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Dejan Kulusevski, grande in mezzo ai grandi

By 5 Agosto 2020

Tutto quello che c’è dentro il vincitore del premio di Miglior giovane della Serie A 2019/2020. Dejan Kulusevski, il ragazzo che surfa la sua ambizione prima ancora del suo talento.

L’anima cosmopolita, le idee talmente chiare da essere trasparenti, l’autostima livello Achille Lauro, i movimenti già grandi come il fisico. Miglior giovane della Serie A 2019/2020 recita il premio, un campionato che ha migliorato lui, che lui ha migliorato. Dejan Kulusevski è diventato un mood, una corsa su due corsie tra “io l’avevo visto già con l’Atalanta” e “io l’ho preso a 1 al fantacalcio”. Tutti ne vogliono un pezzo, possibilmente il sinistro. È diventato l’argomento calcistico del momento in Italia, quello da intenditori, quello di cui chiunque vuole parlare, il motivo principale per vedere le partite del Parma in questa stagione. Ma ci sono un sacco di altre cose che vanno oltre.
Dentro tutto questo c’è un talento giovane, liberato in maniera quasi irresponsabile da un ragazzo giovane, che si divide tra Dejan e Kulusevski.
Dejan è per pochi, è quello che ascolta Polo G “perché è un duemila come me”, quello che ha appena preso la patente, a campionato finito, appena ha avuto il tempo, perché tanto era un duemila che andava a duemila all’ora anche senza macchina. Dejan è quello che non ha dimenticato i suoi compagni nelle giovanili dell’Atalanta, con cui ha condiviso i giorni di scuola in Italia capendo poco o nulla di quello che diceva il professore, perché non lo diceva nè in svedese nè in macedone. Dejan è quello che oggi di quegli amici ti dice “io sogno di giocare in una grande squadra con loro”. Tutti insieme, con quelli che gli hanno fatto da famiglia quando ha dovuto salutare la sua, lasciandola lontana, che era ancora un bambino.

(Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)

Ma soprattutto Dejan è timido fuori dal campo, abbassa lo sguardo, si imbarazza se gli esce qualche brufolo di troppo, gira con lo zaino, gioca tanto alla PlayStation, più Nba che Fifa, inghiotte partite di calcio una dietro l’altra perché si migliora nella testa guardando, prima ancora che sul campo giocando. Dejan si emoziona per un messaggio di complimenti del suo capitano Bruno Alves, si affeziona a chi lo aiuta a crescere, a Hernani e Brugman più di tutti nel Parma, a D’Aversa che lo ha valorizzato, a chi riempie il suo tempo in maniera positiva, ad Andrea Rinaldi scomparso a maggio, che aveva giocato con lui nelle giovanili dell’Atalanta. Si affeziona a chiunque gli dia o gli abbia dato qualcosa, come fanno quelli che sanno assorbire.
Davanti a Dejan c’è Kulusevski, quella specie di robot che se fosse un hashtag sarebbe #bornforthis, nato per questo, per giocare a calcio. Che con la palla in Serie A è arrogante e strafottente quanto Achille Lauro sul palco di Sanremo dicevamo, il livello d’autostima è quello lì, solo che uno lo dimostra spogliandosi e l’altro segnando e mostrando i muscoli, spogliandosi d’umiltà insomma. Kulusevski ha aspettato questo momento, il suo, per anni. Voleva la luce accesa, il palco a disposizione e poi showtime. Il momento della verità. Kulusevski ha una testa diversa, sogni talmente grandi che non stanno negli armadi, altro che cassetti. Una determinazione nel raggiungerli che straccia la sua carta d’identità.
Kulusevski

Foto Andrea Bressanutti/LaPresse

 

Kulusevski non ha distrazioni, non gli interessa la discoteca, la serata, è un nerd dello sport, primo investitore di sè stesso, che piuttosto che uscire e far tardi preferisce leggere la biografia di Bryant per iniettarsi la Mamba Mentality. Kulusevski si è divorato The Last Dance su Netflix, perché vuole diventare il più forte di tutti ma prima deve capire come farlo. Kulusevski è ossessionato dalla sua ambizione, è diventato un perfezionista. Kulusevski masticava il chewingum all’inizio delle partite e al primo passaggio sbagliato lo sputava via, questione di scaramanzia. Poi è arrivato il suo preparatore fisico e gli ha detto che quegli zuccheri poteva evitarseli se voleva curare al meglio il suo corpo, che quella masticazione non gli faceva bene, così ha smesso di mangiare il chewingum. Ha cancellato… la gomma.
Kulusevski vuole sembrare grande in mezzo ai grandi anche se nell’età non lo è ancora, da quando davanti alla tv con suo papà vide durante una partita di Premier League, campionato più seguito in Svezia, l’esordio sbruffone nel Manchester United di Adnan Januzaj, con una maglia rossa numero 44. Da lì decise di spalmarsi quel numero sulle spalle, pensando, testualmente, “quando giocherò tra i grandi voglio farlo senza paura, come quello lì”. Oggi che quello lì, Januzaj, sul mercato vale un terzo di lui (nonostante un ottimo campionato con la Real Sociedad e un gol valso l’Europa) Kulusevski ha salutato Parma e in Europa giocherà con la Juventus. Giocherà con Buffon, anche se l’Italia del 2006 neanche se la ricorda. Giocherà con il bianconero ma chissà in che ruolo, chissà recitando quale ruolo, chissà se subito o più in là. Una cosa è certa: conosce già il gioco di Sarri, l’ha studiato inconsciamente a furia di guardare partite del suo idolo assoluto, Eden Hazard, in quell’anno al Chelsea. Un aggiornamento professionale involontario che oggi vale oro.
Kulusevski

Foto Massimo Paolone/LaPresse

Sui social scrive in uno slang americano da rapper, in campo parla pulito, linee dritte, se deve abbreviare lo fa con i tempi di una giocata, se deve accelerare lo fa strappando con quelle gambe potenti. I numeri e i record ormai sono stranoti, quelli si possono leggere ovunque. I +3 o +1 al fantacalcio sono la parte più superficiale, il giochino di uno che ama talmente tanto quello che fa da venerarlo molto più di un semplice gioco. È tutta la mentalità che c’è dietro che forse è meno nota e che lo rende speciale. La voglia di lasciare il segno, di “spaccare”, direbbero i suoi coetanei. E uno svedese che riesce a far parlare di sè nel campionato dove gioca il Re di Svezia, Re Zlatan, ha già spaccato di brutto.
Unendo Dejan e Kulusevski esce una stagione così, da miglior giovane del campionato, da esordio in nazionale maggiore svedese, da tormentone raffinato, non dozzinale.
Come un pezzo di Achille Lauro. Il carattere che diventa car-arte-re, espressione artistica della personalità.

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