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Cosa è rimasto del Super Depor?

By 3 Gennaio 2020

20 anni fa il Deportivo vinceva la Liga. Ora è ultimo nella Segunda Division con un ruolino di marcia disastroso fatto di zero vittorie fra il 18 agosto e il 20 dicembre

All’inizio di dicembre è diventato virale sui social network un video di Peru Nolaskoain, difensore centrale del Deportivo La Coruna in prestito dall’Athletic Bilbao, in cui bofonchiava, sdraiato sul letto di una camera, presumibilmente d’albergo: “Non vinciamo più una partita, facciamo schifo, siamo scarsi, e in più sto male e non posso uscire a fare festa fino a ubriacarmi per dimenticare tutto questo”.

Le immagini dovevano rimanere riservate al suo gruppo di amici e invece si sono espanse in tutta la rete, provocando reazioni di ogni tipo: “Vergogna”, oppure “Ha fatto bene, ha detto la verità”. Di certo c’è solo una cosa, e cioè che il Deportivo La Coruna è la peggior squadra della Segunda Division spagnola, ultima in classifica e incapace di vincere una partita in campionato per quattro mesi dal 18 agosto al 20 dicembre. In mezzo solo pareggi o sconfitte, escluso un faticoso 2-0 in Coppa del Re ai semi-dilettanti aragonesi dell’Illueca.

Peru Nolaskoain con la maglia dell’Athletic Bilbao (Photo by Christof Koepsel/Bongarts/Getty Images)

Riazor, Copacabana

Curioso che questo crollo sia arrivato mentre sta per cadere il ventennale della più grande stagione di sempre del club gallego, quella culminata con il primo e unico titolo della Liga, nel 2000: l’epoca del “SuperDepor”, una squadra costruita con poche pesetas, ma con molte buone intuizioni, capace di sbaragliare le altre big del campionato spagnolo proponendo peraltro del calcio assai divertente e riconoscibile.

Merito infatti anche dei tanti sudamericani, ad esempio, che per assaggiare l’Europa avevano scelto la fresca città della Galizia, lo stadio Riazor con vista mare, le cene con pulpo e vino bianco locale, rigorosamente, l’Albarino delle Rias Baixas, i fiumi che scendono verso l’Oceano e sui cui lati è tutto un fiorire di vigneti. Tanto quanto in Sudamerica a lungo essere gallego significava essere spagnolo tout-court, così in Galizia molti brasiliani e argentini hanno trovato terreno fertile.

17 aprile 2001: Djalminha segna contro il Leeds, nella gara di ritorno dei quarti di finale di Champions League all’Estadio Municipal de Riazor. Mandatory Credit: Laurence Griffiths/ALLSPORT

D’altronde a gestire le trattative con agenti e calciatori c’era un fuoriclasse, tra i presidenti della Liga: Augusto Lendoiro. Nato nella zona di La Coruna, pessimo sportivo da giovane, il suo merito, stando ai maligni, è sempre stato quello di circuire, più che convincere, i giocatori a cui era interessato che stavano per trasferirsi più o meno nel posto più bello del mondo. E lo faceva di sera (d’altronde in Galizia il sole in piena estate può tramontare anche alle 23) durante cene interminabili a base di pesce e vino bianco che duravano fino alla mattina seguente. “Riazor come Copacabana”, scherzavano gli addetti ai lavori, per definire come descriveva la città Lendoiro ai brasiliani.

Due nomi vanno segnalati per forza: José Roberto Gama de Oliveira, detto Bebeto, quasi cento gol in quattro campionati dal 1992 al 1996, e Vitor Borba Ferreira Gomes, per tutti Rivaldo, una sola stagione da urlo (21 reti) prima di passare a peso d’oro al Barcellona. Tuttavia nessuno dei due campioni del mondo riuscirà a conquistare la Liga: troppo forte la concorrenza, il Deportivo è pur sempre una buona squadra, ma gli manca sempre qualcosa per compiere il salto definitivo, a parte una Coppa del Re nel 1995.

Roy Makaay. Photo by Nuno Correia Mandatory Credit: Allsport UK /Allsport

Due secondi posti, due terzi posti, poi alla fine nella primavera del 2000 ecco il capolavoro. Non ci sono più né Bebeto né Rivaldo, ma un gruppetto di “bastardi senza gloria” che imbroccano l’annata perfetta. In porta ad esempio c’è il camerunese Songo’o, che ancora oggi vive a La Coruna, in difesa il marocchino Naybet, musulmano praticante Ramadan compreso, o il terzino Manuel Pablo, che giocherà al Depor fino a oltre quarant’anni con la sua pelata inconfondibile.

È dal centrocampo in su, comunque, che emerge una raffica di piedi buoni, quasi tutti sudamericani a parte Fran, esterno delizioso che per tutta la vita non si è mai allontanato dalla squadra dove era cresciuto, lui gallego purosangue. Quasi si confondono tra di loro, fisicamente, alcuni: come Donato e Mauro Silva, i due davanti alla difesa, non velocissimi ma con una classe immensa. Più riconoscibile, invece, Flavio Conceiçao, abile nei tiri da fuori, strappato al Real Madrid quando pareva avere già firmato, per non parlare del funambolico fantasista mancino Djalminha, che deve imbeccare l’unica vera punta, l’olandese Roy Makaay, il quale debutta in gare ufficiali con il Deportivo segnando una tripletta all’Alaves (chiuderà con 26 l’anno della vittoria nella Liga).

La partita-simbolo è il 5-2 al Riazor proprio al Real Madrid, che in compenso vincerà la Champions: il 6 febbraio del 2000 il Depor umilia i Blancos mostrando un Djalminha esagerato, tra giochi di prestigio degni di una foca e un calcio di punizione perfetto, e una facilità di gioco a tratti disarmante. Segnano oltre al brasiliano, Makaay, l’esterno destro Victor e l’argentino, entrato dalla panchina, José Oscar “Turu” Flores. Il Real, come riportano alcuni quotidiani, in campo è “attonito”. Segna le sue reti quasi per caso con Morientes e Hierro, ma è stato travolto. Così come sarà umiliato in casa nel 2002 nella finale di Coppa del Re al Santiago Bernabeu, ultimo titolo conquistato dal Depor nella sua storia: 2-1 nel cosiddetto “Centenariazo”, perché il Real quell’anno compiva cent’anni.

 

“Jabo” e le italiane

 (Photo by Nuno Correia/Getty Images)

In panchina, a guidare questa macchina a tratti perfetta, c’è una vecchia volpe del calcio spagnolo come il basco Javier “Jabo” Irureta. Già, Irureta, non si può prescindere da lui quando si affronta l’argomento SuperDepor. Nato a Irun, cittadina di confine con la Francia, a La Coruna vive da solo nella mitica stanza 514 dell’Hotel Maria Pita (la patrona della città), in centro, con vista mare. Non ha portato la famiglia con lui, moglie e figli sono rimasti a Bilbao per non sradicarli dal loro habitat: quando può, semmai, è Jabo che li va a trovare, nei momenti liberi. Ci tornerà, nei Paesi Baschi, ma solo dopo aver chiuso la carriera ed essere rimasto quasi sempre in club del nord della Spagna (Santander, Oviedo, Logrones, Athletic Bilbao, Real Sociedad, Celta, Deportivo, una stagione al Betis Siviglia e una a Saragozza).

Nella camera d’albergo dove risiede non ha bisogno di computer o tecnologie avanzate: prende nota su semplici fogli di carta, punta più che altro sulle sue sensazioni. Arriva nel 1998 dai rivali del Celta Vigo, e nel giro di due anni è già riuscito nel suo capolavoro. Con occhiali spessi da ingegnere, lo schema 4-2-3-1 pressoché intoccabile, il riporto di capelli in testa, quasi sempre in tuta o in giacca pesante a seconda delle temperature, all’apparenza più vecchio rispetto alla sua vera età, non è un tipo che ama le polemiche.

(Photo by Jamie McDonald/Getty Images)

Preferisce le sfide, anche quelle sulla carta impossibili, come quando nella Champions League del 2003-04 dopo il 4-1 rimediato a San Siro nei quarti di finale contro il Milan, alla vigilia del ritorno promette: “Se passiamo il turno vado a piedi a Santiago de Compostela”. Sarà un 4-0 indimenticabile per il Depor (a segno Pandiani, Valeròn, Luque e Fran), e Irureta, placidamente, compirà il suo improvvisato pellegrinaggio di una settantina di chilometri.

Semifinale di Champions poi persa contro il Porto, culmine di un ciclo che aveva portato memorabili serate europee, specie contro le italiane: il Milan, l’abbiamo già detto, ma anche la Juventus. Per quattro volte i bianconeri sono andati al Riazor nella loro storia e mai hanno rimediato i tre punti: anzi, ogni tanto subendo ripassate memorabili come il 2-0 nell’edizione 2001-02 della Champions con gol di Diego Tristan, futura meteora a Livorno, e del solito Djalminha. Rivedendo la seconda rete dei galiziani è difficile non rimanere ammirati dalla perfetta e avvolgente conduzione del contropiede, aperto e chiuso, di testa, proprio dal brasiliano. Una sola volta la Juve ha battuto il Depor in otto confronti, e all’ultimo respiro grazie a una magia di Igor Tudor, nella Champions 2003: non avesse segnato il croato, ai quarti ci sarebbero andati probabilmente gli spagnoli e non ci sarebbe stato il derby italiano in finale.

 

Il declino

Diego Tristan. Mandatory Credit: Firo Foto/ALLSPORT

Come si è arrivati all’ultimo posto in Segunda Divisiòn e al video di Nolaskoain? Le grandi serate di Champions presto avrebbero lasciato spazio alle delusioni, specie dopo l’addio di Irureta, nel 2005. Un trienno di saliscendi tra Liga e Segunda Divisiòn tra 2011 e 2013, qualche salvezza strappata per i capelli non senza umiliazioni in casa, in un Riazor lontano parente del fortino di una volta (un 8-2 del Barcellona, ad esempio) e infine l’ultima retrocessione in Serie B nel 2018. Nel frattempo i conti non tornavano a livello societario, con Lendoiro accusato di aver lasciato buchi giganteschi.

Da allora il Deportivo non è più riuscito a risalire: anzi, al momento è più vicino alla terza serie che alla Liga. E pensare che lo scorso giugno era arrivato a novanta minuti dalla risalita: nella finale-playoff contro il Maiorca all’andata era finita 2-0 per i galiziani in una partita passata alla piccola storia del calcio spagnolo per il terrificante infortunio subito da Bergantinos in uno scontro a centrocampo con Marc Pedraza. Settanta punti in faccia per il giocatore del Depor, ritrovatosi per miracolo “solo” con la bocca distrutta. Nulla lasciava presagire, piuttosto, il crollo nelle Baleari: 3-0 al ritorno, Maiorca promosso e inizio della fine per i galiziani, chissà.

Dopo un girone intero, ultimo posto in classifica col secondo peggior attacco e la peggior difesa della Segunda Divisiòn. Una squadra senz’anima, nervosa, in una spirale negativa che ha portato al licenziamento dell’allenatore, ovviamente: da Anquela a Sanpedro. La rosa non sembra nemmeno male, ci sono anche due italiani (il centrocampista Michele Somma e l’attaccante Samuele Longo, assai poco utilizzati) ma in un campionato spietato come qualsiasi Serie B del mondo chi non ha voglia finisce male. Oppure a “parlare con i muri” tipo il povero Nolaskoain, che però è stato il salvatore della patria, proprio lui, sì, con il colpo di testa vincente che al 94′, contro il Tenerife, ha dato ai suoi la vittoria in un Riazor semi-deserto, quattro mesi e due giorni dopo l’ultimo successo in campionato.

Un gol da cui ripartire nel 2020? Certo, un’altra retrocessione per il Depor sarebbe il modo peggiore di celebrare i vent’anni da quella Liga vinta.

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