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Icons – Domenico Morfeo

By 16 Gennaio 2020

Felpa sociale addosso, cappuccio calato in testa: pare l’icona filmica del pugile; quello suonante, non quello suonato, e se ci fosse la filodiffusione di Gonna fly now, in quella sala stampa, sarebbe l’apoteosi. Per inciso: siamo alla periferia dell’impero, ma c’è comunque da divertirsi, in questa domenica di ottobre 2007 in cui Domenico Morfeo ha appena vinto la partita del suo Parma contro il Livorno, gol decisivo da subentrato, lui che non gioca una partita da titolare da aprile.

Ha salvato la panchina di un Di Carlo con il quale il rapporto non è esattamente dei più empatici e un paio di settimane prima l’aveva anche escluso dai convocati, per quelle logiche di spogliatoio che cambiano da allenatore ad allenatore. E, siccome gli spazi e i luoghi hanno un senso, Morfeo col suo cappuccio mica parla dalla zona mista, no, ma dal tavolo delle conferenze stampa, dove in genere vanno solo gli allenatori e dove Gabriele Majo, temporibus illis responsabile della comunicazione del Parma, gli accorda il privilegio architettato con sinistra maestria.

Domenico Morfeo

LaPresse

Sa benissimo di avere salvato la panchina al tecnico. E colpisce, perfido Cyrano; tocca di stiletto, infierisce: sarà pur vero che a Morfeo i giornalisti stanno chi più chi meno cordialmente sulle balle, ma sa che in certi casi i gabbiani che seguono il peschereccio fanno comodo e lui, alla Cantona, in quel momento lancia sardine nel mare. Mangiano tutti.

Di Carlo, meno. Lui che, ai tempi del corso a Coverciano, seguiva con pedissequa attenzione i corsi di psicologia del professor Tubi, tanto da pensarsi ormai psicologo egli stesso, aveva esordito sulla panchina del Parma prendendosi un calcio nel sedere da Baldini, e forse avrebbe dovuto capirlo già lì che non sarebbe stata aria.

In quella sala stampa, nel simulacro della battaglia tra i due Mimmo finiti per incidente dalla stessa parte, fu Di Carlo ad abbozzare, mentre i punti se li prese la teatralità di Morfeo. Il quale di lì in avanti non avrebbe mai più giocato una partita dal primo minuto in A, e quello, simbolico quanto inusuale essendo stato siglato di testa, sarebbe rimasto il suo ultimo gol tra i professionisti.

©Daniele Badolato – LaPresse

Chi è stato Domenico Morfeo? L’avrete letto da più parti, l’hanno scritto in centinaia: un talento puro condizionato dal carattere. Lettura senza dubbio corretta, ma indiscutibilmente facile e anche piuttosto superficiale, perché poi la vita di un uomo, quella di un atleta, è un sistema un po’ più complesso nel quale finisce per incidere tutto: l’avere abbandonato casa a 11 anni, l’essere in possesso di una intelligenza calcistica sopraffina baciata per giunta da una classe limpida che si sostanzia in un sinistro, preso da solo, da fuoriclasse autentico; ma pure la consapevolezza di avercelo, un carattere, di avere costantemente qualcosa da dire, magari pure dire e fare sciocchezze per hybris o per eccesso di ego.

Capita, quando si sa di essere i più dotati di tutti sul campo in un lavoro che è un gioco, un gioco che riempie improvvisamente le tasche a te e ad almeno una generazione dopo di te, ma appunto un gioco, che si fa da adolescente sino ai trenta o poco più, e che insomma lo si può vivere anche con gaudente strafottenza in taluni casi, e d’accordo che si parte per scalare le montagne – questa la prendiamo in prestito da Brunori Sas – ma per indolenza o perché, umanamente, si ha l’impressione che la colpa sia degli altri e la tendenza ad autoassolversi, ci si può fermare anche al primo ristorante e non pensarci più.

Domenico Morfeo

LaPresse.

Mino Favini, che lo aveva scovato ragazzino e donato all’Atalanta, l’ha sempre portato in palmo di mano. Il suo parere equivaleva a un sigillo di garanzia: il più talentuoso del lotto? «Sicuramente Domenico Morfeo. Dava del tu al pallone con disarmante naturalezza. Ma il talento devi coltivarlo giorno per giorno, con il sacrificio, il lavoro, l’allenamento, gli esercizi eseguiti una, dieci, cinquanta volte»: lo confermò anche nella sua ultima intervista, al direttore di Tuttosport Xavier Jacobelli.

Occhio: se in trasparenza vi si legge una critica, c’è da tenere presente che se uno ha gravissimi limiti caratteriali non resta per un decennio a Zingonia, e meno che mai vi fa rientro qualche anno dopo. Lì il miglior Morfeo l’hanno visto per davvero, dal Viareggio conquistato nel 1993 all’esordio in A sino all’effimero ritorno, passando per certe punizioni piazzate lì, dove la palla deve andare, e c’è solo da applaudire. Morfeo è quello del rigore decisivo che consente all’Under 21 di Cesare Maldini di vincere il suo terzo Europeo di fila (Barcellona, 1996), quello che Prandelli aveva cresciuto sino alla Primavera e Mondonico aveva lanciato nell’empireo.

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Qui, allora, vale la pena fare un passo indietro, allo spirito di quel tempo calcistico. Morfeo è una mezzapunta, un 10 vero al quale si possono chiedere non più di una manciata di reti e qualche prodezza, ma soprattutto la tecnica e la scelta giusta nell’ultimo passaggio, nel mettere in porta un compagno, nello scombinare il rigore tattico delle linee e delle diagonali con l’assist imprevisto. Non erano gli anni giusti, quelli: in Italia Zola era stato sacrificato sull’altare del 4-4-2 e costretto ad emigrare, l’immenso Baggio era di più ma era anche un goleador, Totti – classe ’76 come Morfeo – pure, Del Piero già con Lippi giocava nel 4-3-3 e Pirlo, nato 10, è diventato Pirlo dopo essere stato spostato qualche decina di metri più indietro: tempi duri per i trequartisti puri, belli sì, ma visti quasi come orpello, tanto che alla Fiorentina, alla prima esperienza lontano da Bergamo, lo stesso Morfeo finì per giocare a sinistra nel tridente di Malesani che prevedeva Oliveira a destra e Batistuta in mezzo.

Non era il suo ruolo, ma funzionò, e l’equivoco si protrasse al Milan, dove Zaccheroni iniziò col 3-4-3 e lo provò talvolta nel tridente. Talvolta, perché poi in quella squadra oltre a Bierhoff e Weah c’erano Leonardo e Boban a chiuderlo, anche loro non proprio delle punte, ma più adatti ai desiderata tattici. Insomma: avesse giocato dieci anni prima, o nell’Atalanta di oggi al posto di Ilicic, sarebbe stato, se non l’uomo giusto (ché per esserlo serve pure altro), almeno quello al posto giusto.

«Morfeo è uno che va supportato. E sopportato»: il cambio è un gioco enigmistico e qui, dove la semantica intreccia tattica e dinamiche di spogliatoio, il virgolettato è di Cesare Prandelli. L’ha detto più volte, ma non è un caso se è proprio con lui che il ragazzo d’Abruzzo s’è rivelato con maggiore continuità.

Detto delle giovanili atalantine, eccolo rivitalizzato a Verona e ancora a Parma, che da allora è casa sua, a lanciare Adriano prima e Gilardino poi. A proposito: c’è un’esultanza meravigliosa, dopo una rete contro il Bologna al Dall’Ara, in cui Morfeo e il brasiliano, ancora lontano dai demoni che lo devasteranno, si siedono sul prato e simulano una briscola; sin dai tempi della Casa del Giovane a Bergamo, era uno dei passatempi genuini e arcaici preferiti di Morfeo, lo è anche oggi ed era uno dei divertimenti che lo faceva benvolere dai compagni.

 

(Photo by Alex Livesey/Getty Images).

Prima dell’Emilia, però, di nuovo la Fiorentina, l’Inter e una carriera che di fatto s’impantana. Ma c’è pure da dire che ricapitare a Firenze, dove aveva lasciato buoni ricordi, ma farlo nel pieno della gravissima crisi societaria al tramonto dell’era Cecchi Gori e con un ambiente in rivolta, non è aspetto banale, né peraltro finire a Parma a seguito del tecnico che l’ha fortemente voluto e leggere dopo pochi mesi, a dicembre, che all’orizzonte si sarebbe profilato un altro fallimento, celato fra termini poco calcistici quali bond, Epicurum, Bonlat, default, asset, crac.

Insomma, in una parola: Parmalat. Fiorentina primavera 2002, Parma dicembre 2003: collezione completata, e pure questo è un percorso. Prandelli firma per la Viola nel 2005, e in linea puramente teorica ci sarebbe ancora spazio per un ultimo Morfeo, non fosse che ormai Firenze per lui è piazza bruciata e non ci si può nemmeno pensare su. Allora avanti così, mito minore in una Parma ritrovatasi minore, con annesso nel pacchetto gli infortuni (mai mancati, quelli), i cambi di allenatore, un nuovo proprietario sufficientemente permaloso e pieno di sé, persino compagni poco capaci di tradurre nel loro linguaggio calcistico, piuttosto basilare, l’aulico lessico del suo sinistro nei giorni di buona.

Domenico Morfeo

LaPresse.

Tutto qui, con Brescia e Cremonese relegate all’aneddotica triste y final, tanto non c’era altro da dire, e invero ormai non c’era più nulla da dire già dal giorno dopo quella caustica epifania in sala stampa. In fondo, siccome il calcio ha una sua grammatica, è proprio per questo che Morfeo oggi, più o meno per tutti quelli che ne scrivono, è il paradigma perfetto del periodo ipotetico di terzo tipo, quello dell’irrealtà insomma. Se avesse fatto, se fosse stato; amenità del genere, e diciamo pure senza senso, perché se avesse fatto diversamente, o se fosse stato altrimenti, non sarebbe stato Morfeo, e allora di che staremmo a parlare?

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