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È davvero un rischio comprare dall’Atalanta?

By 16 Luglio 2020

La Dea è diventata un’officina che prende in carico auto utilitarie e le trasforma in bolidi lucidi e fiammanti. Immagine virtuosa ma anche ambigua, perché se da una parte l’Atalanta ha il merito di mostrare ciò che di meglio i suoi giocatori possono offrire, dall’altra è autrice di un loro ritratto che può risultare “infedele”.

 

Dalla ripresa del campionato, il ruolo di centrale nella difesa a tre di questa Atalanta furiosa e spettacolare è stato soprattutto di Mattia Caldara, titolare in sette delle ultime nove gare. Caldara è tornato a Bergamo dopo un biennio sventurato trascorso al Milan, in cui un difficile adattamento prima e un grave infortunio al ginocchio poi hanno frenato lo slancio di una carriera in piena fioritura. Sembrava che la sua parabola si fosse interrotta precocemente. Il suo nome, come molti altri nomi di grandi prospetti scivolati in un limbo per cause diverse, era finito nel dimenticatoio. Così a gennaio ha fatto ritorno all’Atalanta, dove il suo ricordo è sempre rimasto vivo.

Nemmeno il tempo di rimettere piede in casa e sistemare le cose nel suo vecchio armadietto, che Caldara è tornato in campo (una settimana dopo il trasferimento), riassaporando una sensazione che non provava da quasi un anno (24 aprile 2019, Milan-Lazio 0-1). Alla corte di Gasperini, Caldara ha ritrovato presto confidenza con in suoi mezzi e fiducia in se stesso, oltre che una buona condizione fisica. Dall’incubo di uno smarrimento apparso a un certo punto quasi definitivo, eccolo di nuovo protagonista di un sogno che l’ambiente Atalanta coltiva con la serenità di chi sa di non avere limiti.

Atalanta

Foto Andrea Bressanutti/LaPresse

Al contempo, la Serie A post-lockdown ha visto l’Inter incagliarsi in una serie di risultati negativi (soprattutto per le situazioni di vantaggio in cui si trovava) che oggi, guardando la classifica, sono rimpianti che pesano come macigni. Tra i simboli di questo periodo sciagurato c’è Roberto Gagliardini, sempre titolare nelle ultime sette gare per via degli infortuni di Vecino, Barella e Sensi. La traversa colpita a porta vuota contro il Sassuolo (che sarebbe valsa il 3-1) e il liscio che ha consentito a Musa Juwara di avviare la rimonta del Bologna sono tra le diapositive più crudeli della galleria di occasioni perse prodotta dalla squadra di Conte nell’ultimo mese. Momenti decisivi che hanno fatto di Gagliardini un facile bersaglio della tifoseria nerazzurra, già non esattamente clemente nei confronti del centrocampista bergamasco. 

Gagliardini era arrivato all’Inter nel gennaio del 2017 con la formula del prestito con obbligo di riscatto, per un’operazione dal valore complessivo di circa 22 milioni euro. Ammaliata da una prima parte di stagione sensazionale disputata da Gagliardini in maglia Atalanta, la società del presidente Zhang aveva deciso di investire su di lui una cifra tutt’altro che esigua, convinta che il giocatore potesse rappresentare un perno dell’Inter del futuro. I primi mesi dal suo arrivo a Milano sembravano darle ragione: con la sua fisicità prorompente, i suoi tempi di inserimento (che hanno portato a due gol), e una personalità notevole, Gagliardini aveva letteralmente preso in mano il centrocampo interista, alimentando tutte le buone speranze che ambiente e tifosi riponevano su di lui. Poi, col tempo, il suo rendimento è calato, ha perso lo smalto di quei mesi brillanti ed è scivolato ben presto in una dimensione gregaria. Quella in cui si trova oggi. Un processo di “normalizzazione” che ha aperto una riflessione sulla possibilità che il primo Gagliardini interista non fosse il “vero” Gagliardini, ma il riflesso abbagliante di un giocatore che in maglia Atalanta era andato oltre i suoi limiti.

Atalanta

Foto Fabio Rossi/AS Roma/LaPresse

Caldara e Gagliardini non sono gli unici giocatori ad aver tradito le attese  – anche se per motivi diversi – una volta lasciato Bergamo. Bryan Cristante (ceduto alla Roma per 21 milioni), Franck Kessié (al Milan per 24 milioni), Andrea Conti (sebbene anche lui abbia subìto un brutto infortunio), sono altri esempi di giocatori che dopo splendidi exploit in maglia nerazzurra non sono stati capaci – o lo sono stati solo parzialmente – di mantenere le aspettative quando sono passati ad altri club. Certo il blasone delle società in cui hanno portato i loro talenti è diverso, così come la pressione di giocare in certe piazze, ma la questione non sembra ridursi solo a questo.

Da quando Gasperini ha messo le tende a Bergamo, l’Atalanta ha iniziato un percorso di crescita che l’ha portata ad essere una grande realtà del nostro calcio – e non solo – e un virtuoso modello di riferimento. Gli ottimi traguardi raggiunti sul campo hanno rappresentato un capitale che la società ha saputo valorizzare al meglio, chiudendo l’esercizio di bilancio in utile per quattro anni consecutivi. Questo grazie anche alle plusvalenze registrate proprio dalla vendita dei giocatori sopracitati, che inserendosi a meraviglia nella macchina perfetta creata da Gasperini hanno fatto lievitare il prezzo dei propri cartellini. Proprio l’ex tecnico di Genoa e Inter, attraverso un’idea di calcio coraggiosa, inclusiva, fortemente identitaria, e alla capacità di trasmetterla con entusiasmo facendo sentire tutti coinvolti, è riuscito a impregnare l’ambiente atalantino di un’aria quasi magica. Con un tocco di bacchetta, chiunque sia passato da Zingonia negli ultimi anni si è trasformato nella sua miglior versione possibile. Ha toccato picchi di rendimento mai raggiunti in carriera. 

Idee chiare sui compiti da svolgere in campo, eccellente condizione fisica, leggerezza e spirito positivo: questa la miscela che rende possibile l’incantesimo. E che permette all’Atalanta di sostituire i pezzi pregiati venduti sul mercato senza mai subire contraccolpi, sottoponendo allo stesso prezioso sortilegio quasi tutti i nuovi arrivati. 

Atalanta

Foto LaPresse – Spada

Chi non viene ceduto, sotto Gasperini trova la sua completa realizzazione: Ilicic e Gomez sono diventati ciò che per lunghi tratti di carriera si pensava – e sperava – potessero diventare; Pasalic ha finalmente compiuto il salto atteso, Toloi si è imposto come uno dei migliori difensori del nostro campionato. E la lista è ancora lunga. Luis Muriel, arrivato a inizio stagione, ha accettato con il sorriso il ruolo di subentro e dopo una carriera intermittente ha trovato il modo di rendere continuo il suo enorme talento, realizzando il record personale di gol in campionato (17 fino a questo momento). 

L’Atalanta è così diventata una sorta di laboratorio che produce giocatori “potenziati”. Un’officina che prende in carico auto utilitarie e le trasforma in bolidi lucidi e fiammanti. Immagine virtuosa ma anche ambigua, perché se da una parte l’Atalanta ha il merito di mostrare ciò che di meglio i suoi giocatori possono offrire, dall’altra è autrice di un loro ritratto che può risultare “infedele”. Proprio questo inganno benevolo, visti i precedenti, ha generato un interrogativo silenzioso e se vogliamo vago, che in tempo di trasferimenti torna di moda: è un rischio comprare dall’Atalanta? Non è che Robin Gosens, per esempio, autore di un campionato sensazionale in cui ha segnato 9 gol e servito 8 assist, una volta fuori da quel contesto idilliaco non riesca a mantenere questo standard elevatissimo? 

È del tutto evidente che rispondere a un quesito aleatorio come questo risulta difficile. E forse, per come è concepito, è un dubbio che non ha nemmeno senso di esistere. Perché la possibilità che un giocatore non riesca a integrarsi al meglio in un nuovo ambiente fa semplicemente parte del gioco.  Soprattutto se questo ambiente non riflette in nulla quello in cui i calciatori che si intende acquistare hanno fatto vedere grandi cose. E allora è altrettanto chiaro che un ruolo fondamentale lo gioca la sensibilità di un direttore sportivo o dell’area tecnica di una società, che devono capire se ciò che metteranno a disposizione di quel giocatore si concili con ciò che lo ha portato a scatenare il loro interesse. In fondo, per tutti i giocatori incapaci di riconfermarsi fuori da Bergamo, ce ne sono altri che, sbarcati in altre realtà – anche se alcuni di loro solo in prestito -, stanno dando seguito alle aspettative maturate sotto la gestione Gasp. Petagna, Cornelius, Mancini, Bastoni e Barrow, stanno riuscendo a mostrare le loro qualità anche fuori dalla bolla dorata del mondo Atalanta.

Tuttavia, è altrettanto chiaro che quello atalantino, oggi, sia a tutti gli effetti un contesto speciale, unico. Che oltre a un apparato perfettamente funzionante in ogni sua sezione, oltre a un sistema di gioco che valorizza giocatori con determinate caratteristiche (dinamismo, intensità, abilità nell’uno-contro-uno difensivo, tempo d’inserimento, eccetera) sia un ambiente ammantato di qualcosa di intangibile, di un’alchimia che contagia chiunque vi entri a farne parte. Un aspetto che, per quanto astratto e bizzarro, forse non è così assurdo tenere in considerazione nel momento di valutare il possibile acquisto di chi ne fa parte. A sciogliere questo strambo dubbio, almeno per ciò che riguarda questa sessione di mercato, è stata la stessa proprietà atalantina, che ha fatto sapere di non essere intenzionata a vendere i suoi gioielli. Chissà se per le altre squadre sia un peccato o una fortuna.

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