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Dalla porta dell’Ecuador all’inferno

By 18 Ottobre 2020

Cristhian Rafael Mora racconta il suo calvario. Ai Mondiali tedeschi difese la porta del suo Paese con un menisco rotto e oggi, dopo essere stato operato per un tumore al cervello, sogna di poter tornare aa giocare.

“Ho giocato i mondiali con il ginocchio destro che dopo ogni partita si gonfiava come un melone. Non dovevo solo combattere col dolore, ma anche eclissare all’allenatore e ai compagni la mia infermità. Tutta colpa di un menisco rotto. Non l’ho detto a nessuno. Altrimenti non mi avrebbero mai autorizzato a giocare”. Una Coppa del Mondo, soprattutto se sei nato in Ecuador, ti può capitare una sola volta nella vita e certe occasioni vanno prese al volo, anche in condizioni precarie. Ci ha impiegato più di tre lustri Cristhian Rafael Mora, guardiano ecuadoreno al torneo iridato tedesco, a fare coming out, raccontando tutto d’un fiato quel fardello ingombrante che si portava dentro, “e che a volte non mi consentiva neppure di dormire”.

L’Ecuador del timoniere colombiano Luis Fernando Suárez era anche quella del “Tin” Delgado, di Ivan Hurtado e di Ulisses De La Cruz (tutti e tre parlamentari nell’ex governo dell’economista Rafael Correa) e dell’ex “perugino” Iván Kaviedes, una squadra temibile che risultò essere la vera sorpresa della prima fase del mondiale. Perse con Germania (Podolski e doppio Klose) come da pronostico, ma si qualificò al secondo turno dopo aver liquidato il Costarica, e soprattutto la Polonia di Boruc e Smolarek jr.

(Photo by Ross Kinnaird/Getty Images)

Negli ottavi a Stoccarda ecco la sfida impossibile con l’Inghilterra, segnata dal gol vittoria di Beckham su punizione dopo una condotta di gara dei sudamericani davvero magistrale. Lo Spice Boy trovò la via del gol con una delle sue punizioni radiocomandate, ma Rafa Mora ci mise del suo. “Avevo indovinato la traiettoria, ma arrivai in ritardo sul pallone. Oggi lo posso dire e non cerco di sicuro giustificazioni. La spinta sulla mia destra per tentare di deviare la sfera avvenne facendo forza sul ginocchio dolorante. La gamba rispose in maniera approssimativa e il tuffo ne risentì nell’agilità e nella lunghezza”.

Mora si libera dei demoni che l’hanno sequestrato per anni. Forse la squadra di Eriksson avrebbe aperto lo stesso le danze o magari colpito nel cuore della difesa avversaria con Rooney o Lampard, anche se l’azione più pericolosa della gara fu la traversa colpita da Carlos Tenorio con un siluro di destro a Paul Robinson battuto. Si rimane in sospeso con quello che sarebbe potuto essere e che non è stato. Sul piano oggettivo sono considerazioni che non portano da nessuna parte e che non riscrivono l’albo d’oro del mondiale teutonico, ma regalano tinte da “romanzo mondiale” alla storia di Mora.

(Photo by Martin Rose/Bongarts/Getty Images)

Uno che aveva esordito un anno prima in nazionale contro l’Italia, soffocando a Cristiano Lucarelli la gioia del gol su rigore. La nostra era una squadra sperimentale dal retrogusto emigrante. Lippi l’aveva allestita per New York portandosi appresso Brienza, Coppola, Esposito, Langella e Cassetti. Nulla a che vedere con quella che l’anno dopo trionfò a Berlino. Ammette di non ricordarsi il nome di Lucarelli “no puedo precisar el nombre del italiano”, ma in virtù di quella prodezza Mora conservò la maglia da titolare, mettendosi alle spalle, anche con le menzogne sul suo stato di salute, concorrenti agguerriti come Edwin Villafuerte e Damián Lanza.

L’anno dopo sbagliò un paio di partite e dopo solo 15 gare ufficiali in nazionale non venne più chiamato. “Mi preferirono tale Marcelo Elizaga, più vecchio di me, di origini argentine, ma soprattutto senza una stilla di talento”. E’ il coming out che prosegue, condito dal curaro delle frecce che oggi, a fine carriera (le primavere sono 41), dopo aver chiuso difendendo i colori del South China, può permettersi di scagliare con la precisione di un arciere.

(Photo by Christof Koepsel/Bongarts/Getty Images)

Come tutti i portieri, virtualmente da rinchiudere in una sorta di manicomio, alla fine è il Mora guascone a elevarsi. Di tutta la kermesse iridata ricorda e racconta con piacere e malizia un episodio su tutti, quello del controllo antidoping dopo la sfida persa con la Germania a Berlino. “Recordar un urinario? – si domanda – Pues cuando a ese urinario se le suma la imagen de Oliver Kahn. Fui sorteggiato con lui. Ci trovammo di fatto nudi per il prelievo delle urine. Mi sentivo in imbarazzo. Ammetto che era enorme. Khan naturalmente… Che cosa avevate capito?”. Poi ci prende gusto e rincara la dose: “Beckham? Es más chiquito que yo”. Sempre in altezza…

Oggi lotta con un tumore al cervello. E’ stato di recente operato e ha vinto il primo round, ma sa che dovrà affrontare nuove battaglie. Vive nella piccola località di Caluma, in Ecuador, lontano dal pallone, coltivando i suoi campi di pomodori. “Il calcio? Se torno dopo aver sconfitto la bestiaccia lo farò per riprendere posto tra i pali. L’ho giurato a me stesso”.

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