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Dimmi chi era Recoba

By 17 Marzo 2020

Un estratto del libro scritto da Enzo Palladini

Per festeggiare il compleanno dell’uruguaiano vi proponiamo un estratto del libro “Dimmi chi era Recoba” scritto da Enzo Palladini per Edizioni inContropiede (che ringraziamo)

 

Come Ronaldo, più di Ronaldo

Niente, proprio niente, può togliere l’icona di Alvaro Recoba dalla galleria di Massimo Moratti. Un’opera d’arte unica, non imitabile, non falsificabile. Una Gioconda del ventesimo secolo, da amare nonostante le sue imperfezioni e alla faccia di tutti i suoi denigratori. Nessun critico, nemmeno il più accreditato, potrebbe spostare di una virgola il corso della storia. Alvaro Recoba era e resta un giocatore unico nel suo genere, irripetibile nel suo modo di essere, inclassificabile secondo i criteri classici della nomenclatura calcistica, ingestibile per il suo essere anarchico senza vantarsene.

La semplicità, che spesso rasenta la banalità, è stata la base del successo di questo fenomeno a volte incompreso e a volte incomprensibile. I ragazzi potevano tornare dallo stadio, scendere al campetto sotto casa e dire: adesso provo anch’io a fare qualcosa del genere. Ma tra il dire e il fare in questo caso c’è di mezzo un mare di talento, che non si può comprare al supermercato e non si trova in un portafogli abbandonato.

Bisogna essere mancino per entrare nel cuore della famiglia Moratti. Ai tempi di papà Angelo, capostipite di una famiglia alla quale il popolo nerazzurro deve quasi tutto, il numero uno era Mario Corso. Pochi capelli, calzettoni abbassati senza paura per gli stinchi (all’epoca i parastinchi non erano obbligatori e per qualcuno erano “roba da fighette”), il piede sinistro di dio disegnava le sue traiettorie impressioniste da qualunque posizione, beffando anche i portieri più attenti. Giocava largo a sinistra, soprattutto quando da quella parte del campo c’era ombra, ma a differenza di Antonio Cassano non ha mai avuto il coraggio di scriverlo in un’autobiografia. Corso era classe pura e carezze al pallone, Recoba sapeva anche dare potenza quando caricava il suo sinistro magico. Ma non sarebbe stato necessario. Moratti l’avrebbe amato lo stesso, gli sarebbe bastato guardarlo negli occhi e trovare un cenno d’intesa.

(Photo by Matthew Ashton/EMPICS via Getty Images)

Tra mancini ci si capisce. L’affinità elettiva, secondo la definizione più diffusa, caratterizza l’incontro di due soggetti tra i quali si instaura una repentina sintonia che investe corpo e anima e si sottrae a ogni tentativo di analisi psicologica. La sintonia che subentra non è dettata né dall’identità né dalla complementarietà dei soggetti coinvolti. Tutto questo può avvenire anche tra soggetti che si ritrovano ad agire nello stesso settore, non necessariamente con uno sfondo affettivo in senso lato. Nell’ordine naturale delle cose si può anche ipotizzare che Massimo Moratti abbia visto in Recoba un se stesso giovane, poco propenso al rispetto delle regole, attratto dal suo talento e dalla sua capacità di inseguire i sogni. L’Inter come giocattolo e Recoba come compagno ideale di giochi.

C’è stato anche un Moratti calciatore, aspetto che pochi intimi hanno avuto la fortuna di ammirare. Eppure qualche giocatore nerazzurro, soprattutto qualcuno della colonia argentina, ha avuto modo di esercitare la sottile arte dell’adulazione uscendosene con considerazioni di questo tipo: “Il presidente ha un gran sinistro”. Gli anni sono passati e le telecamere non hanno mai avuto l’opportunità di documentare questo aspetto ludico di un imprenditore di successo, però in maglietta e pantaloncini Moratti si è esibito centinaia di volte. Il teatro di queste performance era la bellissima villa di Imbersago, in Brianza, da decenni buen retiro di tutta la famiglia. Nel territorio di questa reggia c’è un campo da calcio curato come un paziente inglese, dove per 15 anni sono andati in onda tornei di elevato livello agonistico, soprattutto nei sabati in cui non giocava l’Inter. Tutto tra amici, gente del jet set, ma non solo.

Gianni Rivera ha sempre detto di non aver mai giocato dopo aver dato l’addio al Milan, invece non sapeva dire di no all’amico Massimo quando gli arrivava l’invito per uno di quei meravigliosi sabati di Imbersago. Rivera non è mai stato un mancino naturale, ma se fosse nato trent’anni dopo forse avrebbe convinto Moratti a una lucida follia per fargli vestire la maglia nerazzurra. Si parla in termini astratti, chiaro, ma se anche Rivera fosse nato nel 1976 e avesse vestito la maglia nerazzurra, avrebbe fatto molta fatica a scavalcare Recoba nella classifica dei preferiti di Massimo Moratti. Non ce l’ha fatta nemmeno un signore arrivato dal Brasile e battezzato con il complesso nome di Ronaldo Luis Nazario de Lima.

(Photo by Grazia Neri/Getty Images)

La formazione ideale della storia nerazzurra stilata dall’ex presidente è un 3-4-3 che farebbe sognare chiunque: Zenga in porta, linea difensiva con Bergomi, Passarella e Cordoba, centrocampo ultraoffensivo con Brehme, Ince, Matthäus e Roberto Carlos, attacco atomico con Ronaldo, Ibrahimovic e Recoba. Ma quando tra questi undici bisogna andare a scremare, i dubbi si limitano. All’inizio del 2016, Ronaldo è stato a Milano e, uscendo da casa Moratti ha detto: “Sono stato a salutare il mio papà italiano”. Dichiarazione d’affetto sufficiente per far sciogliere molta gente, ma non completamente il diretto interessato, che qualche settimana più tardi, intervenendo in diretta televisiva, ha fatto gli auguri a Recoba per i suoi quarant’anni con una dichiarazione che toglie spazio a qualunque equivoco interpretativo: “Recoba è stato il mio calciatore preferito, più di tutti, anche più di Ronaldo”.

Mentalità imprenditoriale, senso della disciplina, valorizzazione del brand. I presidenti contemporanei si riempiono la bocca di questi concetti, che hanno un loro significato, ma che qualche volta possono essere scavalcati anche dal senso di appartenenza e da quelle affinità elettive di cui si diceva. Uno come Aurelio De Laurentiis non si fa pregare quando deve dire che un suo giocatore ha qualche chilo di sovrappeso, Massimo Moratti non se n’è mai fatto un cruccio. Soprattutto quando si parlava del suo Chino. Eppure le foto a torso nudo non lasciavano spazio al dubbio, le maniglie dell’amore erano lì in bella vista e anche un ritocco con Photoshop avrebbe faticato a nascondere l’evidenza. Per non parlare delle sigarette. Recoba è sempre stato un fumatore convinto, la leggenda racconta di qualche sua sosta clandestina a bordo campo per concedersene una mentre gli altri sudavano a forza di giri di campo. Certe prestazioni atletiche in campo avvalorano questa tesi, ma l’Inter di Moratti è sempre stata un’enclave inattaccabile (o quasi). I regolamenti interni erano diversi da quelli di molti altri club e il giudice supremo, che poi era il presidente, alla fine poteva decidere di pagare egli stesso le contravvenzioni, soprattutto quando i rei, confessi o meno, erano pupilli di famiglia.

Grazia Neri/ALLSPORT

L’invidia, questa sconosciuta. Almeno per un presidente come Moratti, che proprio poco nella vita ha potuto invidiare agli altri. Ma anche un sentimento da schiacciare come un insetto quando veniva esternato. Negli anni di Recoba all’Inter non sono stati pochi i casi di colleghi del Chino intenzionati a denunciare presunti favoritismi nei confronti dell’uruguaiano dal sinistro fatato. Tutti respinti con perdite. Tutti costretti al dietrofront immediato. Chi sta al gioco ha i suoi vantaggi, chi non ci sta porti un acquirente.

Gli stipendi all’Inter non sono mai stati bassi, il trattamento è sempre stato di primissimo livello. Chi saliva nell’ufficio del presidente dichiarando il proprio amore – sincero o no – per la maglia veniva regolarmente premiato. Chi invece si presentava per reclamare presunte ingiustizie nei propri confronti veniva immediatamente scritto sulla lavagna dei cattivi, con la prospettiva di essere salutato a breve o media scadenza. Recoba no. Recoba non l’avrebbe mai fatto, consapevole di avere una posizione di assoluto privilegio. In molti altri club sarebbe stato emarginato, magari allontanato in tutta fretta oppure semplicemente flagellato con provvedimenti punitivi. Bollato come ciccione e fancazzista da società e stampa (meglio se imbeccata dalla società). Invece nella vita può capitare un doppio colpo di fortuna, può succedere di incontrare un signore che si chiama Massimo Moratti e di diventare il suo pupillo. E allora il mare si apre, la vita assume tutto un altro significato trasformando un ragazzo della periferia di Montevideo in qualcosa che un popolo, quello nerazzurro, porterà dentro di sé per sempre.

 

 

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