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Cosa ci resta del Lippismo?

By 26 Ottobre 2020

Il tecnico che ha guidato l’Italia sul tetto del Mondo ha deciso di non allenare più. Ecco cosa ci rimane del suo calcio fatto di psicologia e di capacità di adattarsi

 

Non può essere un caso che i più grandi successi e le più grandi delusioni della carriera di Marcello Lippi siano passate dai calci di rigore. Germania 2006, Roma 1996, Manchester 2003: momenti di grande tensione ma anche di coraggio, in cui la testa diventa tutto, quando le gambe – dopo 120 minuti di lotta – sono ormai niente. E lui stesso più volte si definisce allenatore della testa, perché la preparazione accademica, scientifica, per allenare il corpo, possono avercela tutti.

«Nel 1996 e nel 2006 – racconta – quando ho vinto la finale di Coppa dei Campioni e quella di Coppa del Mondo, prima dei rigori i calciatori mi guardavano tutti negli occhi, ansiosi di aiutare, di rendersi partecipi. All’Old Trafford nel 2003, invece, a fine partita erano tutti distratti, qualcuno si legava le scarpe, altri guardavano la moglie in tribuna. E infatti abbiamo perso». La sua decisione, quindi, di voler smettere di allenare, porta via con sé il suo modo di vedere il calcio come uno sport in cui il singolo è nullo se non c’è gruppo, la tecnica è inutile se non c’è la determinazione, e la titolarità te la devi guadagnare – davvero, non solo a parole – ogni giorno in allenamento.

Archivio Storico LaPresse.

Idee morali prima di quelle tattiche, uomini prima che calciatori. Una filosofia che ha fruttato in termini di risultati, ma che gode anche del riconoscimento popolare: il successo del 2006 lo ha reso allenatore di tutta Italia, ma lui che da allenatore l’Italia l’ha girata anche prima, era riuscito a farsi apprezzare (quasi) ovunque andasse. Non ce ne voglia il Lippi calciatore, punto fermo della difesa della Sampdoria dal ’70 al ’79, ma con una carriera iniziata e conclusa nelle serie minori, tra la B e la C. La sua versione in giacca, cravatta e sigaro, però, è diventata un’icona nazionale prima, e mondiale poi.

Primo allenatore nella storia del calcio ad aver vinto le massime competizioni internazionali a livello di nazionali (campionato mondiale) e club (UEFA Champions League nella stagione 1995-96, Coppa Intercontinentale 1996 con la Juventus). Con Miguel Muñoz, Alex Ferguson e Carlo Ancelotti è tra i coach che hanno disputato il maggior numero di finali di Champions League, quattro, e con Capello e Zidane condivide il record di finali consecutive raggiunte, tre, dal ’96 al ’98. Riconosciuto migliore allenatore dall’Associazione Italiana Calciatori per tre volte (1997, 1998, 2003), dall’UEFA una volta (1997-98), allenatore e CT dell’anno dall’Istituto di Storia e Statistica del Calcio (1997, 1998, 2006), inserito dal quotidiano britannico Times nella lista dei cinquanta migliori allenatori della storia nel 2007 e, sei anni dopo, dall’emittente televisiva statunitense ESPN nella classifica dei venti più grandi allenatori. Introdotto nella Hall of Fame del calcio italiano nel 2011. Una carrellata un po’ lunga, ma doverosa per mettere in chiaro di chi stiamo parlando.

Foto LaPresse Torino/Archivio storico

Successi che gli derivano in parte dal suo approccio tattico, come promotore di un calcio vigoroso, offensivo e “fedele alla zona”, capace di miscelare la solidità del vecchio gioco all’italiana e le innovazioni in termini di dinamismo dell’epoca sacchiana, dipanatasi prima, durante e dopo l’era del Lippi allenatore. Ma anche dalla sua ossessione per la psiche dei suoi atleti. Lo ripete ad ogni intervista, lo mette in pratica ovunque vada. “Erroneamente si pensa che allenare significhi fare bene il pressing, il fuorigioco o i raddoppi di marcatura – sostiene – ma ad alti livelli questi aspetti tattici tutti gli allenatori sanno maneggiarli. Non è certo questo a fare la differenza tra una vittoria e una sconfitta, ma la capacità di entrare nella testa dei giocatori, di creare i presupposti mentali per vincere”. La forte necessità di avere un gruppo forte e unito, disposto a spalleggiarsi sul campo. “Ho allenato grandi squadre e grandi giocatori. Ho imparato che il rispetto si guadagna in un’unica maniera: devi essere onesto e sincero. Non si può bluffare. I calciatori questo lo capiscono e lo apprezzano, non c’è davvero un’altra via. Mi chiedono spesso come si faccia a costruire un gruppo vincente: ho imparato che le qualità umane vengono prima di quelle tecniche”. Parole che sembrano un po’ old school se si pensa ad oggi, dove i campioni vengono pressati insieme per convivere nello stesso rettangolo di campo anche se non sono compatibili tatticamente, anche se tra loro non scocca la scintilla.

(Photo by Andreas Rentz/Bongarts/Getty Images)

Questo non vuol dire che Lippi di campioni non ne abbia allenati: Zidane, Baggio, Del Piero, Nedved, Totti, Gattuso, Buffon, Camoranesi. Ma se si pensa agli uomini cui ha affidato le chiavi del suo centrocampo titolare a Roma nella finale di Champions del 1996, Conte-Deschamps-Paulo Sousa, quello che salta all’occhio non è tanto la tecnica sopraffina, quanto l’intelligenza, l’esperienza, il carisma. Oggi sono tutti e tre allenatori di successo, e un motivo dovrà pur esserci.

Prima di salire sul tetto d’Europa però di gavetta ne ha fatta tanta: inizia ad allenare in C2 con la Carrarese nell’82, anno del mondiale vinto in Spagna. Poi il Pontedera in C1, il Cesena finalmente in A, dove per fisionomia si guadagna il soprannome “Paul Newman”. Poi l’Atalanta, nel ’92: dopo aver sorprendentemente chiuso il girone di andata al terzo posto, conclude l’annata a Bergamo da settimo, all’epoca il migliore piazzamento degli orobici dal secondo dopoguerra. Impressiona, e viene chiamato dal Napoli. E lì mette in atto il secondo grande concetto del “Lippismo”, dopo l’attenzione alla psiche dei giocatori: l’adattabilità.

Col tempo ha imparato che essere dogmatici non paga, così dopo un avvio in salita con due sconfitte consecutive e la difesa che traballa, decide di “cambiare”, parola a lui tanto cara, e di dare fiducia al giovane centrale ventunenne che lo aveva impressionato durante il ritiro, Fabio Cannavaro. “Giocò la prima partita e non perse più il posto, non ci voleva molto a capire che sarebbe diventato un campione”. Pragmatismo al servizio della causa: se c’è un problema, perseverare è inutile, bisogna cambiare. E quando a cambiare è Lippi, ha sempre ragione. A Torino trasforma Zambrotta da esterno destro a terzino sinistro, per poter schierare in campo anche Camoranesi: “Mi ritrovai con un piacevolissimo dilemma: due grandi calciatori per un ruolo. Decisi che i grandi calciatori devono giocare sempre, anche a costo di cambiare posizione. Proposi a Gianluca di provare a giocare difensore esterno a sinistra, dicendogli che a mio parere aveva le caratteristiche perfette”.

(Photo by Lars Baron/Bongarts/Getty Images)

In poco tempo l’azzurro calciava e crossava quasi meglio di sinistro che di destro, e divenne il top nel suo ruolo tanto da essere chiamato dal Barcellona. Quando Agnelli lo richiama alla Juventus nel 2001 e dice che Zidane a certe cifre (150 miliardi di lire) non può proprio essere trattenuto, suggerendogli di pensare a un sostituto, la prima cosa che Lippi pensa è: “cambiamo modulo”. Un sostituto Zidane non ce l’ha, non può avercelo, ma adattando Nedved da mezz’ala a trequartista vince inaspettatamente lo scudetto del 2002 (il famoso “5 maggio”). L’anno successivo bissa in Italia, vince la Supercoppa e arriva in finale di Champions. E inoltre, dettaglio non da poco, il “suo” nuovo Nedved vince il Pallone d’Oro.

Ha sempre ragione, Lippi. Anche nei rari casi in cui ha fallito. Come la parentesi all’Inter, senza successi nonostante campioni come Baggio, Vieri, Ronaldo e terminata con l’esonero e lo sfogo dopo la prima giornata del suo secondo anno in nerazzurro, una sconfitta in casa della Reggina. “Fossi il presidente manderei via a calci l’allenatore e attaccherei al muro i giocatori, perché non esiste giocare così”. Un problema di testa, una grave colpa, per lui, non essere riuscito a gestirlo. Ha però imparato a prevederlo, e a lasciare per tempo, dando le dimissioni. Come quando ha abbandonato la nazionale cinese dopo l’ennesima partita non brillante. “Se i giocatori in campo hanno paura – disse – e non mostrano voglia di lottare, coraggio, desiderio, la responsabilità è dell’allenatore e per questo motivo mi dimetto”.

Integralista lo è stato solo sull’atteggiamento, giocatori come Baggio, Balotelli, Panucci, possono testimoniarlo: se non si crea l’alchimia, Lippi non ti vede. Allenasse oggi squadre come il Psg o il City, piene di campioni ma che faticano a trovare quel feeling caratteriale necessario per vincere soprattutto in Europa, riuscirebbe ad amalgamare il gruppo, tutt’al più a cambiarlo. Allenasse oggi, con le 5 sostituzioni a disposizione, avrebbe la possibilità di modellare i suoi undici al meglio anche durante la partita, per adattarsi e risolvere i problemi che sorgono a gara in corso. Allenasse oggi sarebbe ammirato e probabilmente vincente, insomma il Marcello Lippi di sempre. Ma senza più il sigaro in bocca: oggi, in panchina, è vietato fumare.

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