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Dalla porta di servizio

By 26 Gennaio 2021

Calciatori che vanno via dall’Italia come delle stelle, ma che quando tornano in Serie A lo fanno in maniera molto meno scintillante, quasi di nascosto, e a volte anche dopo breve tempo. Ecco i dieci migliori esempi degli ultimi vent’anni

Sta diventando come un genere musicale che non passa mai di moda. La squadra italiana che cede, magari a peso d’oro, un giocatore all’estero; quello va, ma quando torna lo fa quasi di nascosto, e nella maggior parte dei casi con la coda tra le gambe, sinonimo di fallimento o giù di lì. La Serie A come ricostituente, da un po’ di tempo questo tipo di operazioni si accavallano: l’ultimo è Strootman, che dal Marsiglia è rientrato in Italia, al Genoa, in prestito, dopo essere stato venduto per 25 milioni dalla Roma all’OM nel 2018. Andiamo a vedere comunque dieci casi recenti.

 

Adrian Mutu

(Photo by Grazia Neri/Getty Images)

Ascesa e caduta di un enorme talento. Un attaccante straordinario al Parma, con il calcio che gli sgorgava letteralmente dai piedi, gol e assist, tra lui e Adriano, una delle coppie meglio assortite della Serie A del nuovo millennio. Fino a quando non arriva il Chelsea, è l’estate del 2003 e il romeno va in Inghilterra per 19 milioni di euro. Inizio spumeggiante, poi il crollo e dulcis in fundo la squalifica per consumo di cocaina con conseguente licenziamento da parte del club londinese. Un caso più unico che raro. A credere in lui sono rimasti in pochissimi, tra cui la Juventus, che con una gherminella di mercato riesce a parcheggiarlo al Livorno, dove non gioca mai, e poi a tesserarlo. Più porta di servizio di questa, difficile. Piano piano Mutu torna Mutu, alla Juve e alla Fiorentina, ma il Chelsea non si è mai dimenticato il danno d’immagine provocato da quella vicenda della cocaina e arriverà anni dopo una condanna durissima di risarcimento danni: 18 milioni. 

 

Andriy Shevchenko

 (Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

I tifosi del Milan hanno visto due versioni dello stesso giocatore. Il primo Andriy Shevchenko è quello che atterra nell’estate del 1999, acquistato con un blitz societario pochi mesi prima per la modica cifra di 40 miliardi di lire, in anticipo su altri club europei. L’ucraino è semplicemente uno dei migliori attaccanti al mondo e lo dimostra fin da subito, quando diventa capocannoniere del campionato alla prima stagione in rossonero. I gol pioveranno, in Serie A e in Champions League, 173 in 296 partite fino al 2006, quando arriva il Chelsea di Roman Abramovich e si porta via Sheva per 65 milioni di euro, una plusvalenza clamorosa. Pronti via e segna alla prima gara in Inghilterra, il Community Shield contro il Liverpool, baciando anche la nuova maglia, attirandosi gli insulti di molti tifosi milanisti. Con Mourinho l’ucraino non quaglia e lentamente scompare. Dura due anni Shevchenko a Londra prima di tornare, intristito e imbolsito, al Milan, in prestito. Dal 7 è passato a un triste 76, il suo anno di nascita, molto meno iconico. Non segna più in campionato, solo in Coppa Italia e in Coppa Uefa. “Sono contentissimo”, dice, ma più che altro mette tenerezza. 

 

Kakà

(Photo by Claudio Villa/Getty Images)

Non siamo tanto distanti come sensazione rispetto a Shevchenko. Il brasiliano saluta il Milan nel 2009 per 67 milioni di euro, la cessione più remunerativa nella storia del club rossonero, e va al Real Madrid. Da campione immarcabile diventa uno dei tanti, nella rosa dei blancos, peraltro arriva assieme a Cristiano Ronaldo. La sua avventura al Real è contraddittoria, non lega mai con Mourinho e, clamorosamente, nel 2013 torna al Milan gratis. Dopo la canonica nottata madrilena a trattare con il Real Madrid, Adriano Galliani, amministratore delegato rossonero, è raggiante: “Abbiamo tanta voglia di vincere. Faremo grandi cose”. Il Kakà-2, però, è una pallida copia dell’originale. Ha perso velocità, ha perso il guizzo: anche il fisico non risponde più come una volta, quando si fa male all’adduttore, quasi subito, annuncia di voler rinunciare allo stipendio per quel mese in cui dovrà rimanere ai box. Segna 7 gol in campionato e 2 in Champions, indossa la fascia di capitano, ma a fine stagione rescinde il contratto e torna a casa, al San Paolo. 

 

Pablo Osvaldo

(Photo by Dino Panato/Getty Images)

Cosa ci fa un tipo fumantino e sanguigno, uno che ha mollato il calcio a trent’anni per intraprendere una carriera da cantante/chitarrista, sulla costa inglese? Quando Osvaldo lascia la Roma per andare al Southampton di Mauricio Pochettino nell’agosto del 2013 per 15 milioni di euro lui si sfoga così: “Sono andato via perché non sopportavo più l’ambiente in cui stavo vivendo”. E pazienza se aveva segnato una valanga di gol, alcuni dei quali spettacolari. Aria nuova in Premier, un allenatore che lo stimava dai tempi dell’Espanyol, gran voglia di dimostrare le proprie qualità. Risultato? Cessione in prestito alla Juventus dopo sei mesi. Un solo gol in bianconero, ma contro la Roma all’Olimpico. Dopo la Juve, l’Inter, sempre in prestito: mezza stagione, una quasi-rissa con Icardi per via di un passaggio non dato, una scazzottata presunta con Roberto Mancini e altra partenza dalla Serie A, stavolta definitiva. Secondo la stampa britannica il suo acquisto da parte del Southampton è stata “una mossa disastrosa”. 

 

Stevan Jovetic

(Photo by Alex Livesey/Getty Images)

Prima di andare in Premier, al Manchester City, il montenegrino era un’iradiddio. Nonostante un anno intero in infermeria con un ginocchio saltato, Jovetic torna a pieno regime nel 2011 e per due stagioni dà spettacolo, trascinando la Fiorentina con 27 gol in 58 partite. A quel punto le sirene del mercato si sono fatte troppo assordanti e la cessione è inevitabile: per 26 milioni prende il posto nella rosa del City di Carlos Tevez, che nel frattempo si è accasato alla Juventus. Purtroppo dopo due anni sano torna ad essere perseguitato dagli infortuni, “injury-prone”, per dirla come i britannici. L’allenatore Manuel Pellegrini non lo vede proprio, in realtà, nemmeno quando sta bene. Risultato, dopo due anni ai margini, ritorno in Italia, all’Inter di Roberto Mancini. Dopo un inizio promettente con gol all’Atalanta e doppietta al Carpi, ricominciano le panchine e gli infortuni. Verrà ceduto al Siviglia in prestito e poi al Monaco, la sua attuale squadra, anche se ha il contratto in scadenza.  

 

Alessio Cerci

(Photo by Gonzalo Arroyo Moreno/Getty Images)

“Finalmente andiamo nel calcio che conta”. Una frase che è diventata un contrappasso, riletta in questo anno dantesco. A pronunciarla, Federica Riccardi, la compagna di Alessio Cerci, nel settembre 2014. Il suo fidanzato, “l’Henry di Valmontone”, in quel periodo è stato appena acquistato dall’Atletico Madrid, che ha pagato al Torino 14 milioni. E ne ha ben donde, visto che Cerci, seppur reduce da un Mondiale disastroso, dove ha messo piede in campo solo per 21 minuti nella sconfitta contro il Costarica, è reduce da due campionati con i granata da 23 gol e 21 assist. “Essere il migliore esterno della Serie A delle ultime due stagioni non basta – prosegue Federica in un celebre post sui social –. In Italia si va avanti solo con prestiti, vecchie glorie riciclate, stranieri, giocatori che costano zero. I calciatori più forti se vogliono fare qualcosa di importante devono scappare via”. Ecco, Cerci se ne va “nel calcio che conta”, ma da allora nessuno vorrà più pagare qualcosa per il suo cartellino. Prestito al Milan, prestito al Genoa, fine contratto, una stagione al Verona da svincolato, idem quella dopo in Turchia all’Ankaragucu. Le ultime due esperienze dell’ex stella del Torino, alla Salernitana e, attualmente, all’Arezzo. Nel frattempo con Federica Riccardi sono arrivati tre figli, di cui due gemelli. 

 

Mehdi Benatia

(Photo by Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

“L’ho mandato al prato, perchè i cavalli che vincono tanto si mandano al prato a riposare, ci sono delle analogie”. Parole e musica in chiave ippica di Massimiliano Allegri per spiegare la situazione di Benatia nella primavera del 2018, quando la Juventus ha vinto tutto in Italia, campionato e Coppa Italia, con il marocchino protagonista. Avendolo visto comunque in calo, Allegri l’ha lasciato fuori suscitando qualche sorpresa. Benatia comunque alla Juve non è mai stato titolare inamovibile, tra infortuni e, appunto, “prati”. Così come il suo arrivo e la sua partenza sono state notizie di secondo piano, mentre quando era andato via dalla Roma nell’estate 2014 in direzione Bayern Monaco avevamo assistito a una telenovela degna di “Beautiful”. Vado, resto, tira e molla, e alla fine via, in Germania per 26 milioni più 4 di bonus. Un anno solo in giallorosso, da dominatore, ma l’ambizione, chissà, la possibilità di giocare per Pep Guardiola, l’ambizione di vincere molti titoli, tutto questo miscuglio porta Benatia lontano dall’Italia. Al Bayern, in compenso, lo attende spesso la panchina, specie quando in Baviera arriva Mats Hummels. La Juve lo accoglie in prestito nel 2016 per poi acquistarlo definitivamente. 

 

Juan Cuadrado

(Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)

Oggi il colombiano è probabilmente il giocatore più importante, Ronaldo a parte, nella Juventus di Pirlo. La sua creatività, i suoi spunti, il suo essere re della fascia destra, sono tutte caratteristiche che nessuno ha tra i bianconeri. Ve lo ricordate, però, come Cuadrado è arrivato a Torino? Acquistato dal Chelsea dopo un anno di prestito. Il colombiano era finito a Londra dalla Fiorentina nel gennaio 2015 in cambio di 31 milioni più il prestito di Mohamed Salah, ma in Premier era durato come il proverbiale gatto in tangenziale. Una dozzina di presenze agli ordini di José Mourinho, ma più che altro spezzoni di partita: 8 tiri totali di cui 3 in porta e 5 dribbling come numeri migliori. Dopo 6 mesi, nell’estate 2015, il primo prestito alla Juventus, trasformato poi in acquisto a titolo definitivo nel 2017. Da lì in avanti, una crescita continua, anche se via via Cuadrado è diventato sempre meno un giocatore offensivo. Il modo, comunque, con cui il Chelsea (e la Premier in generale) l’aveva rimbalzato dopo averlo accolto spendendo così tanti soldi rimane ancora un mistero. 

 

Javier Pastore

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Povero “Flaco”, bersagliato dagli sfottò su internet e dagli infortuni in serie che l’hanno colpito da quando è tornato in Italia, ceduto dal Paris-Saint Germain. L’affare che lo porta in Francia dal Palermo, 43 milioni, è uno dei punti più alti della strategia di compravendita del duo Zamparini-Sabatini. Pastore, infatti, era arrivato in rosanero per 6.5 milioni dall’Huracan: due stagioni ed è già uno dei pezzi più pregiati del mercato, conteso dai migliori club europei. A Parigi l’argentino viaggia in maniera altalenante, parte fortissimo e si spegne piano piano. Nel 2018 su di lui punta la Roma di Monchi, che lo definisce “il giocatore di maggior qualità che io abbia mai acquistato”. E non è un affare di poco conto, sono 26.5 milioni per un calciatore che ad oggi è scomparso da qualsiasi rotazione e progetto, soldi che hanno affossato i conti del club giallorosso. 

 

Balde Keita

(Photo by Paolo Rattini/Getty Images)

Non c’è bisogno di tornare in Italia da trentenne, specie se hai iniziato col professionismo quando eri ancora in fasce. È il caso di Keita, esploso con la Lazio e ceduto per 30 milioni, una cifra ricorrente in questo elenco, al Monaco nell’estate del 2017. Il senegalese nato in Spagna all’epoca ha 22 anni, tutta la carriera davanti, ma nel Principato, chiamato di fatto a sostituire Mbappé nel frattempo ceduto al Psg, colleziona fiaschi. Dodici mesi dopo è prestato all’Inter: parecchi problemi fisici e solo 5 gol. Di nuovo al Monaco, non va meglio, il suo stipendio mensile da 340mila euro viene smollato, dallo scorso settembre, alla Sampdoria. Un altro prestito per Keita, il cui contratto con il club del Principato scade nel 2022. 

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