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Dove può arrivare ancora Patrik Schick?

By 30 Agosto 2019

L’errore clamoroso in casa della Juve nel dicembre del 2017 ha inchiodato la crescita di Patrik Schick. Quali sono, adesso, le prospettive di crescita di un giocatore che sembrava destinato a diventare un fuoriclasse?

“Il passato è un paese straniero. Lì, tutto si svolge in modo diverso”. L.P. Hartley la tocca piano nell’incipit della sua opera più fortunata “L’età incerta”. Leo, il protagonista sessantenne, fruga nella sua memoria dopo aver ritrovato il diario del Leo tredicenne, dove tutto si svolge in modo diverso oltrepassando la dogana del tempo. Ecco, fermo, immobile, seduto al volante di una fuoriserie qualsiasi, immaginiamo Patrik Schick, avvolto in un trench color cammello, inchiodato davanti alla sbarra, mentre cerca il passaporto per rientrare in quel paese lontano. Quel luogo della memoria fotografato per l’ultima volta meno di novecento giorni fa. Il pallone vaga pigro all’interno della lunetta fuori dall’area, si allontana dalla porta e Schick fa quello che fanno i piccoli geni: capolavori a loro insaputa, senza impegno, senza fatica. Sinistro all’improvviso, di prima, materiale per replay in slowmotion. Perché dal vivo non fai in tempo a realizzare, è già gol. 29 aprile 2017, undicesimo gol alla Sampdoria (in casa del Torino), uno ogni 136’.

PATRIK SCHICK | Sampdoria | Goals, Skills, Assists | 2016/2017 (HD)” è il best seller di visualizzazioni su YouTube di quella stagione. “Il fratello minore di Ibrahimovic. Oh, ma non ti ricorda Van Basten? Da quanto non ne vedevo uno così in Serie A? Guarda Schick che numero assurdo. Questo vale 100 milioni”. Barrate senza vergogna la frase che vi è scappata con gli amici, nel passato si svolge tutto in modo diverso. Con la benedizione di Hartley, ci accostiamo al fantasma di Schick, quello che ha spinto la Juve a puntare su di lui, quello fermato da un cuore infiammato, quello che ha infestato mezza Roma di dubbi e rimpianti negli ultimi due anni. Quello che oggi, con un piede in Italia e l’altro fuori (Lipsia? Schalke04?), ha la faccia di Donald Trump, mentre quello che ci ha illuso di essere è negli occhi di Melania Trump che bacia Justin Trudeau.

Di storie così, il calcio riempie cantine di libri impolverati. L’onnipotenza sciolta nel giro di un’estate come fontina nel forno a 200 gradi. Quando succede tra i 22 e i 24 anni le domande presentano la stessa consistenza delle risposte: aria. Giusto farsele, per carità. Capire è tanto necessario quanto impossibile. I crepacci nello sguardo di ghiaccio di quel ragazzone di quasi due metri con tratti da fotomodello e piedi da ballerino del Bol’šoj, portano dritti nel baratro di una fragilità psicologica fuori dal comune. La tattica, la tecnica, “è un bomber”, “no, un esterno”, i moduli, “meglio al fianco di Dzeko”, “ma dai, meglio da solo”, gli schemi, i compagni sono solo le bianche creste delle onde di un mare in burrasca. “Sognavo anch’io di sollevare il mare. Come un tappeto per guardare cosa c’è sotto” canta Marracash.

Patrik Schick

(Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images).

Sotto la superficie degli 8 gol (di cui 3 in Coppa Italia) in 58 partite con la maglia della Roma resta solo la prima stagione blucerchiata di uno sceneggiatore che non ha retto alla pressione del bis della prima, fortunatissima serie. Il blocco del centravanti. Inchiodato a quella folle estate 2017: i 30 milioni di euro della Juventus, il dietrofront davanti all’aritmia, lo stress, la Roma, la somma di bonus e condizioni che potrebbero portare il valore del cartellino a 42 milioni di euro. Già, che potrebbero. Anche i giallorossi ne verserebbero 20 nella casse della Samp qualora restasse nella capitale entro il 1 febbraio 2020. Fantasia? Di sicuro bizzarro, dal punto di vista economico, visto il rendimento. Oggi il presente di Schick si è trasformato in condizionale. Urlano i detrattori: «Potrebbe fare quello che fa in nazionale, per esempio».

Dove segna 8 gol in 18 partite, una partita ogni due. Sì, però a Malta, Cina, Ucraina, Slovacchia (2), Bulgaria (2) e Montenegro. Come fare il bulletto in quinta elementare con quelli di seconda. Ma Cracco cucina “da Cracco” in ogni cucina: non è che a casa sua o in vacanza con gli amici perde la cottura del tuorlo d’uovo marinato. Quindi, cos’è successo? “Sei scappato da una vita che hai vissuto”, parafrasando Cremonini. È successo che dagli errori non s’impara e basta. Può capitare, e siamo in quest’orbita, che le conseguenze di un errore siano più devastanti della capacità di superarli.

«La storia di Schick con la Roma nasce e muore in quella gelida notte di dicembre all’Allianz Stadium di Torino» ci racconta Andrea Di Carlo, giornalista di TeleRadioStereo, direttore editoriale di Siamolaroma.it, uno che negli ultimi anni ha respirato al fianco della Roma. Di fronte alla ragazzina che gli rubò un bacio estivo prima di bloccarlo su WhatsApp, Schick, ancora con la testa tra le nuvole, ancora in preda a un promessa d’amore ventilata e poi tradita, ha sentito le farfalle nello stomaco: «Dopo l’errore di Benatia, il campo spalancato verso un altro ex-romanista come Szczesny, ecco la sliding-doors della carriera: se segni fai rimpiangere alla tua ex di averti mollato, sei l’uomo che consegna il primo punto della Roma allo Stadium e sei il futuro giovane e splendente in carne e d’ossa del tuo nuovo amore. Invece, da quel giorno, di lui solo resta quel maledetto condizionale: potrei ma non riesco» continua Di Carlo.

Per carità, nessuna pietra tombale sul progetto di un campione che deve ancora ripartire da zero, senza le fondamenta dell’anno sotto la lanterna, ormai macerie. Adesso sì che il passato è davvero un paese straniero per Schick. E a riguardare la Top 10 dei suoi fanta-dribbling del 2016/17 i sospetti disseminati fin qui prendono una strana forma. Gol a parte, ci mancherebbe, materiale buono per il remake di “Molto rumore per nulla”. Un conto è sopravvivere nello stretto, farsi largo a scudisciate di dribbling in mezzo metro, un conto è dominare l’intera prateria del fronte d’attacco.

Ecco, qualche valutazione frettolosa di un prototipo di top-player, ancora indietro nella catena di montaggio da campioncino, l’abbiamo fatta tutti. Conoscere la palla e le sue cinquanta(mila) sfumature, non vuol dire conoscere il gioco, i fondamenti e le interpretazioni. Il tempo è dalla sua parte, e non è poco, il suo armadietto sarà povero di gol, ma pesante, pieno di lezioni imparate e bastonate (sportive) prese. Si riprenderà? Riprenderà il filo con la storia lasciato penzolare davanti ai nostri occhi due anni fa? Chissà. «Spero di potermi trasferire tra qualche anno in un club ancora migliore, dove sarò pagato ancora meglio, è una motivazione che mi ha sempre aiutato tanto. Dove? Non credo di poter andare molto più in alto di così. Ma forse restano un paio di club, diciamo Real Madrid, Barcellona o Manchester United» diceva senza paura nel novembre 2017. Adesso la sua paura dev’essere quella di ripartire dai cinque gol (di cui uno solo al di fuori dell’area piccola) in Serie A da quel giorno: Spal, Chievo, Sassuolo, Sampdoria ed Empoli. Altro che Real Madrid.

«È spento dentro» confidano i rumors da Trigoria. Il sole su di lui si è eclissato da tempo. Masticare il passato su un vecchio diario non serve a nulla, Schick farebbe bene a mostrare al destino il passaporto per un altro paese straniero, sconosciuto e più leggero, dove dimostrare finalmente qualcosa di diverso.

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