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Cosa è successo al calcio della Germania Est dopo la caduta del muro?

By 9 Novembre 2019

A 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino, ecco cosa è rimasto dei club e dei giocatori che hanno fatto la storia del calcio nella DDR

A trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino il calcio della Germania Est è una sorta di reperto archeologico impolverato, chiuso in uno scantinato e la cui eredità si è in buona parte persa rapidamente nel tempo. Nell’attuale Bundesliga soltanto Union Berlino e Lipsia hanno una matrice tedesca orientale, mentre le altre 16 formazioni del massimo campionato hanno tutte una provenienza dalla Germania Ovest.

Non c’è peraltro da sorprendersi perché dal 1991, quando venne chiusa la Ddr-Oberliga, le squadre della Germania Est sono rapidamente retrocesse nell’anonimato, lontane dai vertici del calcio tedesco. Il Muro di Berlino cadde il 9 novembre 1989, il nuovo Stato tedesco unitario nacque ufficialmente il 3 ottobre 1990 e, in quei mesi, fu chiaro come il calcio targato Germania Est fosse destinato a sparire.

L’ultima Oberliga, nel 1990-91, assegnò il titolo d’addio della Ddr all’Hansa Rostock, ma valeva anche come qualificazione per le squadre dell’Est ai campionati “pantedeschi” della stagione successiva: soltanto le prime due della classifica, l’Hansa Rostock campione e la Dinamo Dresda, ebbero accesso alla nuova Bundesliga, dalla terza alla sesta (Rot-Weiss Erfurt, Hallescher, Chemnitz e Carl Zeiss Jena) si qualificarono per la Serie B tedesca (la 2. Fussball-Bundesliga), le altre invece si spartirono, attraverso un sistema di play-out, altri posti tra seconda e terza divisione.

Particolare curioso fu che comunque quell’ultimo campionato diede accesso alle coppe europee del 1991-92 alle squadre dell’ex Ddr: la Germania unita si ritrovò così con dieci formazioni iscritte (tra ex Ovest ed ex Est), di cui sette di Bundesliga, due (Rot-Weiss Ertfurt e Hallescher in Coppa Uefa, non la Dinamo Dresda squalificata) di seconda divisione e una (l’Eisenhüttenstädter Stahl in Coppa delle Coppe) addirittura di terza.

A distanza di quasi un trentennio fa impressione vedere che la Dinamo Berlino, vincitrice di dieci titoli tedeschi orientali consecutivi tra il 1979 e il 1988, oggi naviga nei bassifondi del calcio teutonico, settima nella Regionalliga Nordost, la Serie D della Germania. Da quel 1991, quando ottenne il diritto di partecipare alla terza divisione della nuovo campionato, l’ex club della Stasi non si è più rialzato, scendendo fino al quinto livello del calcio tedesco, per svariate stagioni degli anni 2000. Nomi mitici come quelli del ciclopico portiere Bodo Rudwaleit, del bomber Rainer Ernst, dei centrocampisti Norbert Trieloff e Frank Terletzki, suscitano oggi un sorriso benevolo, pensando come fossero i perni di una squadra ieri potentissima e ora ridimensionata da decenni.

L’Hansa Rostock, il club dell’ultimo “scudetto” della Repubblica Democratica Tedesca, ha tenuto alta, o quasi, la reputazione dell’ex Ddr fino al 2005, quando ha lasciato per l’ultima volta la Bundesliga dopo dieci stagioni di militanza ininterrotta: oggi è in 3. Liga, sesta a 6 punti dalla vetta. Non va granché meglio a un altro club storico oltre cortina, la Dinamo Dresda, retrocessa dalla Bundesliga nel 1995, poi scesa fino alla Serie D tedesca e oggi ultima nella 2. Bundesliga.

Florian Weichert segna il gol dell’1-0 per l’Hansa Rostock nella partita contro il FC Nuernberg nella Bundesliga 1991/1992 (Photo by Bongarts/Getty Images).

Sfogliando l’album degli altri grandi club della Germania Est lo scenario odierno resta desolante: il Carl Zeiss Jena, finalista in Coppa delle Coppe nel 1981, non ha mai assaporato la Bundesliga e nella stagione attuale sembra già spacciato in 3. Liga dopo sole 14 giornate, ultimo con 5 punti; il Lokomotiv Lipsia, finalista di Coppa delle Coppe nel 1987 contro l’Ajax di Van Basten, vivacchia ancora più in basso, nella Regionalliga (la Serie D); il Magdeburgo, vincitore della Coppa delle Coppe 1974 ai danni del Milan di Rivera, è settimo in 3. Liga.

A sottolineare l’eredità ormai persa dalla Ddr-Oberliga, Union e Lipsia, uniche squadre di alto livello provenienti dalla Germania Est, non avevano un curriculum da sbandierare ai tempi del Muro di Berlino: la squadra della capitale, approdata per la prima volta quest’anno in Bundesliga, ha vinto una sola Coppa nazionale della Ddr nel 1968, mentre il Lipsia della Red Bull proprio non esisteva perché fondato nel 2009, attingendo a risorse tecniche e societarie provenienti dal piccolo Markranstädt e dal Sachsen, oggi scomparso e in passato vincitore di due titoli tedeschi orientali negli anni ’50 e ’60, quando si chiamava Chemie.

Meno insignificante è stato il contributo dei singoli calciatori della Germania Est alla nuova nazionale tedesca, nata ufficialmente il 21 novembre 1990, quando Uefa, Fifa e le due federcalcio teutoniche siglarono a Lipsia l’accordo per la rinascita di una selezione “pantedesca”. La squadra campione del mondo a luglio di quell’anno a Roma, è bene ricordarlo, era infatti ancora la Germania Ovest, nonostante il muro di Berlino fosse caduto già da nove mesi. Pochi giorni prima di quel 21 novembre, però, saltarono le due gare di festeggiamento già fissate tra le nazionali di Germania Est e Germania Ovest, maggiore e under 21: «Motivi di sicurezza», fecero sapere dalla Federcalcio di Francoforte.

Matthias Sammer con la maglia della Dinamo Dresda nella Bundesliga 1990/1991 (Photo by Bongarts/Getty Images).

Nei mesi precedenti si erano registrati ripetuti e preoccupanti incidenti negli stadi tedeschi, culminati nella morte del 18enne Mike Polley, tifoso del F.C. Berlino, ucciso il 3 novembre 1990 da un colpo sparato dalla polizia in occasione di disordini per una gara di campionato a Lipsia. Così l’ultimo match nella storia del calcio della nazionale della Germania Est resta la sfida con il Belgio del 12 settembre 1990 a Bruxelles, inizialmente prevista come gara di qualificazione verso gli Europei del 1992 e poi “degradata” ad amichevole per la scomparsa della Ddr: vinsero i tedeschi con doppietta di Matthias Sammer.

A quella partita di commiato rinunciò Rainer Ernst, ex bandiera della Dinamo Berlino, passato nel frattempo al Kaiserslautern, in Occidente, e tra i migliori bomber della nazionale Ddr con 20 reti in 56 presenze: «Non riesco proprio a vedere un motivo per continuare a giocare con la Germania Est» disse cinicamente il 29enne attaccante, declinando la convocazione del ct Ede Geyer, che si ritrovò giocoforza disoccupato. Dopo un anno di pausa Geyer riprese la sua carriera di allenatore a livelli inferiori, sempre legato a club della Germania orientale, a parte due brevi sortite in Ungheria e negli Emirati Arabi.

Nel frattempo era nata la nazionale della Germania unita e il ct Berti Vogts, alla prima uscita del 19 dicembre 1990, schierò immediatamente due uomini ereditati dalla Ddr: Sammer e Andreas Thom, che peraltro segnò un minuto dopo essere entrato in campo al posto dell’ex compagno dell’Est, in una gara vinta 4-0 sulla Svizzera a Stoccarda. Sono otto, in totale, i calciatori che hanno vestito la maglia della Ddr e della nazionale tedesca unitaria: Sammer, Thom, Ulf Kirsten, Thomas Doll, Dariusz Wosz, Olaf Marschall, Heiko Scholz e Dirk Schuster. Sammer, ex difensore della Dinamo Dresda, arrivò a vincere il Pallone d’oro nel 1996, nonostante dalle nostre parti sia citato come uno scandalo perché a fuoriclasse della difesa come Baresi e Maldini quel premio non è mai stato assegnato.

Andreas Thom (Photo by Bongarts/Getty Images).

Sammer, è bene dirlo, era un raffinato calciatore, ma la sua reputazione paga anche una breve e sofferta militanza nell’Inter, nel 1992-93. Anche Doll ha giocato in Serie A, nella Lazio con buoni risultati e poi nel Bari: dopo la caduta del Muro di Berlino fu anche accusato di appartenenza alla Stasi dal collega Jörg Kretzschmar, centrocampista dell’Hannover, ma l’interessato ha seccamente smentito. All’altezza del calcio tedesco unitario è stato sicuramente Kirsten, attaccante brevilineo cresciuto nella Dinamo Dresda e poi diventato bandiera del Bayer Leverkusen: nel suo score ci sono 14 gol in 49 presenze con la Germania Est e 20 in 51 gare nella Germania unita.

Non è mai arrivato in nazionale invece Falko Götz, mezzala tedesco-orientale della Dinamo Berlino che nel 1983, in piena Guerra Fredda, fuggì a Occidente con il compagno di squadra Dirk Schlegel durante una trasferta a Belgrado. Squalificati per un anno dalla Fifa, Götz e Schlegel ripresero a giocare senza ulteriori conseguenze nel Bayer Leverkusen, proseguendo la loro carriera nella Repubblica Federale Tedesca. Altri fuggiaschi sono stati André Köhler, Thomas Weiss e Jens König, che il 12 luglio 1989 lasciarono il Wismut Aue prima di una gara a Göteborg, in Svezia: König, curiosamente, fece marcia indietro nel Wismut Aue qualche mese più tardi, una volta caduto il Muro di Berlino.

Axel Kruse con la maglia dell’Herta del 1997 (Photo by Bongarts/Getty Images).

È diventata iconica la vicenda di Axel Kruse che il 7 luglio 1989, quattro mesi prima della caduta del Muro, durante una trasferta del suo Hansa Rostock a Copenaghen, fuggì in Germania Occidentale per poi essere ingaggiato dall’Hertha, la squadra di Berlino Ovest, la città circondata dal Muro. Kruse scese in campo il 27 gennaio 1990, quando all’Olympiastadion di Berlino si giocò il derby della riunificazione tra Hertha e Union, la formazione di Berlino Est piccola e agguerrita antagonista della potente Dinamo.

Davanti a 51mila spettatori vinse l’Hertha per 2-1 e ad aprire le marcature fu proprio Kruse, che quel pomeriggio disputava la sua prima gara dopo la squalifica comminata dalla Fifa per non aver onorato il contratto con l’Hansa: «Non dimenticherò mai quella partita – ha raccontato Kruse – la gente sulle tribune si abbracciava di continuo». Il derby si è ripetuto, per la prima volta in Bundesliga, lo scorso 2 novembre e stavolta ha vinto l’Union 1-0, nel suo stadio Alte Försterei, davanti a 22.012 spettatori: a decidere il match un calcio di rigore all’87’ di Sebastian Polter.

La nota stonata sono stati i disordini: alcuni ultras incapucciati dell’Union hanno invaso il campo per dirigersi minacciosamente verso i rivali dell’Hertha, che hanno reagito lanciando razzi e fumogeni sulle tribune occupate dai tifosi avversari. Il paradosso è che nella Germania unita gli ultras di Hertha e Union sono diventati nemici, mentre ai tempi del Muro di Berlino andavano insieme in trasferta, per i match di Coppa Uefa, cantando «Hertha e Union, una nazione» oppure «questo muro di merda non ci potrà dividere». È proprio vero: chi non ha memoria non ha futuro.

Adriano Stabile

About Adriano Stabile

Nato a Roma, giornalista professionista freelance e autore di una decina di libri, attualmente collabora con GQ Italia, La Stampa e la rivista Scenografia & Costume. Cura inoltre il sito storiadellaroma.it

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