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Cosa significa Sarri alla Juventus

By 16 Giugno 2019

La telenovela si è appena conclusa, eppure in tanti hanno già avuto da ridire sul finale. Anche se tutti lo conoscevano da diverse settimane. Anche se, arrivati a questo punto, sperare in un colpo di scena nella sceneggiatura era francamente impossibile.

L’approdo di Sarri alla Juventus è un trasferimento che contiene tanti significati. E come tale è difficile da interpretare, da analizzare. Da una parte ci dice che la Juventus ha capito che per vincere in Europa deve essere quanto di più lontano possibile dalla Juventus che ha vinto in Italia. Deve avere gioco, ritmo, identità. Non basta essere la più forte. Non basta la collezione di figurine da mandare in campo. Ed è stata proprio questa edizione della Champions League a spiegarcelo. Come? Accogliendo in semifinale Ajax, Tottenham, Barcellona e Liverpool. Tutte squadre con un’identità forte, tutte squadre che riconosceresti anche se giocassero senza maglia.

Ma l’approdo di Maurizio Sarri alla Juventus ha soprattutto una forte carica simbolica. E quindi retorica. Che piaccia o no. Troppe le parole pronunciate, troppe le frecciatine scoccate, troppo in evidenza quel dito medio rivolto ai tifosi per far finta di niente. Perché Maurizio Sarri ha costruito la narrazione intorno al suo Napoli, ma soprattutto intorno a se stesso, proprio su questa opposizione continua alla Vecchia Signora. Muro contro muro. Per tre anni.

Una guerra fredda che non ha portato trofei a Napoli ma che ha consegnato al suo allenatore un primato “morale”, lo status di guida a cui lo scudetto era stato sfilato dal solito palazzo, dai poteri forti. Un po’ Come era stato per Zdenek Zeman (che però non era mai arrivato così vicino a un trofeo). Sarri era quello che non si vergognava di dire pubblicamente che il re era nudo. E con lui le polemiche contro il “potere” della Juventus hanno raggiunto un’asprezza mai vista prima.

Sarri Juventus

Proprio come nel 2016, quando durante il ritiro di Dimaro aveva parlato del trasferimento del Pipita in bianconero. «A me hanno girato davvero i coglioni quando esponenti della Juve parlavano di Higuain mentre era un nostro giocatore». E ancora. «Lo scudetto lo abbiamo perso in albergo», aveva detto dopo Inter – Juventus del 2017/2018, riferimento neanche troppo velato all’arbitraggio di Orsato, alle scelte di Luciano Spalleti e alla partita poco “fortunata” di Handanovic.

Il campionario è lungo. «Bisogna fare le maglie a righe per avere un rigore a favore», tuonò dopo un rigore negato contro l’Udinese. «Spero di non giocare mai a Napoli, perché per me sarebbe una esperienza unica e starei troppo a pensare a quello che succede attorno a me e poco alla partita», spiegò prima di un match in Europa League con il Chelsea.  «Andrei fino al Palazzo a prendermi il potere, ma non è così semplice», disse dopo la partita contro il Genoa. Una frase spot, pronta per diventare un gadget. Ora, però, Sarri ha capito che per avere il potere non serve andare fino al Palazzo. Basta passare per Torino. Ha capito che al San Paolo non ci tornerà da semplice avversario, ma da “nemico”. E per lui va bene così.

Ma l’approdo di Maurizio Sarri alla Juventus pone soprattutto un problema lessicale. Perché l’espressione “sono un professionista” rischia di essere un contenitore dentro al quale far finire tutto e il suo contrario. “Sono un professionista” può diventare una gomma buona a cancellare parole che ormai non si scrivono più a penna, ma solo a matita. Basta una firma per far sparire il passato, per smentire se stessi. Perché tanto poi ci sarà tempo per scrivere nuove parole, per dire che si trattava dell’occasione della vita, di un treno che già è tanto se si ferma una volta. E come fai a criticare uno che ha deciso di salirci su quel treno. Sarebbe quanto meno ingeneroso. E in questo Maurizio Sarri non è certo il primo e non sarà certo l’ultimo. «Non mi interessa andare alla Juventus», garantiva Fabio Capello ai tempi della Roma. Salvo poi lasciare Trigoria senza neanche salutare per trasferirsi a Torino. Sono cose che fanno parte del calcio, si dice. Quello che non si dice è che sono cose che fanno parte solo del calcio. E della politica. Due concetti che dovrebbero essere sempre tenuti il più distante possibile.

Ma l’approdo di Maurizio Sarri alla Juventus ci dice che gli allenatori, ormai, sono come gli attori. Sono diventati interpreti di una parte, professionisti (appunto) che cercano di dire ai propri tifosi quello che i tifosi vogliono sentirsi dire. Tutto dura come nelle serie tv: una stagione. Poi o si rinnova o ci si dedica a un altro progetto. Esattamente come gli attori, anche i nostri mister recitano un ruolo, dicono una battuta destinata a diventare un tormentone, sorridono a favore di telecamera. L’importante è passare da una produzione a un’altra. Perché dopo aver recitato il ruolo del buono, fa sempre piacere interpretare il cattivo.

Foto: Getty Images. 

Andrea Romano

About Andrea Romano

Andrea Romano è nato nel giorno in cui van Basten ha esordito con la maglia dell'Ajax. Giornalista, scrive di sport per quotidiani e riviste. I suoi ultimi libri sono "Manicomio Football Club" e "Cantona - The King".

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