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Diego Simeone vive per l’adrenalina

By 12 Marzo 2020

Diego Simeone è il re della corrente elettrica emotiva, che alza e abbassa a seconda delle partite e delle situazioni, in un esercizio egoistico, perché vorrebbe giocare ancora alla ricerca dell’adrenalina

Un barbaro che urla, gesticola, aizza, e riesce a controllare campo e spalti, calciatori e i tifosi allo stesso modo, con un unico intento: dirigere il presente. Un direttore d’orchestra con un piglio dittatoriale, un ginnasiarca nueva versión: Diego Simeone è l’Attila e il von Karajan del tempo presente, perché nel presente c’è l’adrenalina, di cui si nutre fin da quando a scuola amava essere interrogato quando non era preparatissimo, affrontare quella che era già una fase difensiva, lo gasava. Arrampicarsi sugli specchi a difesa del poco che aveva e sapeva. Era già tutto lì.

E poi, come tutti i barbari, è uno che sta e si sente fuoriposto: sta, perché è oltre nei comportamenti, vale tutto per lui, più di José Mourinho, perché votato alla vittoria con tecnica da guerriglia che sia linguistica, gestuale oltre che tattica; e si sente perché distante dagli altri: non elegante come Carlo Ancelotti, non combaciante col buonismo di Pep Guardiola, e nemmeno con l’algida perfezione vittoriosa di Zinedine Zidane; in pratica Simeone è un dispari, che sta all’opposizione dei coachstar, e rompe le scatole, uno fuori dall’arco-calcistico per l’esuberanza, ma per un paradosso è uno perfettamente dentro le radici del pallone per il linguaggio delle sue squadre. Anzi, ne rappresenta l’aristocrazia, periferica, solo perché gli manca la Champions League, sfiorata ma non afferrata.

(Photo by Michael Regan – UEFA/UEFA via Getty Images)

La sua forza è la dilatazione per come riesce a farsi corpo con le sue squadre e poi molla e muro e trincea, in una camaleontica adattabilità strategica: sapendo distendersi con precisione, perché Diego Simeone è un flessibile che passa per reazionario: “Está claro que a mí no me conforma nada. Nada me conforma”. Per capire, prima dell’Atlético Madrid, il tecnico Simeone, non bisogna guardare alle vittorie con Estudiantes e River Plate, ma al secondo posto col Racing nel 2011 e al tredicesimo col Catania (dove fece in tempo anche a sistemare la posizione in campo del Papu Gómez), due imprese non facili dove si genera la sostanza di un allenatore divenuto aggettivo e non per moda o fascino, ma per vittorie.

Il mondo di Diego Simeone sta tra l’aggressività barbara, la voglia di andare a far cadere giganti – come ha appena fatto col Liverpool di Jürgen Klopp ad Anfield – e la costanza da gesuita. Simeone che ora in Liga si sta riprendendo da una stagione di assestamento, alla fine, anche se partono pezzi significativi della sua storia all’Atlético (Godín, Juanfrán, Filipe Luis, Lucas Hernández, Rodri, Griezmann) e ne arrivano altri da sgrezzare (Joao Felix per tutti) non si preoccupa mentre perde ma ripete che «Vincere aiuta a vincere».

Diego Simeone

(Photo by Julian Finney/Getty Images)

Non perché abbia letto Carlo M. Cipolla quando dice che «succede spesso nella vita degli uomini, e anche nella storia delle società umane, che a un colpo di fortuna segua inspiegabilmente tutta una serie di successivi colpi di fortuna», ma perché ha fede, metodo e un grande portiere – Jan Oblak – e affronta il quotidiano con voracità. Non si abbatte, avendo una casa dove tornare e dentro quella casa ha delle idee forti, in questo è un John Wayne del pallone, e non fa nulla per nasconderlo, non ha fragilità ma solo forza, non ha dubbi ma solo principi, non ha lamenti ma solo bellicosità, ed ha dalla sua che non deve fare bella figura, perché è quello che se ne fotte del bel gioco, non deve apparire nella rubrica di Jorge Valdano su El Pais, né far innamorare quelli come Lele Adani, a lui interessano solo l’ora e l’adesso, quindi i suoi tifosi, che lui ha portato fuori dal compiacimento della sconfitta, togliendo loro la coperta di Linus della sfiga, poi certo il dna pure delle squadre non scherza, ma lui sta combattendo e per ora è in vantaggio sulla storia dell’Atlético Madrid.

Le origini di Diego Simeone allenatore stanno in quello che considera un padre futbolístico: Carlos Bilardo che lo fece debuttare con la Selecciòn nel 1988 ripetendogli: «Jugar bien es ganar», avendo appreso la lezione da Zubeldía suo allenatore all’Estudiantes: «Non arrivi alla gloria attraverso un sentiero di rose», ed ecco che appaiono Simeone e le sue squadre. Il resto è tenuta ed enfatizzazione. Il calcio gli riempie la vita, i giornalisti spagnoli che ci sono stati dicono che ci sono lavagne anche in bagno, dove continua a disegnare schemi e a pensare strategie, in una macinazione continua di pallone: cercando la migliore difesa con un assedio di pensiero. E ci riesce con abitudini monacali, basta vedere i colori che ricorrono nei suoi completi (perlopiù neri), o la metodicità che mette nelle sue giornate, sempre gli stessi gesti e le stesse scelte come risposte binarie per l’allenamento o le partite, la corsa o il caffè a digiuno al mattino prima dei voli, ricordando il samurai – che pure vestiva sempre di nero – di “Ghost Dog” di Jim Jarmusch.

Diego Simeone

LaPresse.

Diego Simeone vive sulla linea laterale del campo travalicandola di continuo con la voce e le braccia e spesso con i piedi: deve esserci, è una presenza che aleggia sulle teste di quelli in campo, come quando giocava senza lesinare sforzi, non si può prescindere da lui, e se ne accorgono tutti, perché è impossibile che sia indifferente, soprattutto ai suoi: ai quali chiede il sacrificio fino al logorio, l’immolazione costante per la vittoria, niente conta come la battaglia in corso, e per avere la meglio le prova tutte: dall’arroganza al coinvolgimento sporco, senza mediazione alcuna, genuino, nel tentativo di trasmettere il comando e la passione.

Martella ogni angolo dello stadio figuriamoci i calciatori, cominciando giorni prima, per questo riesce a tirar fuori dai suoi una compattezza invidiabile, senza estetismi, uno scultore di gesti essenziali. A Madrid ha creato il volksgeist della squadra, che per brevità tutti dicono cholismo, ma sarebbe giusto parlare di spirito di una nazione a difesa di una porta mentre aspetta di attaccare quella avversaria: “un equipo molesto” con una identità dispari. Non lasciando spazio, asfissiando i suoi – fin dall’allenamento – nella convinzione che poi loro ricambieranno la cortesia alle squadre avversarie.

E su tutto c’è la gestione delle emozioni al pari della tecnica e della tattica, qua c’è lo scarto con gli altri, Simeone si fa direttore d’orchestra dell’animo dei suoi calciatori, ai quali parla dell’importanza della maturità e dell’immaturità emotiva di un club quando perde pezzi o li cambia per sopraggiunti limiti d’età. Tutti ci apparteniamo fino a quando siamo indispensabili, dopo ci apparteniamo comunque ma nelle idee e nei metodi acquisiti. È il re della corrente elettrica emotiva, che alza e abbassa a seconda delle partite e delle situazioni, in un esercizio egoistico, perché vorrebbe giocare ancora alla ricerca dell’adrenalina, come faceva tanti anni fa nelle approssimative interrogazioni a scuola.

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