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Cosa resta del calcio ai tempi dei social?

By 7 Agosto 2019

Distopico e fastidioso. Perché si parla troppo, e troppo poco di calcio

Ci sono quelli che “cinguettano” venti, trenta, cinquanta volte al giorno. Come fanno, dove trovano il tempo, e soprattutto la voglia, rimane un mistero. Meritano ammirazione, sul serio: non è facile confezionare pensieri arguti in sequenza e scriverli e postarli e leggere i commenti e commentare e pensare al nuovo tuit e nel frattempo vedere le partite e leggere e informarsi e un altro cinguettio pronto all’uso, e si ricomincia. I social sono per definizione una bolla, un mondo a parte, diverso, da cui ci si può sentire esclusi se non si accettano le abitudini. Queste abitudini.

In alternativa, è un mondo dal quale ci si può volontariamente escludere, proprio perché queste abitudini sono faticose da accettare. Soprattutto quando l’argomento di discussione è una passione, che così rischia di essere influenzata e annacquata. È un atto protettivo al quale chi ama il calcio, in particolare, dovrebbe forse pensare perché il binomio tra il pallone e i social è forse il peggiore possibile. Il più pericoloso. In Italia, almeno.

Il problema del calcio ai tempi dei social è che i social sono diventati una piazza per il pubblico sfogo in cui non c’è distinzione tra chi fa informazione (o cerca di farla) e chi la commenta, tra chi ci lavora e chi si diletta. Anzi, la distinzione esiste, ma viene ribaltata: gli addetti ai lavori diventano presunti tali, perché sui social i “titoli” non contano e il mestiere nemmeno, e allora tutti gli altri possono sostituirsi e diventare fonti ufficiali, affidabili. Per il semplice fatto che sono conosciute, più conosciute degli addetti ai lavori, o almeno di larga parte di questi ultimi. Sono i cosiddetti “insider”, qualcosa di simile agli “influencer” ma applicato al calcio. Non solo influenzano, ma lo fanno con un tocco di mistero e serietà dovuto alle loro fonti, che solo loro hanno.

L’amico del commercialista della cugina del giocatore ha detto che…” è una formula che ha un valore pari ad una notizia, perché lo ha detto qualcuno che ha un pubblico, e gli si crede sulla fiducia. La regola numero uno è l’alibi: si sa, che un bravo giornalista (o insider) non deve mai svelare la sua fonte. Così nasce la balla chirurgica, ci si può inventare notizie dal nulla, purché siano realistiche, tanto l’affidabilità non è richiesta, non è più un valore. E crescono gli insider perché, a differenza degli addetti ai lavori, hanno meno da perdere, o comunque non si giocano la cosa più preziosa: la reputazione. Chi se la vuole tenere farebbe bene a non occuparsi di mercato in questo modo, perché sui social la guerra potrebbe essere persa in partenza, e dunque dovrebbe svicolare, trovare un nuovo modo di parlarne, a costo di essere catalogato come nerd, uno che se la tira, uno snob che “te la vuole spiegare”, uno della nicchia.

Calcio Social

È un paradosso che nasce dalla diversità: chi nasce sui social, a livello mediatico, acquisisce una popolarità e un pubblico che chi sbarca sui social come ripiego o obbligo non avrà, a meno che non sia già noto ai più attraverso altri canali e una carriera di massimo livello alle spalle. In questo contesto, la miccia che innesca il cortocircuito è il calciomercato, ovvero quel periodo maledetto in cui il calcio giocato sfila in secondo piano. È una micidiale cassa di risonanza degli strilli. Il risultato è che nei mesi estivi, ancor di più che durante l’anno, perde credibilità chi fa informazione semplicemente perché l’informazione fatica ad esistere dal momento che l’oggetto è aria fritta. È un controsenso che lascia spazio ai commenti, il vero argomento del calciomercato, ma che commenti in realtà non sono: sono lamentele ossessive.

Non è che il calciomercato fa schifo di per sé, perché è il momento in cui è lecito sognare, il luogo dove nessuno è vinto ma tutti sono potenziali vincitori, è che fa schifo il suo racconto. Colpa nostra, dei giornalisti che non hanno saputo cambiare in anticipo la narrazione del mercato, ma anche di tutti coloro che quotidianamente dimenticano la necessità di cultura in favore del litigio da bar sport. Il problema è che la domanda alimenta l’offerta: il mercato muove il pubblico, così tutti gli organi di informazione sportiva in estate si occupano prevalentemente di mercato. Gli spettatori e i lettori sono la benzina che alimenta un motore già ingolfato e vanno quindi stimolati, soddisfatti, cibati. Il punto, però, è che viene proposto (non sempre, ma spesso, troppo spesso), cibo spazzatura: per riempire uno spazio eccessivo per l’effettivo ingombro delle notizie, si deve per forza di cose allungare il brodo, inventando notizie, trasformando la voce in un fatto, la dritta in uno scoop. In una parola, tutto fa brodo.

Dice il critico: e allora il giornalista a cosa serve? Risposta: a cercare di riportare la discussione su un piano reale e utile alla cultura del gioco, a ristabilire l’importanza dell’informazione in luogo del dibattito assatanato, un vicolo cieco che non porta a nulla. È un’utopia possibile, per cui vale la pena lottare, per il bene del calcio e dello sport, anche ai tempi dei social. Su queste basi sono stati costruiti alcuni degli ultimi programmi sul calciomercato, che cercano di andare oltre il lancio di notizie e di raccontare perché, di capire, di analizzare, grazie alla presenza di opinionisti di livello, capaci di spremere nozioni dalle supposizioni, di fornire una prospettiva diversa, di alimentare il racconto. Di riportare il calcio dai social, in campo, affinché i social ne siano influenzati positivamente. Perché i social hanno senso e ci devono essere, il punto è usarli in un altro modo, con l’intenzione di raccontare e approfondire, di fare cultura, di crescere, ricordandosi che il calcio è una cosa da prendere sul serio, ma non è una cosa seria.

Calcio Social

La deviazione social è all’ordine del giorno. Un esempio pratico, di queste ore: in tutto questo delirio di insulti social riguardo all’ostinato interesse per Lukaku da parte dell’Inter, in pochi hanno sottolineato il motivo per cui il club nerazzurro è andato all-in per il belga. Ci si limita alla zuffa. Al “nessuno lo sapeva che poteva andare alla Juve ma io l’ho saputo prima di te e quindi io sono un giornalista e tu sei un giornalaio” oppure al “vaffa Marotta che stai facendo”. Proviamoci di più a ragionare sui motivi che hanno portato la Juve vicino a questo attaccante belga, così incatalogabile nel gioco sarriano, così difficile da immaginare nei meccanismi iperconfezionati e ultratecnici del tecnico bianconero, quasi l’opposto di Higuain, il giocatore con cui Sarri ha nobilitato il suo gioco, o di Mertens, perché più finalizzatore che palleggiatore, più abile in profondità che incontro. E quindi, forse, un problema per Cristiano Ronaldo che ha bisogno di un perno attorno al quale girare, su cui appoggiarsi, che occupi spazi e ne liberi altri per lui, non per sé. E allora forse sarebbe utile capire davvero se quella di Paratici è una strategia di disturbo nei confronti dell’Inter, o se è reale, e allora perché Dybala non è ritenuto fondamentale, lui che il ruolo di centravanti lo fece (a Palermo) e potrebbe essere la soluzione più gradita a Maurizio Sarri, per caratteristiche. È un peccato che volino gli stracci anziché la critica intelligente: sarebbe un promemoria per cui alla fine conta il campo, sempre, anche quando il campo è in vacanza e non ne rimane che un riflesso freddo e glaciale, negli hotel dove si parla del mercato e sui social dove riverbera il trambusto.

Il problema, in realtà, è che se anche si racconta il calcio, pur in tempi di calciomercato, ancora in pochi sono disposti ad ascoltare, leggere, approfondire. Sempre di più, a dir la verità, ma ancora pochi. E i social sono la principale prova, il nuovo delirante bar sport virtuale in un paese di 60 milioni di allenatori, ma anche ds, presidenti, team manager, direttori tecnici. Ci fosse più tranquillità, avremmo un calcio migliore e potremmo goderne di più. E avessimo quella stessa veemenza per protestare contro le istituzioni quando crollano i ponti, vivremmo di certo in un paese migliore.

Claudio Savelli

About Claudio Savelli

Giornalista, tra le altre cose. Fa, vede, scrive, tendenzialmente di calcio e sport, ma non solo. È firma di Rivista Undici e Libero, ma non solo. Infatti lo trovate anche qui.

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