero, Pelé del deserto, Maradona del Golfo. È stato l’idolo del compianto re Fahd e di tutta una nazione. Centravanti con i piedi da numero dieci, ha condotto l’Arabia Saudita ai vertici continentali. Senza dimenticare i trofei e gli oltre cinquecento gol messi a segno nell’Al Nasr, l’unica squadra in cui ha militato dall’infanzia fino al commiato dalle scene sportive.

Lui sta all’Arabia Saudita come Cruyff all’Olanda, Maradona all’Argentina o Pelè al Brasile. È l’incarnazione del calcio. L’eccezione di una divinità pagana riconosciuta dall’Islam nonostante i rigidi dettami del wahhabismo. Perché se viene considerato al pari di un’entità suprema dal re in persona, anche i sudditi sono autorizzati a prostrasi ai suoi piedi. Che cosa si può dire del resto di un atleta che a diciassette anni giocava già in nazionale, che a venti aveva messo in bacheca più trofei di qualsiasi altro compatriota e che a quaranta vinceva ancora scudetti? In effetti c’è da rimanere senza parole. Qualcuno a questo punto avrebbe anche il diritto di chiedersi perché Majed non abbia mai avuto la tentazione di emigrare all’estero, magari in Europa. La risposta è racchiusa nelle leggi che regolano la monarchia saudita. A quei tempi i calciatori erano considerati dilettanti e non avevano la possibilità di espatriare. La prima e unica volta che Majed ha lasciato l’Asia è accaduto nel 1994, quando l’Arabia Saudita disputò i mondiali negli Stati Uniti. Il Diamante Nero aveva già trentasei anni e parecchi acciacchi muscolari. Giocò solo due spezzoni di gara contro l’Olanda (Rijkaard non gli fece toccare palla) e il Belgio, più per premiare la sua carriera che per tangibili esigenze dell’allenatore. Anzi, i maligni sostengono che il suo nome fu inserito nella lista dei convocati non dal tecnico Solari, bensì dal principe ereditario Abd Allah.

Torniamo a Ryadh. Il Real Madrid si presenta con la squadra al gran completo, Raul, Cannavaro e Van Nistelrooy su tutti, ma l’esplosione di gioia arriva solo quando un cinquantenne dal viso rubicondo mette piede in campo. Lo stadio è il King Fahd, una cattedrale nel deserto nel vero senso della parola. Il manto erboso è di un verde smeraldo. Ogni settimana zolle fresche e lussureggianti arrivano direttamente dai migliori vivai di Londra. Sorrido al pensiero che da queste parti, non molti anni fa, si giocava addirittura sul cemento con una bella mano di vernice verde. Le pacchiane rifiniture in oro e avorio delle tribune sono in conflitto con il paesaggio desolante. Nel salotto buono del calcio saudita ci gioca solo la nazionale, lo stabilisce un decreto del ministro dello sport, ma per Majed è stata fatta un’eccezione.

Prima di disputare uno spezzone di gara il Diamante Nero raggiunge la tribuna delle autorità. Indossa il dishdasha, il tipico abito-camicia bianco lungo sino ai piedi. Sul capo il ghutra an iqal, fazzoletto a piccoli scacchi bianchi e rossi tenuto stretto da una doppia corda nera. Principi ereditari e ricchi petrolieri lo accolgono calorosamente baciandolo sulle guance. Sembra quasi un’immagine surreale per una nazione dove la temperatura è sempre molto calda e i sorrisi troppo gelidi. Qualche dignitario cede all’emozione di trovarsi di fronte alla leggenda e incurante del protocollo si fa ritrarre in foto. I flash delle digitali sfavillano nel tramonto suggestivo accompagnato da un brezza fresca e ristoratrice.

In campo c’è il Real dei galacticos, dall’altra parte una selezione con i migliori calciatori islamici. Gli spagnoli giocano sul serio solo il primo tempo, quando passano con l’olandese Robben. Nel secondo invece Schuster chiede ai suoi di non rovinare la festa dell’idolo locale. Del resto per la messa in scena il Real ha incassato cinque milioni di dollari. Majed sale in cattedra, giocando praticamente da fermo. Il maliano Diarra, quello che dovrebbe in qualche modo frenarne gli ardori tecnici, se ne sta mansueto trotterellando alla distanza. Così Majed, che nel gioco di gambe è ancora apprezzabile nonostante la diffusa pinguedine, ne approfitta per qualche lancio millimetrico. E tanto basta a far impazzire gli oltre 80mila spettatori. L’esibizione si conclude 4 a 1 per la rappresentativa islamica, punteggio originato dal Real in versione turistica, non certo dall’irresistibile bagaglio tecnico degli avversari.

Il mattino lo riservo per un giro panoramico della città. Le città del Golfo Persico sono tutte ordinate e moderne. Efficienti nelle infrastrutture, tranquille nell’ordine pubblico, ma spoglie di riferimenti storici. Riyad ha qualcosa che mi ricorda Dubai, perché è la classica città di concezione post atomica. Sembra di essere sul set di Aeon Flux, prima o poi spunterà fuori Charlize Theron con una pistola laser. I grattacieli e le costruzioni avveniristiche rappresentano, a volte in maniera fin troppo ostentata, il simbolo del potere economico che deriva dal petrolio. Il trionfo di vetri, acciaio, cemento e tecnologia ha quasi imbavagliato il quartiere di Al Bathaa, l’unica zona dove si può davvero respirare un po’ di cultura, o qualcosa di simile, dei tempi che furono. Mi domando che cosa accadrà da queste parti quando verrà estratta l’ultima stilla di oro nero.

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