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Dieci gregari per dieci scudetti

By 3 Maggio 2021

Negli ultimi cinquant’anni quante volte la Serie A è stata decisa sul filo di lana da gol di attori non protagonisti, se non da vere e proprie meteore. Abbiamo scelto i migliori

 

Dieci, cento, mille Matteo Darmian: il terzino dell’Inter neo-campione d’Italia come sinonimo di “protagonista a sorpresa per la conquista di uno scudetto”. Dieci, cento, mille gregari diventati fondamentali per vincere un campionato; di casi simili ne abbiamo avuti diversi negli ultimi 50 anni. Ne abbiamo selezionati, appunto, dieci, in cui l’apporto di un protagonista a sorpresa è stato decisivo. A differenza di questo, vinto piuttosto agevolmente dall’Inter, la scelta è ricaduta su tornei conclusi in volata.

 

Antonello Cuccureddu (Juventus, 1972-1973)

©Ravezzani/Lapresse Archivio storico

“Ma come fa uno che si chiama Cuccureddu a giocare nella Juve?”, raccontano le leggende metropolitane che l’avvocato Agnelli si fosse sfogato così con il presidente Boniperti. E invece può, eccome. Può addirittura decidere un campionato. È il giorno della “Fatal Verona”: il Milan stremato che viene piallato dall’Hellas, squadra senza ambizioni di classifica, ma che semplicemente si regge in piedi a differenza dei rossoneri, reduci dalla battaglia vincente di Salonicco contro il Leeds, nella finale di Coppa delle Coppe. Eppure fino al 42′ della ripresa di quel 20 maggio 1973 c’è un incredibile situazione di classifica con tre squadre appaiate in vetta: il Milan, nonostante tutto, assieme alla Juventus e alla Lazio a quota 44. I bianconeri stanno pareggiando contro la Roma all’Olimpico e la Lazio è sullo 0-0 a Napoli. Basta un gol per spostare gli equilibri e lo realizza Antonello Cuccureddu, l’universale per eccellenza del calcio italiano, uno che ha giocato in tutte le posizioni del campo tranne il portiere e il centravanti (per la cronaca quel giorno indossa la maglia numero 2). Cross di Causio dalla destra, respinta corta della difesa romanista e siluro sotto la traversa del sardo, che in campionato non aveva ancora segnato e che non andava a bersaglio da due anni e mezzo. Juventus che mette la freccia e vince lo scudetto, anche perché nel frattempo anche la Lazio perde contro il Napoli. “Calciai con gli occhi chiusi e quando li riaprii mi trovai abbracciato da tutti i compagni”, ricorderà Cuccureddu.

 

Sergio Gori (Juventus, 1976-1977)

Pilastro del Cagliari scudettato del 1970 accanto a Gigi Riva e in precedenza giovane virgulto della Grande Inter di Helenio Herrera (di cui è pure tifoso), Sergio “Bobo” Gori finisce alla Juventus nel 1975, dove si ritaglia un discreto spazio da titolare assieme a Bettega. La Signora arriva seconda dietro al Torino, ma quando per rinforzarsi in attacco aggiunge Boninsegna, dando Anastasi all’Inter come contropartita, Gori si accomoda sempre di più in panchina. Il campionato successivo è una strepitosa corsa a due, un derby di Torino lungo 30 partite che si risolve per un punto a favore dei bianconeri. A tre giornate dalla fine c’è sempre una lunghezza tra Juve e granata e il calendario propone la sfida incrociata sull’asse Milano-Torino, con gli uomini di Trapattoni impegnati a San Siro contro l’Inter, terza seppur distanziatissima. Manca Boninsegna per una contusione alla caviglia destra, però, rimediata pochi giorni prima nella finale d’andata di Coppa Uefa contro l’Athletic Bilbao. E allora tocca a Gori indossare la maglia numero 9: mai in stagione Bobo è stato titolare, al massimo ha disputato sei spezzoni di partita, ma gli basta un cross di Causio, bucato da Bini, per segnare l’1-0. Primo e unico gol di quella stagione per lui, un gol che celebra con moderazione. Arriverà il 2-0 di Tardelli, mentre il Torino con lo stesso risultato batte il Milan e si mantiene a un punto dalla Juventus, distanza che rimarrà invariata fino alla fine. Scudetto ai bianconeri e Gori diventa il terzo calciatore nella storia della Serie A dopo Giovanni Ferrari e Filippo Cavalli a vincere il tricolore con tre squadre diverse: Juve, Cagliari e Inter.

 

Giuseppe Galderisi (Juventus, 1981-82)

Papi/LaPresse Storico

Un altro attaccante di riserva, anche questo caso è ancora più clamoroso di Gori. Sì, perché Galderisi nell’autunno-inverno del 1982 è il centravanti della Primavera della Juventus. Fa dentro e fuori con la prima squadra soprattutto da quando Bettega si sfascia una caviglia contro l’Anderlecht in Coppa Campioni, chiudendo lì stagione e carriera, e gli altri attaccanti, Virdis e Marocchino, non convincono. Regala la prima vittoria ai bianconeri il 4 gennaio 1982, entrando al posto di Tardelli e ribadendo in rete una corta respinta del portiere Borin. Un vero predatore d’area alla Paolo Rossi, a cui per certi versi assomiglia: un “Pablito” che in quel periodo sta ancora scontando la squalifica per il Totonero. Finita? Macché, mentre l’Italia inizia a conoscere il non ancora 19enne “Nanu”, come viene soprannominato per la sua statura non da corazziere, ha già segnato altri due gol, al Catanzaro, due settimane dopo, quelli che sbloccano la partita. Il vero capolavoro, però, la gara che fa gridare al predestinato, è quella contro il Milan del 14 febbraio: stavolta, come in un crescendo, Galderisi piazza addirittura una tripletta nel 3-2 finale. È una sorta di uno-contro-tutti, i rossoneri pareggiano due volte prima di arrendersi alla terza zampata dell’attaccante, richiamato appositamente dal Torneo di Viareggio, dov’era impegnato con la Primavera bianconera. “Sei troppo in forma, ci servi qua”, gli dice Trapattoni, ripagato, appunto con una tripletta. Sei gol in 42 giorni per questo nuovo fenomeno, che presto, però, ritorna tra i ranghi. Non prima di aver strappato battute all’avvocato Agnelli (“Mi ricorda Anastasi”) e allo stesso Paolo Rossi (“Adesso mi cederanno”). Sei gol per sei punti, tutti buoni per la vittoria dello scudetto in volata sulla Fiorentina.

 

Giancarlo Corradini (Napoli, 1989-90)

LaPresse Torino/Archivio storico

Due gol in sei stagioni per Giancarlo Corradini al Napoli. Ne aveva segnati di più al Torino, sei. Quelli in maglia azzurra, però, sono di una pesantezza incalcolabile: da scudetto, appunto, nell’anno del tricolore. Entrambi arrivano in partite agoniche, in cui il Napoli a tempo quasi scaduto sta perdendo o pareggiando, e che quindi valgono due punti-extra. In un campionato vinto con due punti di vantaggio sul Milan, capite anche voi l’importanza. Il primo colpo Corradini lo batte alla quinta giornata, “sporcando” un pomeriggio al limite della divinità di Roberto Baggio, che segna uno dei suoi gol più belli, partendo dalla propria trequarti e scartando anche il portiere. A mezz’ora dalla fine il Napoli è sotto 0-2 al San Paolo contro la Fiorentina e Maradona ha (cosa rarissima nella sua carriera) sbagliato addirittura un rigore. Ce n’è abbastanza per considerare questa partita stregata, ma un’autorete di Pioli e una zampata di Careca riportano il risultato in parità. Sembra finita, però c’è spazio per un cross di Maradona da corner che trova la testa di Corradini, solissimo nell’area piccola: inzuccata da due passi e 3-2. Il secondo miracolo del difensore emiliano, a Udine alla seconda di ritorno: all’86’ i friulani sono avanti 2-0, ma Zola guadagna un rigore e Maradona lo trasforma, poi il fantasista sardo di testa (!) costringe Abate a una respinta corta su cui si avventa il difensore, entrato al posto dell’infortunato Renica. Siamo al 92′ e il Napoli con questo pareggio tiene dietro l’Inter di un punto e la Sampdoria di due. Zola, anni dopo, quando andrà ad allenare il Watford, chiamerà Corradini come suo vice: ricordi felici di un passato indimenticabile.

 

Bruno N’Gotty (Milan, 1998-99)

Più che un solo giocatore, una partita-simbolo di quel campionato vinto dai rossoneri con una clamorosa rimonta ai danni della Lazio: Bologna-Milan, prima di ritorno, 24 gennaio 1999. Gli uomini di Zaccheroni sono addirittura quarti in quel momento, senza Weah, Boban, Helveg e con un portiere al debutto in Serie A, Christian Abbiati. In attacco devono giocare titolari Leonardo e Morfeo, accanto a Bierhoff. Non si mette bene per il Milan, punito due volte da Beppe Signori: è comunque 2-1 perché nel mezzo c’è stato il lampo di Andrés Guglielminpietro detto Guly, argentino semi-sconosciuto arrivato dal Gimnasia y Esgrima di La Plata come attaccante esterno e riciclatosi laterale, a destra o a sinistra cambia poco, a centrocampo nel 3-4-3 di “Zac”. Il pareggio è un autogol di Magoni su tiro di Morfeo da posizione impossibile, grasso che cola per un Milan che manda in campo il sedicenne Mohamed Aliyu Datti a un certo punto in attacco, sotto gli occhi di un tifoso d’eccezione come Marco Pantani. Zaccheroni butta dentro anche Bruno N’Gotty, francese che a inizio stagione era il terzo centrale di destra di difesa, ma che era stato sorpassato  nelle gerarchie da Luigi Sala, più adatto al 3-4-3, a formare una retroguardia totalmente lombarda assieme ad Abbiati, Costacurta e Maldini. N’Gotty è un po’ macchinoso, ma ha un’arma a sorpresa: tira benissimo le punizioni. L’ha dimostrato quando, al Psg, aveva risolto una finale di Coppa delle Coppe, nientemeno, contro l’Austria Vienna nel 1996: fucilata da 35 metri e primo (nonché unico, al momento) trofeo internazionale per i parigini. Antonioli forse non conosce questa mossa di N’Gotty, perché non mette benissimo la barriera quando il francese calcia dal limite una punizione conquistata da Aliyu: la rasoiata di Bruno finisce in rete per il delirio rossonero. Una vittoria che lì per lì non significa molto, ma che pesata a fine campionato, con la vittoria per un punto sulla Lazio, assumerà un valore enorme. N’Gotty naturalmente non segnerà più col Milan.

 

Giuseppe Pancaro (Lazio, 1999-2000)

Rosi/LaPresse

La Lazio si rifà un anno dopo, comunque, in un altro campionato-thriller, risoltosi all’ultima giornata. In una rosa lunghissima per l’epoca e imbottita di fenomeni, reti pesanti arrivano dai meno pubblicizzati. Un nome che ricorre, con pochi gol ma fondamentali, è quello di Giuseppe “Pippo” Pancaro, terzino sinistro dal pedigree realizzativo piuttosto altalenante: da quando è alla Lazio, dal 1996, ha segnato solo una volta, ma in quella stagione trova tre gol di cui due “da scudetto”, perché danno ai biancocelesti due punti che si riveleranno fondamentali. Curiosamente entrambi contro l’Inter: all’andata corregge in mischia al 90′ una punizione calciata dalla sinistra, mentre al ritorno con i nerazzurri avanti 2-0 all’Olimpico completa la rimonta con un colpo da biliardo tutt’altro che semplice seppur a porta vuota dopo un frontale tra Peruzzi e Simone Inzaghi. La Juve vola a 6 punti, ma all’ultima giornata sorrideranno i biancocelesti.

 

Hidetoshi Nakata (Roma, 2000-01)

LaPresse/Falzone

Come classe e talento, forse “il meno gregario” di questo elenco. Ma nella Roma di Totti, Batistuta, Montella e Delvecchio non solo non è titolare, ma è persino di troppo, visto che i giallorossi hanno troppi stranieri extracomunitari in rosa per le regole del campionato, che ne concede al massimo tre. Gli intoccabili sono Emerson a centrocampo e la coppia Cafu-Samuel in difesa: per Nakata solo tribuna e scampoli di partita quando manca uno dei tre titolari, ma il giapponese strappato al Perugia per 32 miliardi immalinconisce in giallorosso aspettando un’occasione che sembra non arrivare mai. Fino a quando, a pochi giorni dallo scontro diretto contro la Juventus, il 6 maggio del 2001, cambiano le regole: si possono schierare tutti gli extracomunitari. E allora “Hide” va quantomeno in panchina, ma il tridente non si discute, a partire da Totti, che gioca nel suo stesso ruolo. Invece con la Juventus avanti 2-0, lanciata a -3 dalla Roma capolista, Fabio Capello compie una scelta lievemente impopolare, ma che ritiene necessaria: fuori il capitano e dentro Nakata. Ha ragione lui, perché il giapponese accorcia le distanze con un missile da fuori area e propizia il pareggio di Montella con un’altra rasoiata. È un 2-2 che non passa via senza polemiche vista la decisione di cambiare le regole a campionato in corso, ma che di fatto spiana la strada allo scudetto giallorosso.

 

Enzo Maresca (Juventus, 2001-02)

D’Alberto/LaPresse.

Niente di meglio di un gol nel derby per entrare nella storia. Che derby, peraltro, in quella stagione a Torino: all’andata il 3-3 da 3-0 per la Juve con il rigore sbagliato da Salas e “provocato” dalla buchetta scavata da Maspero sul dischetto, al ritorno un’altalena di emozioni sconsigliata ai cardiopatici. Finisce 2-2 e l’ultimo gol è di Enzo Maresca, di testa, a un minuto dalla fine. L’esultanza è di quelle che non si dimenticano, correndo facendo con le dita le corna di un toro, scimmiottando la celebrazione di poco prima di Marco Ferrante, autore dell’1-1, sotto la Curva Maratona. Maresca è entrato al posto di Davids, gioca pochissimo in quella Juve di Marcello Lippi per scelta tecnica o per infortuni: segna solo quel gol, che dà ai bianconeri un pari insperato, ma che risulterà decisivo a fine campionato, quando il titolo verrà vinto dalla Signora esattamente per un punto davanti alla Roma. E con l’Inter inabissatasi a Roma contro la Lazio, il 5 maggio. Maresca avrà in generale poca fortuna in Italia, molto meglio al Siviglia con cui vincerà addirittura due volte la Coppa Uefa.

 

Javier Zanetti (Inter, 2006-07)

©Novelli Stefano – LaPresse

C’è stato qualcuno nell’Inter più gregario, seppur di lusso, del capitano? Inutile star qui a rimarcare tutti i traguardi di Zanetti in nerazzurro: di certo si può dire che ha segnato poco, non era nemmeno il suo mestiere onestamente, però quando ci è riuscito è stato una sentenza. L’ultimo dei 12 gol realizzati dall’argentino con l’Inter ha, a conti fatti, deciso uno scudetto: 27 febbraio 2008, a San Siro arriva la Roma, distanziata di nove punti in un campionato fin lì dominato dai ragazzi di Mancini. Segna Totti su cross di Tonetto, i giallorossi prendono in mano la partita senza trovare il raddoppio, però, e rimangono in dieci per l’espulsione di Mexes. A due minuti dal termine palla vagante al limite dell’area romanista su cui piomba Zanetti, controllo a seguire e destro all’angolino. E poi via, a esultare correndo, come se la partita fosse appena iniziata e non quasi finita. Un pareggio che mantiene l’Inter in vetta con 9 punti sui rivali, distanza che si accorcerà fino a una sola lunghezza. Anzi, fino all’effimero sorpasso all’ultima giornata, quando la Roma va in vantaggio con Vucinic a Catania e per un’ora è campione d’Italia; prima che Ibrahimovic, sotto il diluvio di Parma, riporti lo scudetto sotto la Madonnina.

 

Walter Samuel (Inter, 2009-10)

Jonathan Moscrop – LaPresse

Che gusto avrebbe uno scudetto senza almeno una partita folle? Anche se sei una squadra fortissima, come l’Inter del Triplete, capace di tenere testa al Barcellona e addirittura batterlo, ma che in una fredda e piovosa serata d’inverno rischia di perdere in casa contro il Siena, ultimo in classifica. È l’88’ e i toscani allenati da Alberto Malesani sono avanti 3-2 con doppietta di Maccarone e gol di Ekdal. Mourinho ha gettato nella mischia tutte le sue carte offensive, compresi i giovani Arnautovic e Stevanovic. Non c’è più nulla da difendere, l’Inter si riversa in attacco e con una punizione da 30 metri Sneijder segna la sua doppietta e soprattutto il 3-3. L’altro gol nerazzurro è stato di Milito, ma ci vuole un altro argentino, un protagonista a sorpresa, per il sorpasso all’ultima curva, al 93′: è Walter Samuel, che in quel finale convulso fa il centravanti aggiunto. E come un centravanti riceve sul filo del fuorigioco, si gira e di sinistro segna il 4-3, su grande assist di Pandev. Sono due, forse tre, punti extra per l’Inter, fieno in cascina per uno scudetto che arriverà come nel 2008 all’ultima giornata, a Siena, nella gara di ritorno, azzerando le velleità della Roma.

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