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Dries Mertens, oltre Maradona

By 26 Ottobre 2019

Il belga vive un rapporto totalmente simbiotico con la città e con i tifosi, tanto da essersi meritato il soprannome di “Ciro”. E dopo aver superato il record di gol di D10S, ora punta a quello di Hamsik

Il Napoli ha appena segnato il gol del 2-1 contro il Salisburgo. Un uomo guarda verso gli spalti ospiti, vede mani che si increstano come onde. È il mare chiaro azzurro di Napoli che dolce e abbondante si scioglie sul prato verde della Red Bull Arena. È un suono armonico che arrotonda gli spigoli delle porte fino a farle scomparire. Dries Mertens ha il corpo dei compagni che lo avvolgono; ha il volto della nonna e del bambino, del pizzaiolo e della casalinga, della poetessa e del marinaio. Dries Mertens è una voce che sale piano piano, Dries Mertens sa che non è solo, Dries Mertens è un coro: «Olè olè olè olè Ciro Ciro!».

«Svegliati». Callejon suo sodale gli tira un buffetto: non è un sogno, è storia.
Dries Mertens ha appena superato il numero di reti di Diego Armando Maradona con la maglia del Napoli. Lo ha fatto in Austria, uno dei luoghi più concettualmente lontani da Napoli. Lo ha fatto in una serata di Champions, lui che è già il massimo cannoniere del Napoli nelle competizioni europee con 23 reti.

Gli saranno passati milioni di frame tra quei capelli gialli ossigenati, frame rapidi come la sua finta di corpo. Avrà forse pensato al 25 giugno 2013 quando, per 10 milioni di euro dal PSV, divenne il primo acquisto del Napoli di Rafa Benitez, per poi essere offuscato dagli approdi successivi di Albiol, Callejon e Higuain provenienti dal Real Madrid. Avrà forse pensato alla conferenza di presentazione quando, tra lo scetticismo generale dei presenti in sala, prevedeva almeno 10 gol in campionato – ne segnò 11.

(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

Avrà pensato a Ciro Esposito e Genny “la carogna”, protagonisti in una notte da dimenticare per il calcio italiano, quando con un gol allo scadere (dopo la doppietta di Insigne) consegnò al Napoli la sua ultima Coppa Italia battendo all’Olimpico di Roma la Fiorentina di Montella. Avrà pensato ai due Scudetti persi, al sogno di Torino e all’incubo di Firenze. Avrà pensato a tante cose. Alle panchine, forse. Quando Benitez e Sarri vedevano in lui l’arma da utilizzare principalmente nell’ultimo quarto di partita; a tutte quelle volte che sarebbe potuto partire ed è rimasto; alle estati vissute come attaccante di riserva con la valigia in mano. Avrà pensato a quel dicembre del 2016 quando segnò 8 gol in 3 partite, ripagando una delle tante scommesse vinte da Sarri. Avrà forse pensato alla sua famiglia, sempre al suo fianco. Avrà pensato a quanto sia cambiato, dentro e fuori dal campo. E di come Napoli gli abbia rivoluzionato la vita.

In poco più di sei anni, Dries Mertens s’è trasformato da ala offensiva anarchica e dribblomane, a punta centrale collettiva e cinica. Con l’arrivo di Carlo Ancelotti, la sua posizione è diventata ancor più funzionale per il gioco offensivo del Napoli, rappresentando la risorsa più completa e al contempo imprevedibile con cui sorprendere gli avversari. I dribbling sono scesi da 1.5 a partita a 0.5, i passaggi riusciti sono saliti da 22.4 a 24.2, quelli chiave da 1.6 a 2, l’accuratezza dal 76.3% al 79%. L’incremento dei dati associativi è supportato da uno step notevole nella conversione tiri-gol: dal 9.5% è salito al 18.3% con un picco del 19% nella stagione 2016/2017. Non solo gol. Mertens è, infatti, il quarto assistman (68) dell’era De Laurentiis dietro Hamsik (99), Callejon (73) e Insigne (71).

(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images).

Ma è solo andando oltre le statistiche e i record, che sono fatti per essere smontati, che si riesce cogliere cosa sia diventato Dries Mertens fuori dal campo: un simbolo, l’emblema dell’era De Laurentiis, il calciatore più amato e osannato dai tifosi. E questo non potrà mai svanire. È scritto nei tempi. È impregnato nella cultura orale e visiva della città.

Per strada, infatti, quasi ogni bambino napoletano veste la maglia di Insigne o Callejon o Mertens, il polmone tecnico del Napoli. L’effige del belga è tra le più presenti allo stadio affianco a quella di Maradona. Perché Mertens ama Napoli e Napoli ama Mertens. Perché Mertens vive Napoli non da calciatore arroccato nella sua villa a Posillipo, non da turista. Vive Napoli da napoletano. Mertens non comunica più francese come nel giorno della sua prima conferenza stampa, ma parla con accento napoletano, pensa napoletano e forse sogna pure in napoletano.

Mertens canta ‘O surdato ‘nnamurato, imita gli attori di Gomorra, naviga nelle acque di Napoli, mangia la pizza nel ristorante del rione Sanità, cuore di una Napoli dove la gente ancora butta il sangue nella puzza dentro un vico. La sua appartenenza alla città è genuina, l’affetto dei tifosi altrettanto. Da oltre un anno, quindi, Dries è diventato Ciro.

(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

Non c’è una storia particolare dietro, i tifosi hanno deciso di chiamarlo così, con un classico nome napoletano. È un gesto d’amore come quelli che lo stesso Mertens regala sempre più ai suoi tifosi. Il giorno dopo l’ultima vittoria contro il Liverpool, ad esempio, ha pubblicato una foto su instagram con il cappello da marinaio a bordo del proprio motoscafo sotto l’ombra del Vesuvio, scrivendo: «Ieri, uno stadio tutto azzurro, mi ha fatto sentire come nel mare di Napoli». Era dai tempi di Maradona che un giocatore non viveva un legame così con la città.

Per questi motivi l’accostamento alla figura di Maradona oltrepassa il mero numero dei gol: diventa una questione eminentemente culturale. E se questo può far storcere il naso ai più, a chi guarda Napoli da fuori, basterebbe osservare i tifosi per comprendere come “la sovrapposizione” sia ampiamente accettata dal popolo napoletano. Diego fu una figura pop della Napoli degli anni Ottanta che continuava il proprio processo di sprovincializzazione iniziato grazie anche al teatro dei fratelli De Filippo, alle musiche di Pino Daniele, James Senese, Tony Esposito, ai libri di Luciano De Crescenzo e i film di Massimo Troisi.

Allo stesso modo, “Ciro” è la figura pop della Napoli di oggi: una città internazionale (di Jorit, Paolo Sorrentino, Tony Servillo, Roberto Saviano, Liberato, New Guinea) in grado di attirare sempre più turisti, che scrive il futuro ma non dimentica il passato. In questo contesto, Mertens è l’essenza di una squadra che vive in maniera simbiotica con la propria città, rappresentando un modello quasi unico all’interno del nostro Paese.

(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images).

Con gli addii di Reina e Hamsik, Mertens ha assunto, inoltre, i gradi di lider maximo della squadra. Scherza con Tommaso Starace (l’uomo dei caffè), aizza i compagni dalla panchina (sempre più rara) che ha imparato ad accettare nelle logiche del turnover ancelottiano, gioisce come un bambino ai gol di Llorente, tira una pacca a Milik quando sbaglia, integra Younes, abbraccia Koulibaly, si muove all’unisono con Insigne e Callejon, esulta imitando la sua cagnolina Juliette, dedica reti ad amici napoletani. Si ferma sempre un minuto in più sotto la curva, a prendere gli applausi, a cantare, a regalare la propria maglia, a saltare dopo una vittoria, a raccogliere la delusione dopo una sconfitta. Ride.

Ed è nella risata che Napoli si riconosce integralmente e definitivamente in lui. Perché ci sono frangenti in cui Mertens supera la dimensione del leader, tecnico ed emotivo. Sono attimi di imprevedibilità nati per scaldare il cuore del pubblico. Sono secondi di venerazione del divino, in cui il belga sfida la sorte: la irride.

Dotato di sensibilità pura applicata a rapidità, ricostruisce lo spazio avvitandosi come un giravite tra gambe avversarie pronte a inchiodarlo; costringe i difensori a immaginare uno-due che sembrano provenire da un joystick. Mertens è una playstation. In piena apoteosi tecnica, non cerca semplicemente il gol, ma ricalca il sublime.

Come quando, contro il Torino, disegna un arcobaleno di traverso.

È un gesto tecnico così difficile da pensare che Hart rimane immobile, forse non vuole rovinare un capolavoro. La naturalezza con cui Mertens lo compie ricorda Kobe Bryant nel suo classico step back.

Come quando, contro la Lazio, fa rivivere il mito di Maradona.

 

Dries “Ciro” Mertens è in mezzo al campo e ora mira la luna. Il suo sguardo non è rivolto semplicemente al record di gol di Hamsik che supererà a breve, ma è proiettato a giugno: il contratto è in scadenza e potrebbe essere realmente il suo ultimo anno. Prima che questo accada, se accadrà, continuerà a segnare con una follia in testa: riportare un grande trofeo a Napoli. Trent’anni dopo.

Francesco Saverio Simonetti

About Francesco Saverio Simonetti

Nasce in provincia di Caserta nel 1993, vive in provincia di Milano dal 1998. Laureato in Editoria, collabora per The Vision, ascolta Rino Gaetano, legge Giovanni Arpino, è spesso infortunato quindi scrive.

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