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Dobbiamo davvero rassegnarci a un calcio raccontato attraverso le banalità?

By 26 Giugno 2019

È lecito attendersi dai calciatori una comunicazione diversa, che permetta di capire meglio e analizzare più in profondità i meccanismi su cui si basa il loro rapporto con il gioco? La risposta, forse, ce l’ha già data David Foster Wallace

Come ogni cosa nell’ultimo decennio, anche il calcio ha subìto enormi trasformazioni. In campo, nel marketing, nelle strutture, nella comunicazione. Mutamenti radicali, ma talmente repentini da rendere quasi impossibile intercettarli tutti nel momento esatto in cui si stavano realizzando. In questa corsa folle, tuttavia, qualcosa è rimasto indietro. E a rimanere incagliato è un aspetto che non sfugge alla nostra attenzione perché mostra la sua inerzia con indefessa puntualità: il linguaggio dei calciatori.

Quella miscela di frasi fatte e risposte preconfezionate che ci aspettiamo ad ogni intervista si perpetua nel tempo e non tradisce mai le attese. Un frasario piatto e stantio dal quale sembra impossibile liberarsi. Non c’è tranello dialettico, né garbata provocazione in grado di scongiurare il rischio di vedersi rifilate le stesse formule di sempre (“pensiamo partita dopo partita”, “cerco solo di farmi trovare pronto quando vengo chiamato in causa”, “più che per il gol sono contento perché la squadra ha raccolto i tre punti”, “l’unica ricetta per uscire da questo momento è lavorare sodo e fare risultato la prossima partita” ecc ecc). All’avvilente ripetitività di quelle risposte non c’è scampo.

Nulla di nuovo, penserete. Eppure in questi tempi in cui il paradigma della comunicazione è profondamente cambiato e la narrazione del sé è il centro attorno a cui tutto ruota, era lecito attendersi un’evoluzione anche nel linguaggio con cui i calciatori si raccontano, che invece resiste con tenacia.

Getty Images

Verrebbe quasi da pensare che i giocatori provassero gusto a prendere in giro interlocutore e pubblico a cui si rivolgono, sempre in attesa di accogliere pensieri nuovi e immancabilmente trafitti dai soliti, nauseanti costrutti. Inutile sentirsi offesi, le cose non stanno così, ovviamente. L’ossessiva ripetizione di frasi fatte non dipende dalla sardonica volontà dei calciatori di prendersi gioco di chi li ascolta, ma da un preciso immobilismo nel quale molti di loro sono ingabbiati e per cui, solo in parte, sono colpevoli.

Innanzitutto c’è da tenere conto di una componente meccanica. Quando a un giocatore viene chiesto cosa serve nelle prossime partite per raggiungere l’obiettivo e lui risponde che dovranno giocare quelle partite come se fossero tutte finali, è come se nella sua testa si accendesse un dispositivo che a precise domande genera risposte automatiche. A determinare questa reazione non è tanto la volontà di eludere quella domanda – in parte sì, ci arriviamo dopo – , ma piuttosto il riflesso condizionato di associare quella domanda a una precisa risposta. A ciascun input corrisponde un output.

Un processo quasi robotico la cui origine va ricercata nel contesto in cui i calciatori crescono e si formano. Sin da piccoli, i calciatori coltivano l’abitudine della ripetizione e la portano avanti per tutta la carriera. Sono abituati, da sempre, ogni giorno, a ripetere gli stessi esercizi (quelli di base, ovviamente), gli stessi gesti, gli stessi movimenti. Le stesse parole. Con il tempo questi vengono assimilati e interiorizzati, fino a diventare gli strumenti con cui confrontarsi con il mondo, il filtro con cui muoversi in tutto quello spazio al di fuori di un campo da calcio. E questa costanza nel riprodurre sempre gli stessi atteggiamenti finisce inevitabilmente per indurire il pensiero e meccanizzare le reazioni, anche del linguaggio. Finisce per diventare una gabbia dalla quale è difficile evadere.

Banalità calcio

Getty Images.

A questa reclusione che ogni giocatore sviluppa quasi inconsciamente nel corso della sua crescita professionale, si vanno ad aggiungere le lacune culturali dovute alle difficoltà di intraprendere un percorso formativo per via dei numerosi sacrifici e della totale immersione che il calcio di un certo livello comporta e impone. Quel dizionario ristretto e consumato a cui molti calciatori ricorrono ad ogni intervista, quel contenuto compendio di vocaboli e locuzioni che sfocia nella totale assenza di analisi, riflessioni, spunti e pensieri “diversi”, è dunque la sintesi tra l’assimilazione meccanica di precisi riflessi e i vuoti culturali dovuti a una vita totalmente dedicata al calcio.

Con questo non si intende sostenere l’equazione sommaria calciatore uguale ignorante. Generalizzare è sempre un approccio pigro e sbagliato, e infatti sono diversi i calciatori che non si arroccano nel fortino dorato del loro status fregandosene di allargare il loro bagaglio culturale perché tanto devono pensare solo a giocare a calcio, e che invece cercano di evolversi e arricchirsi su più fronti, compresa la capacità di comunicare e offrire prospettive diverse del gioco e della loro professione. Di certo, però, rappresentano una minoranza. E così, ascoltare Giorgio Chiellini o Andrea Barzagli è un sollievo, un toccasana, una boccata d’aria di montagna dopo mesi a respirare lo smog cittadino. O calciatori come Daniele De Rossi, che quando parla non è mai banale, e pur di non scadere nell’insipidezza preferisce concedersi poco alle interviste, come ha dichiarato una volta a Rivista Undici: “parlo poco perché mi piace tanto il calcio, osservo molto, leggo quello che dicono i miei colleghi, gli allenatori, i direttori sportivi, i presidenti, i giornalisti interessanti. Però spesso i giocatori quando parlano mi stufano. Tanti, che reputo persone intelligenti, divertenti, originali dopo due interviste mi annoiano. Io non voglio essere ripetitivo, non voglio essere scontato”.

Il fatto che uno come De Rossi, uomo intelligente, curioso, e appassionato di cose del mondo, abbia paura di cadere nella trappola della banalità e della ridondanza, è indicativo di un altro ostacolo che non favorisce un coinvolgimento nella dimensione del calciatore e che, al contrario, lo stimola a intingere le sue testimonianze il quel magma di frasi fatte. Il nemico sempre in agguato è la rielaborazione giornalistica con cui molti media, stretti nella logica delle vendite o dei click, sono sempre pronti a trasformare un virgolettato in una polemica, una dichiarazione in un polverone, un malumore in “una bufera”. Per paura di queste forzature mediatiche, il più delle volte ai calciatori non resta che rifugiarsi in quelle quattro frasette pedestri, lo scudo più efficace per difendersi dalle manipolazioni di chi combatte l’assenza di una notizia inventandosene una di sana pianta. Un problema atavico a cui è difficile porre rimedio, perché il meccanismo protettivo con cui i calciatori evitano di sbilanciarsi è ormai perfettamente collaudato e difficile da aggirare. “Bisogna essere un po’ bugiardi per non creare scompiglio in squadra”, ha detto in quella stessa intervista Daniele De Rossi, alludendo proprio al fatto che ogni piccola apertura rischia di portare problemi.

Banalità calcio

LaPresse.

In America, dove di intrattenimento se intendono e non possono rischiare che le storie sportive – caposaldo della cultura USA – si riducano all’osso per via della paura degli atleti di esporsi e cadere nelle trappole dei media, qualcuno ha pensato bene di animare il racconto degli sportivi saltando a piè pari il problema della stampa. Quel qualcuno è Derek Jeter, ex giocatore professionista di baseball che, insieme a una cordata di finanziatori tra cui spicca Kobe Bryant, nel 2014 ha creato la piattaforma multimediale The Players’ Tribune, un portale in cui gli atleti si raccontano in prima persona accompagnati da un editor che modella la forma della loro narrazione senza però interferire in alcun modo con il contenuto della loro storia. Storie che il più delle volte sono di natura intima e personale, scandagliano un vissuto senza favorire la comprensione del gioco.

È davvero questo tutto ciò che possono offrirci gli atleti? Farsi tenere per mano da un professionista della scrittura che organizza i loro pensieri e li mette giù nella forma migliore?

Questa panoramica sullo stucchevole conservatorismo del linguaggio dei nostri calciatori nasce da un senso di rimpianto. Dal fascino inaccessibile di un’idea di calcio più inclusivo attraverso il racconto profondo e autentico da parte dei suoi protagonisti. Immaginate quanto sarebbe stimolante sentire un giocatore che alla fine di una partita descrivesse con minuzia ed emozione le sue giocate o quelle di un avversario viste dal campo, che in conferenza stampa ammettesse che ci sono dei giorni in cui il calcio gli fa schifo perché sa essere brutale e farti sentire inadeguato, che in un’intervista raccontasse una volta per tutte che cosa significa vivere quotidianamente con quel carico di pressioni addosso che i milioni in banca – al contrario di quanto si possa pensare – possono attenuare ben poco. Tutte suggestioni che stimolano una domanda: è lecito attendersi dai calciatori una comunicazione diversa, che permetta di capire meglio e analizzare meglio i meccanismi su cui si basa il loro rapporto con il gioco?

Una risposta credibile è contenuta in diversi saggi di David Foster Wallace. Dopo essere rimasto profondamente deluso dalla lettura della biografia della tennista Tracy Austin, l’autore americano si era interrogato sull’incapacità degli atleti di raccontarsi. Un dilemma alimentato dai suoi numerosi confronti con campioni del tennis – sport di cui era appassionato – , dai quali emergevano nitidamente le difficoltà nell’offrire prospettive interessanti. Gli successe, per esempio, con Michael Joyce, di cui scrisse: “Di fatto, in quello che Joyce dice, trovi raramente un qualche tipo di angolazione o di punto di vista; per lo più, riporta semplicemente quello che vede, quasi come una macchina fotografica”; e perfino con Roger Federer, da cui Wallace, in un incontro a Wimbledon, rimase colpito più per il tic discorsivo di usare continuamente l’intercalare “capito?”, che per la risposte banali che rifilava a cronisti ed esperti.

Banalità calcio

David Foster Wallace nel 2002 (LaPresse).

Il succo dell’analisi di Wallace è contenuto in questo passaggio di Considera l’aragosta: “potrebbe essere benissimo che noi spettatori, privi dei doni divini degli atleti, siamo gli unici davvero in grado di vedere, esprimere e animare l’esperienza del dono a noi negato. E che coloro i quali ricevono e mettono in pratica il dono del genio atletico debbano, di necessità, essere ciechi e muti al riguardo, e non perché la cecità e il mutismo siano il prezzo di quel dono, ma perché ne sono l’essenza”. Secondo DFW, dunque, il motore che rende speciale gli atleti è alimentato anche dall’impossibilità di verbalizzarlo. Non sanno spiegarti perché si sono mossi in quel modo o perché hanno preso quella decisione, l’hanno fatto e basta. E analizzare quei comportamenti è possibile solo per chi li osserva.

Forse è proprio come diceva Wallace. Forse dovremmo smetterla di sperare che i calciatori ci illuminino con linguaggio e concetti nuovi e rassegnarci una volta per tutte alla loro “cecità” e al loro “mutismo”. Accontentarci di quello che offrono sul campo e lasciar perdere il poco che concedono fuori. In fondo “ci abbiamo provato in tutti i modi, ma sapevamo che sarebbe stata una partita difficile”.

 

One Comment

  • Giorgio Errani ha detto:

    Bell’articolo. Ma forse bisognerebbe tenere in maggior considerazione il fatto che le domande – troppo spesso – sono banali, e le parole degli atleti vengono usate – troppo spesso – per cercare lo scoop e/o la polemica, molte volte scrivendo bugie.

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