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Stiamo vivendo l’era d’oro dei terzini

By 30 Aprile 2019

La diffusione di moduli con una sola punta ha aumentato i compiti dell’esterno basso, trasformandolo in un ruolo chiave per le squadre che giocano un calcio moderno

Poche settimane fa, il Bayern Monaco ha ufficializzato due acquisti per la prossima stagione: Lucas Hernandez, prelevato dall’Atletico Madrid per 80 milioni, e Benjamin Pavard, in arrivo dallo Stoccarda per 35. In Baviera hanno pensato che la ristrutturazione, dopo le delusioni europee degli ultimi anni, dovesse partire dal basso, dall’acquisto di due terzini.

Le cifre spese per i due francesi non impressionano, un po’ perché abbiamo fatto l’abitudine alle follie del mercato, un po’ perché prima del club tedesco, qualcun altro aveva deciso di lanciare il suo progetto tecnico-tattico partendo dagli acquisti roboanti di tre esterni bassi. Uno che da Monaco è passato e ha sconvolto con il suo approccio visionario: Pep Guardiola.

Quando fece sborsare allo sceicco proprietario del Manchester City 138 milioni per acquistare Kyle Walker, Benjamin Mendy e Danilo, era convinto dell’importanza che avrebbero ricoperto nella struttura della sua nuova squadra, e soprattutto quanto pesasse nel calcio moderno la loro influenza nel gioco.

D’altronde era stato sempre l’allenatore catalano, un decennio fa, a indicare la direzione. A illuminare il percorso che il calcio, da lì in avanti, avrebbe seguito. Quel Barcellona leggendario con cui Guardiola fu protagonista della terza grande rivoluzione dopo quella olandese e quella sacchiana meravigliò il mondo per tanti aspetti, tra i quali l’utilizzo e il coinvolgimento costante dei terzini, in particolare di Dani Alves. Il brasiliano è stato il simbolo della trasformazione del ruolo, segnando un solco con tutti i suoi predecessori, anche i connazionali che negli anni addietro avevano scritto importanti pagine di storia.

Prima che Guardiola rovesciasse il tavolo, infatti, il ruolo del terzino era quello, tra tutti, più marginale e meno seduttivo, a meno che non si parlasse di Brasile o della solita, iconica, Olanda del ’74, che vedeva Wim Suurbier e Ruud Krol trasformarsi in  ali ogni volta che l’Arancia Meccanica attaccava.

Da Nilton e Djalma Santos, i pirotecnici terzini che contribuirono alla vittoria dei Mondiali del ’58 e del ’62, passando per Cafù e Roberto Carlos a cavallo con il nuovo millennio e arrivando a Maicon un lustro più avanti, la tradizione carioca ha esaltato un ruolo sempre visto come corredo di altri, più importanti. Lo ha elevato a un’altra forma espressiva, più creativa, più incisiva, più centrale.

Eppure diversa da quella che Dani Alves ha portato sul campo in quegli anni ruggenti di metamorfosi del gioco. Se i suoi antesignani sfruttavano la loro tecnica partendo sempre dal basso, quasi sempre con il pallone tra i piedi e limitando la corsa senza palla alla classica sovrapposizione, i compiti affidati da Guardiola a Dani Alves erano molto più variegati e richiedevano nozioni nuove, esplorazione di altre zone del campo, movimenti innovativi. Una nuova enciclopedia di giocate plasmata sui princìpi di gioco che da lì in avanti, ognuno aggiungendo qualcosa di suo, gli allenatori di molte squadre in giro per il mondo hanno cominciato a copiare ed adottare, portando a totale compimento quella rivoluzione.

Negli anni, il terzino – che abbiamo preso a chiamare esterno basso –, non solo è riuscito ad affrancarsi dalla sua immagine gregaria e un po’ rozza che arrivava a sfociare nel dispregiativo “terzinaccio”, ma ha finito addirittura per prendersi il proscenio ed essere protagonista, assumendo un ruolo chiave in tutte le situazioni e fasi di gioco.

In particolare, è diventato l’arma offensiva in più alla quale affidarsi per scardinare le difese avversarie, soprattutto quelle più chiuse, preoccupate di creare maggiore densità nella zona centrale, lì dove prima o poi l’avversario vuole arrivare perché lì si trova la porta. È finito per risultare il ruolo da cui dipendono le sorti dell’attacco, perché lo spazio da ricercare per trovare il codice di accesso a quelle difese schierate è proprio quello che si trova davanti a lui, come ha scritto Jonathan Wilson sul Guardian: «sono gli unici calciatori in campo che agiscono regolarmente in porzioni di campo aperte».

La centralità che nel tempo ha avvolto i terzini è dovuta anche alla tendenza di affidarsi a moduli che prevedono solo una punta. Su tutti, il 4-3-3, un sistema di gioco che necessita del costante coinvolgimento dei terzini per il cosiddetto lavoro di “catena laterale”, ovvero la sincronizzazione di movimenti con la mezz’ala e l’esterno alto di parte che è diventato il marchio di fabbrica del Napoli di Maurizio Sarri.

era dei terzini

Con questo schieramento, i compiti degli esterni bassi sono spesso il risultato delle caratteristiche dei loro compagni offensivi. Se davanti a loro ci sono esterni alti rapidi e abili nel dribbling, al terzino toccherà ricercare tracce più interne per liberare la corsia laterale e favorire l’uno contro uno del compagno avanzato ed offrirgli una soluzione di passaggio; se invece i loro dirimpettai sanno giocare in spazi più stretti e acquisiscono pericolosità avvicinandosi alla punta e alla porta, agli esterni bassi toccherà stare larghi, con i piedi che pestano la riga laterale, per garantire l’ampiezza necessaria allo sviluppo del gioco offensivo.

Diverso è il discorso per chi gioca con una difesa a tre. In questo caso gli esterni bassi diventano vere e proprie ali, quelle che in Inghilterra, per differenziarle dai terzini (full-back), chiamano wing-back, e che dalle nostre parti definiamo “quinti” di centrocampo. Con questo assetto, il compito da assolvere in fase offensiva tende ad essere più rigido e lineare, fatto di grandi corse con e senza palla su e giù per la corsia esterna. Proprio per il grande lavoro fisico richiesto, per l’obbligo di sobbarcarsi la responsabilità di coprire tutta la fascia, questi giocatori tendono ad essere molto strutturati fisicamente, dotati di una grande gamba sul lungo.

Sono tanti e tutti utili i modi in cui un terzino può essere utilizzato per far male all’avversario. Molto sfruttato, per esempio, – soprattutto dalle squadre che fanno molto possesso nella metà campo avversaria-  è quello dell’inserimento sul lato debole. Un movimento in cui proprio Dani Alves era maestro, e a cui da qualche anno ha fatto seguito con successo Jordi Alba, riallacciandosi al filo rosso della filosofia blaugrana.

era dei terzini

In questo caso il segreto è portare più uomini possibili su un lato del campo, fraseggiare sul breve e poi uscire con un cambio campo per sfruttare l’inserimento da dietro del terzino opposto, che attacca lo spazio alle spalle del difensore sul lato più scoperto della retroguardia avversaria. Una costante del primo tempo della gara di andata tra Ajax e Juventus – per allacciarci all’attualità -, in cui Neres si spostava dal lato di Ziyech per lasciare solo Tagliafico sulla corsia di sinistra, pronto ad essere innescato con un cambio campo.

Quelli abbozzati sono solo semplici esempi di come può essere impiegato un esterno basso nel calcio di questi tempi, tempi in cui bisogna partire dall’assunto che non si può più parlare di ruolo ma di compito da svolgere sul campo. E questo, ad ogni partita può cambiare, a seconda dell’avversario che ci si trova di fronte e delle interpretazioni dei giocatori nella varie situazioni di gioco. Proprio la fluidità e la flessibilità nelle quali fluttua la tattica contemporanea, hanno favorito esperimenti di vario genere in cui il terzino si è trovato spesso a fare da cavia.

E qui dobbiamo tornare a Guardiola, capace di tirare fuori dal suo cilindro l’idea di un esterno basso ibrido che, soprattutto in fase di costruzione bassa, occupi una posizione di mezzo tra il centrale di difesa e il mediano per creare la superiorità posizionale ed eludere la prima pressione avversaria. L’allenatore spagnolo aveva partorito quest’idea quando sedeva sulla panchina del Bayern, affidando l’insolito incarico a un giocatore completo e intelligente come Alaba, che partendo da quella posizione finiva per galleggiare nella zona della trequarti offensiva.

era dei terzini

Una volta al City, ha riproposto l’invenzione adattando a quel compito un giocatore come Delph, nato e cresciuto come centrocampista. Non solo esperimenti, ma anche trasformazioni. Giocatori come Florenzi o Sergi Roberto che da centrocampisti sono diventati esterni bassi, o viceversa da esterni bassi a centrocampisti come Philip Lahm, modellato dal solito vate Pep

L’importanza e l’incidenza che gli esterni bassi hanno sul gioco non è certamente una novità degli ultimi tempi. Anche a un occhio poco attento non sarà sfuggita l’evoluzione che negli ultimi anni li ha portati al centro del dibattito calcistico e delle trattative di mercato. Oggi, tuttavia, il loro contributo ha raggiunto il punto più alto.

Concetti come la costruzione dal basso, il possesso-palla, il pressing e la riaggressione, che fino a un paio di anni fa erano in fase di esplorazione e sperimentazione, oggi sono i capisaldi del calcio proattivo che domina la scena, e che molti tra gli allenatori delle grandi squadre europee ricercano ossessivamente perché convinti che sia la strada principale per raggiungere i successi. E queste linee guida sempre presenti nella lavagna tattica, trovano nel terzino un elemento essenziale per la loro realizzazione.

Un’influenza certificata anche dai numeri. Non è un caso che nel Liverpool di Klopp, in semifinale di Champions League e in lotta per il titolo di Premier League, Alexander Arnold e Andrew Robertson, due tra i migliori terzini che oggi offre il calcio mondiale, abbiano messo insieme 20 assist e 1.4 passaggi chiave di media a partita in stagione (meglio di loro solo Salah e Henderson).

Il calcio è cambiato, la narrazione è cambiata, e così anche il nostro sguardo appassionato su quello che succede sul campo è diverso. Non restiamo più affascinati solo dalle giocate di attaccanti, fantasisti o centrocampisti creativi, oggi l’attenzione è rapita anche dai terzini, al punto che questa può essere tranquillamente definita la loro era.

 

Foto: Getty Images.

 

 

Federico Corona

About Federico Corona

Federico Corona nasce a Milano da genitori catanesi. Giornalista professionista, ha lanciato progetti editoriali sul web, scrive di sport e umanità varia su riviste cartacee e digitali.

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