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Cuauhtémoc Blanco o dell’istinto di sopravvivenza

By 20 Agosto 2020

La parabola particolare del giocatore più iconico del Messico. Da espressione del barrio in campo fino alla carriera in politica. E poi le accuse di aver commissionato un omicidio, lo sciopero della fame e la battaglia giudiziaria terminata con la sentenza di proscioglimento

6 aprile 2017, notte, fiera di Cuernavaca, l’imprenditore Juan Manuel García Bejarano sta sfilando con le sue guardie del corpo quando viene raggiunto da nove colpi di pistola, grida, terrore, fuggi fuggi, corsa in ospedale, dove un’ora dopo muore. Josè Fierro, l’assassino, si libera dell’arma gettandola in una fioriera, inutile, è arrestato e confessa non solo il delitto ma che gli è stato commissionato per 200.000 pesos da Cuauhtémoc Blanco Bravo, sindaco di Cuernavaca il quale, dopo l’accusa, grida.

Si tratta di dichiarazioni assolutamente infondate ed assurde da parte delle istituzioni di Morelos. Sono profondamente addolorato dall’essere accusato di qualcosa che non ho assolutamente commesso. Ribadisco il mio impegno a lavorare con le agenzie federali per riuscire a capire cosa sia effettivamente successo. Vengo accusato da persone che in questo momento detengono il potere a Morelos”.

Cuauhtemoc Blanco inizia il suo sciopero della fame il 17 December 2016. (EFE/Tony Rivera).

Il sindaco, per protesta, inizia lo sciopero della fame contro le accuse che gli arrivano daglki avversari politici che si avventano sulla sua carcassa provando a distruggerlo ma l’anno dopo, scagionato da ogni accusa, Blanco viene eletto governatore dello stato di Morelos mentre Josè Fierro è condannato a 45 anni di galera; da quando ha smesso di giocare a pallone Blanco è dimagrito, sul campo era gordo, grasso, tozzo, senza collo e con una pancia che lo rendeva sbilenco e proprio brutto nei movimenti. Amatissimo dalla folla, innamorato della sua terra, quando va a giocare nei Chicago Fire la comunità messicana impazzisce per la sua presenza e una volta deve addirittura nascondersi nel bagagliaio di un’auto per sfuggire ai tifosi che lo cercano.

Quelli che amano sono pazzi, soltanto pazzi,
senza Dio e senza diavolo.
Quelli che amano escono dalle loro grotte
tremanti, affamati,
a cacciare fantasmi.
Ridono di quelli che lo sanno tutto,
di quelli che amano per sempre, veracemente,
di quelli che credono nell’amore come una lampada d’olio inesauribile.
Quelli che amano giocano ad afferrare l’acqua,
a tatuare il fumo, a non andarsene.

(Photo by Bob Levey/Getty Images)

L’amore, come è descritto dal poeta messicano Jaime Sabines, è il percorso principale di Blanco, dalla povertà dell’infanzia agli osanna della folla quando scendeva in campo, negli Stati Uniti sarà chiamato “The King” per il talento, la pazzia, l’irriverenza, la litigiosità, la freddezza sotto porta; i passaggi con la schiena verranno battezzati Jorobiña per come si curvava (joroba significa gobba), gli stop di natica diventano la Nalguiña e l’esultanza in ginocchio, a mani distese, diventa il Témo Señal.

Cuauhtémoc Blanco Bravo è un popolo non solo un calciatore, dopo i suoi esordi nell’América passa ai Necaxa, di nuovo all’América dove si trasforma in leggenda per gol e giocate, non resta che trasferirsi in Spagna, al Valladolid, quasi gli spezzano una gamba. gioca poco e non sempre bene, l’Europa è troppo formale per il suo estro, eccesso di schemi e poco spazio agli uomini, non fa per lui; all’América torna più volte, è un richiamo continuo.

Blanco viene da Tepito, uno dei quartieri più pericolosi di Città del Messico, conosce la strada, riconosce le infamie, sul campo non può aver paura di un giocatore di pallone. Ai mondiali del 1998 avviene qualcosa che sfugge al calcio cartesiano europeo, la partita è Corea del sud – Messico. Fascia sinistra, Blanco attende l’arrivo di Lee Min-Sun e del compagno Lee Sang Yoon poi afferra il pallone con entrambi i piedi e salta i due avversari, superandoli – stupore di tutti, incredulità per quel pallone nascosto dalle scarpe.

 (Photo by Stephen Dunn/Getty Images)

In Argentina è chiamata la ranita ma per tutti ormai è Cuauhtemiña, non  è infrazione (palla trattenuta, insomma), è invece il gesto della sopravvivenza e della sfrontatezza, gli avversari in campo diventano i bulli del quartiere, i muri da scavalcare quando sei inseguito, la guapparia pronta a farti a pezzi; viene, dunque, dalla fame e dalla strada, dalla paura e dal fatto che paura non bisogna averne più.

L’uomo senza collo e panzuto è lo stesso che ai Mondiali del 2010 segna su rigore contro la Francia, solo che prende una rincorsa lunghissima, almeno di una decina di metri, che riassume la traiettoria della sua vita come fa Artemio Cruz sul letto di morte nel capolavoro di Carlos Fuentes; il corpo sgraziato di Blanco è la pernacchia edoardiana ai corpi dei calciatori moderni, tutti ormoni e muscoli messi in fila sul vanitosissimo scheletro, è la dimostrazione che Dio esiste pure se le cose sono fatte male; quel nome, poi, Cuauhtémoc, nome dell’ultimo sovrano azteco che si oppose agli spagnoli fino a quando Cortès lo catturò e lo fece uccidere nel 1525, da allora segno di resistenza delle popolazioni amerinde alla prepotenza europea. Per questo, dopo il ritiro a 42 anni nel 2015, Blanco si è candidato col Partito d’Incontro sociale, per stare dalla parte del barrio, dei brutti, dei poveri, di quelli che si fanno polvere bianca come i sepolcri senza preoccuparsi del passato, del presente o del futuro.

(Photo by Jonathan Daniel/Getty Images)

Ciò che fummo e siamo,
i giorni e gli anni, questo istante,
tempo senza peso, pesantezza enorme

Quella pesantezza di cui scrive Octavio Paz che Blanco si è ritrovato addosso non appena ha smesso di giocare, quando da re degli ultimi ha fatto degli ultimi la sua visione del mondo e hanno cominciato a sospettare di lui, a dichiararlo un incapace, un disonesto, un assassino perché la politica è una mosca che si posa su qualunque cosa facendole credere che sia un cadavere.

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