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Curtis Jones, piedi gelati nel petto

By 10 Gennaio 2020

Il gol di Curtis Jones all’Everton nel terzo turno di FA Cup è forse la prima favola calcistica di questo 2020. Ecco come lo street kid di Liverpool è diventato il più giovane marcatore dei Reds nella storia Merseyside derby

Come se qualcosa corresse a piedi nudi dentro al petto. Prendiamo in prestito con diritto di riscatto la sensazione dalla penna dello scrittore svedese Fredrik Backman. Quel brividino lì, insomma. Quando in metropolitana incrociamo lo sguardo di qualcuno che sembra dire sottovoce «sono già innamorato di te, usciamo?», ma in realtà quei due occhi stanno solo cercando di capire se scendere alla prossima o quella dopo, guardando il pannello delle fermate sopra la testa. Insomma, una folgorazione, il numero minimo di volt per cambiare il colore al vostro pomeriggio o, come in questo caso, alla vita intera.

«Dammela, ridammela, eddai, su, muoviti» mimato con le braccia tese verso il basso, verso il pallone ancora tra i piedi di Divock Origi: «Su forza ridammela, bro, che so già cosa fare» urla l’omino del cervello (cit. Fabio De Luigi) di Curtis Julian Jones. Che, come ogni ragazzino di questo pianeta, con il pallone tra i piedi vuole solo metterla all’incrocio. Ad Anfield come nella porta disegnata col gesso sulla saracinesca del garage. All’incrocio. Avete mai sentito qualcuno esibirsi in un «la metto dentro rasoterra»? Domanda retorica. Quando Jones alza la testa, i piedi nudi nel petto stanno già saltellando sul cuore dei 54 mila allo stadio e di quelli al pub pinta in mano.

Il 30 gennaio Curtis va per i diciannove ma non c’è compleanno che tenga a confronto con la festa della vita, 5 gennaio 2020: primo gol con la maglia del Liverpool, all’Everton, nel derby del terzo turno di Fa Cup. All’incrocio, ovvio. Roba che se provi a immaginarla ti prendi a sberle da solo. Invece i tifosi al termine delle interviste lo prendono per balbuziente sui social: «Ma come parla? Siamo sicuri sia originario di Liverpool? Non ha mica l’accento scouse». E in effetti sembra quasi straniero quando sgrana gli occhi mentre scandisce quel suo impercettibile unbelievable, ma a distanza di giorni gli tremeranno anche (e ancora) le orecchie per l’urlo della Kop, altroché: «Ho sognato troppe cose in questi anni che un momento del genere va oltre a qualsiasi sogno».

Innamorarsi del primo gol è per sempre, spalanca confini, apre la finestra della mente sul futuro e il baule della curiosità sul passato. Cos’ha fatto sì che l’indice del destino puntasse dritto su di lui in quel giorno, in quell’esatto momento, in quel modo? Siamo davanti all’androne di un palazzo bellissimo ma solo varcando la soglia possiamo scoprirne i segreti.

Il segreto di Curtis Julian Jones è lo stesso di Wayne Rooney, un altro per cui la supernova del primo gol ha illuminato l’intera carriera. In realtà del primo gol con l’Everton in Premier League, il 19 ottobre 2002, quello a Seaman che ferma l’imbattibilità dell’Arsenal a 30 partite. Ed è anche per questo che i primi due gol in Coppa di Lega con il Wrexham non se li ricorda nemmeno sua moglie Coleen.

Il segreto è scritto nelle strade di Liverpool. In due quartieri che suonano simili ma si trovano agli opposti della città: Croxteth e Toxteth, uno a nord-ovest e l’altro a sud-est, entrambi distanti poco più di tre miglia da Goodison Park e Anfield. Fette di città che sbirciate dal satellite di Google Maps sembrano alveari. Rooney, esempio del working class (football) hero, non l’ha mai nascosto: «Se sono diventato il giocatore che sono, lo devo alle strade del mio quartiere. Lì giocavo e pensavo solo a quello, evitando d’incrociare lo sguardo di gang, droga e pallottole».

(Photo by Clive Brunskill/Getty Images)

When the streets is watching / Blocks keep clocking / Waiting for you to break, make your first mistake / Can’t ignore it canta Jay-Z in uno dei suoi ritornelli più leggendari: attento, la strada ti osserva, aspetta il momento in cui tu inciampi, non puoi fare finta di niente. Con la testa nella palla, dall’altra parte della città, quel ragazzino nato 627 giorni prima del sabato in cui Wazza ci corse nel petto a piedi nudi, indossa con identica fierezza la stessa corazza: «Crescere per le vie di Toxteth mi ha reso un calciatore pieno di fiducia nei propri mezzi, coraggioso, che esattamente quello che vuole fare», cioè metterla nell’angolino alto, senza provarci, semplicemente riuscendoci.

Toxteth non è un posto normale. Chi ci abita preferisce chiamarla Liverpool 8, come il codice postale, non in omaggio a re Gerrard. Da ricca area di commercianti post seconda guerra mondiale a zona di guerriglia urbana e tensioni razziali a inizio anni ‘80. Vieni da lì anche quella leggenda di Robbie Fowler, nato tifoso dell’Everton ma diventato culto dei cugini, a cui Jones ha scippato il titolo di più giovane marcatore dei Reds nella storia Merseyside derby.

«Da piccolo, l’unico campetto in fondo alla mia strada era quello di una scuola elementare – racconta all’Indipendent – e noi la sera scavalcavamo il cancello per giocare oppure portavano le porte in strada finché non scendeva la notte». Nel calcio, nello sport e non solo, è pieno zeppo di storie di street kid, di traiettorie seminate dai sobborghi fino al centro. Fino a dove la vita può cambiare in un amen, nella frazione di un tiro a giro. È un attimo, il poster appeso in cameretta si stacca dal muro e prende le sembianze di un allenatore da abbracciare. Se nasci a Liverpool, rispondi «centrocampista» alla domanda «in che ruolo vorresti giocare?» e hai il sangue reds come la maglia, preghi di fronte all’altare di un solo dio pagano: Liverpool (number) 8, stavolta sì, Steven Gerrard. Che, guarda caso, incrocia il lancio in orbita di Jones, nel settembre 2017, quando diventa allenatore del Liverpool U18.

. (Photo by Clive Brunskill/Getty Images)

C’è il derby, toh, Everton avanti 1-0, all’intervallo. Finché Curtis la ribalta con una doppietta nel secondo tempo e si fionda nelle braccia di Stevie G come un bambino corre incontro al papà di ritorno da un lungo viaggio. Non abbiamo idea se il figlioletto con il numero 48 abbia le capacità e la possibilità di ricalcare anche solo la metà delle orme del padre calcistico, ma nel frattempo i ruoli si sono ribaltati: love it kid posta su Instagram l’ex-capitano dopo il super gol, in un prematuro quanto simbolico passaggio di testimone. Ruoli che si ribaltano, questioni di sguardi, colpo di fulmine, quel brividino lì, sperando solo che il Toxteth boy non scenda alla prossima fermata.

Franco Piantanida

About Franco Piantanida

Giornalista Mediaset, team Tiki Taka. Prima Tutti Convocati (Radio 24) e Gazzetta Tv. Mangio e scrivo di notte e credo nel “momento perfetto per il risveglio, per prendere ciò che è già stato fatto e farlo meglio” (cit)

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