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E alla fine c’è sempre il Real

By 27 Aprile 2021
Real Madrid

Nonostante una stagione tormentata il Real Madrid è ancora in corsa sia per la Champions che per la Liga. Un capolavoro di Zidane, mai in discussione come quest’anno e parafulmine in mezzo alla tormenta che ha travolto la società

Come un fondista o un maratoneta il Real Madrid si è dimostrato abile sulla lunga distanza. “Io sono ancora qua”, alla Vasco Rossi, eh già, perché tanto per cambiare i blancos sono arrivati tra le prime quattro d’Europa (almeno, poi col Chelsea si vedrà) dopo una stagione che definire tormentata è poco. Infortuni, scarso rendimento di alcuni giocatori, inciampi clamorosi: eppure il Real è a due passi dalla vittoria numero 14 in Champions League. Merito anche di un allenatore, Zinedine Zidane, che mai come quest’anno ha dovuto fare da parafulmine. Forse davvero l’unico proponibile per la panchina del club più importante del mondo.

Alcoyano

Di “funerali sportivi” il Real Madrid quest’anno ne ha subiti forse più che in tutte le ultime cinque stagioni messe assieme. Non che i blancos abbiano fatto molto per allontanare le crisi, quando queste si sono presentate con chiarezza. È praticamente da ottobre che il rendimento dei madrileni ha dei grossi inciampi ogni mese, ma ogni volta che il Real è finito dentro una buca ha trovato la forza per risalire subito.

Prendete quello che è successo nel giro di 4 giorni, dal 17 al 21 ottobre scorso, appunto: sconfitta in casa con il Cadice e lo Shakthar Donetsk. Due sberle imbarazzanti prese da una squadra ingrippata e fuori fase, con gli andalusi a festeggiare una vittoria in casa del Real a distanza di 110 anni dall’ultima e i blancos battuti da una neopromossa tra le mura amiche per la prima volta dal 2007 (Levante corsaro 1-0).

Come gravità, però, tra i due k.o. è stato molto più grave quello contro lo Shakthar all’esordio in Champions League. Sì, perché se la sconfitta col Cadice non stava pregiudicando il cammino nella Liga, una legnata del genere in Europa non dava già più margine di errore. E poi come era arrivata, quella sconfitta: 0-3 nel primo tempo con voragini lasciate in una difesa priva di Ramos, d’accordo, ma in cui anche un campione del mondo come Varane sembrava capitato di lì per sbaglio.

Real Madrid

(AP Photo/Bernat Armangue)

«Il responsabile sono io, non vi azzardate a prendervela con i giocatori, ora tocca a me trovare la soluzione», la reazione di Zidane. Tempo quattro giorni e il Real deve giocare contro il Barcellona al Camp Nou in un Clasico dove i pronostici sono in maggioranza per Messi e compagni, anche loro non al meglio, in verità. Torna Ramos e si vede, il Madrid vince 3-1 e reagisce alla faccia delle critiche.

A novembre in campionato arrivano altre due sconfitte imbarazzanti: a Valencia è 4-1 per i locali con tre (tre!) rigori concessi e un’autorete di Varane. Carlos Soler eroe con una tripletta dal dischetto e notte fonda per il Real che, non contento evidentemente, riesce a perdere in casa anche contro il modesto Alaves. Da antologia in negativo lo 0-2 di Joselu, “assistito” da un rinvio molle di Courtois nella partita dell’ennesimo infortunio di Hazard, la stella arrivata a sostituire, almeno in quanto a peso specifico e talento, Cristiano Ronaldo e che ha passato più tempo in infermeria che sul campo, negli ultimi due anni.

«La colpa è mia, sono io l’allenatore e non bisogna focalizzarsi sugli errori dell’uno o dell’altro giocatore», ancora una volta dopo la sconfitta con l’Alaves è Zidane a immolarsi e a fare scudo davanti ai suoi ragazzi. E pensare che pochi giorni prima con la vittoria a Milano contro l’Inter era arrivata una mezza ipoteca sulla qualificazione agli ottavi di Champions. Anche lì, situazione raddrizzata nel momento peggiore.

Di più, nelle due partite di Liga successive a quella (in mezzo c’è anche la sconfitta 2-0 a Donetsk) vengono battuti il Siviglia e l’Atletico Madrid, con prestazioni impressionanti specie nel derby cittadino in cui gli uomini di Simeone non vedono palla. Un altro segno, però, di un Real “forte con i forti”: quando conta, insomma, anche in campionato. Sono questi risultati che, di fatto, hanno tenuto al vertice della classifica i blancos.

Real Madrid

 

Il punto più basso della stagione, però, quello che è sembrato essere il punto di non ritorno, è stato il 20 gennaio di quest’anno. Archiviata senza colpo ferire la sconfitta in Supercoppa di Spagna contro l’Athletic Bilbao in semifinale, al debutto in Coppa del Re ecco “l’Alcoyanazo”. Sedicesimi di finale, avversaria più che morbida come ormai d’abitudine nel formato rinnovato della manifestazione, gol di Militao e partita abbastanza in controllo.

Tutto da rifare a 10′ dalla fine quano l’Alcoyano, squadra di Segunda B, di terza serie spagnola, pareggia portando l’incontro ai supplementari. I padroni di casa rimangono in dieci, ma incredibilmente vanno in vantaggio con un contropiede nato da un angolo del Real Madrid: una rete imbarazzante per la difesa del Real, presa in giro da tale Javi Antòn, ventenne cresciuto nel Racing Playa San Juan di Alicante (da cui Alcoy dista 45 minuti in macchina).

Una delle eliminazioni più umilianti per i blancos nella storia della Coppa del Re, roba da processi sommari. Zidane va davanti ai giornalisti e offre di nuovo il petto: «Nulla di cui vergognarsi, sono cose che succedono nel calcio. Se la squadra non ha reso sufficientemente bene la colpa è mia. L’importante è non perdere la testa».

Pochi giorni dopo l’allenatore francese risulta anche positivo al Covid-19, ma nonostante le riunioni societarie e gli spifferi della stampa che ritengono il suo ciclo finito la squadra è con lui. Specialmente la vecchia guardia: Ramos, Benzema, Kroos, Casemiro e Modric.

Real Madrid

Militao, sei proprio tu?

Difficile anche non considerare tre quarti della rosa come la vecchia guardia visto che il Real l’estate scorsa non ha comprato nessuno, a parte Odegaard riportato a casa e già spedito in prestito all’Arsenal. Il gruppo è sempre quello, mostra un certo logorio, ma se andiamo a vedere, per dire, la formazione che ha vinto la prima Champions del ciclo-Zidane, quella del 2016 contro l’Atletico, dei 18 tra campo e panchina 10 ci sono ancora. Il centrocampo, soprattutto, è identico, con la triade intoccabile Kroos-Casemiro-Modric: e non è che abbia perso efficacia, anzi.

I protagonisti di quest’anno, più ancora di un Benzema mai così decisivo (27 gol stagionali: dopo di lui il deserto con Asensio, Casemiro e Vinicius a 6), sono stati gli ex “brutti anatroccoli”, i rincalzi diventati titolari. Come Lucas Vazquez, che sta per andare a scadenza di contratto ma che non ha fatto rimpiangere Carvajal, quasi sempre infortunato; oppure Nacho e Militao, i due centrali difensivi di riserva che hanno provato a sostituire Sergio Ramos, che tra guai fisici e positività al Covid è rimasto in campo solo per 1278 minuti. Mai così pochi da quando debuttò da minorenne col Siviglia nella Liga.

Clamoroso il caso di Militao, visto che Nacho comunque è un onestissimo mestierante della difesa utilizzato da sempre al Real, quindi dal 2011 in poi, come jolly in tutti i ruoli della retroguardia, alla bisogna. Il brasiliano, arrivato un anno e mezzo fa per 50 milioni dal Porto, è passato nel giro di pochi mesi da “ridicolo flop di mercato” a “imprescindibile per il futuro”, vista anche l’incertezza sul rinnovo in contratto dello stesso Ramos.

Lontani i ricordi del malore avuto nella conferenza stampa di presentazione, un mezzo svenimento che aveva fatto il giro del mondo, Militao sta tornando quello di cui il Real si era invaghito rendendolo il difensore più pagato nella sua storia: con 2.8 contrasti vinti a partita, per dire, è il miglior centrale della Champions dietro a Upamecano del Lipsia, futuro sposo del Bayern Monaco.

Con la coppia Nacho-Militao ad Anfield, nel ritorno dei quarti di finale di Champions, Zidane è andato a comandare in faccia a uno dei tridenti più temibili d’Europa. E d’accordo che il Liverpool non è quello di due anni fa, ma il clinic della difesa del Real è stato clamoroso. Una difesa formata, oltre che da Nacho e Militao, da Valverde come terzino destro (sarebbe un centrocampista) e Mendy a sinistra. In infermeria, o a casa col Covid, Carvajal-Ramos-Varane-Vazquez.

Real Madrid

(AP Photo/Bernat Armangue)

Esaltarsi nelle difficoltà

Insomma, più c’è stato da arrangiarsi e più Zidane ha dato il meglio. “La politica è l’arte del possibile”, come sentenziava Otto von Bismarck 150 anni fa e in questo Zizou è stato un degno successore del “Cancelliere di Ferro”. Imbattuto dal 30 gennaio (l’ultimo scivolone in casa contro il Levante), il Real Madrid ha una buonissima occasione per andare quantomeno in finale di Champions League, e poi contro Psg o Manchester City si vedrà. Anche se il Chelsea è un avversario da non sottovalutare, specie da quando in panchina si è seduto Tuchel.

Politica entrata di prepotenza nella stagione del Real per via anche delle ormai famose vicissitudini della Superlega, con Florentino Pérez che ne ha combinate di ogni pur di far parlare di sé, quasi dimenticandosi delle vicende di campo attuali. Col rischio, peraltro, di segnare un leggendario autogol, viste le minacce di estromissione dei blancos da questa edizione della Champions.

Anche in questo, però, Zidane ha preferito non sporcarsi le mani. Non si è immolato per il suo presidente come per i suoi giocatori, ma ha sfoderato le consuete arti diplomatiche: «È un affare che non mi riguarda, dovete chiedere a Florentino Pérez e non a me, non è il mio lavoro. Io sono qua per parlare delle partite».

Terzo in campionato a due punti dall’Atletico a cinque giornate dalla fine e in semifinale di Champions, oggettivamente da favorito contro il Chelsea: questo Real è un diesel imprevedibile con, forse, avevamo tutti dato per spacciato troppo presto.

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