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Eder, un romanzo lungo 13 minuti

By 22 Ottobre 2019

Entrato nei supplementari della finale di Euro 2016 Eder segna il più improbabile dei gol e regala al Portogallo il titolo di campione d’Europa. L’attaccante, però, resterà un carneade, autore di un’opera sola, di un solo romanzo proprio come Emily Brontë, Boris Pasternak, Sylvia Plath, Alain – Fournier, Margareth Mitchell

Ederzito Antònio Macedo Lopes è stato un bambino lontano, lontano dalla sua nazione, Guinea Bissau, lontano dai genitori, in un collegio di Coimbra, infine lontano dal padre che in Inghilterra uccide la matrigna. C’è dolore nella sua vita in Portogallo, un brutto dolore, lui è un sorrow song senza musica anche se poi nel 2011 decide di prendere la nazionalità portoghese forse perché vuole sentire l’appartenenza e non l’anonimato di un orfanotrofio, ormai parla la lingua di Pessoa e l’Africa diventa un continente straniero, giù, in basso, da qualche parte. Un’assenza anzi le assenze, con queste è diventato adulto.

In un deserto senz’acqua
In una notte senza luna
In un paese senza nome
O in una terra nuda
Per quanto grande sia la disperazione
Nessuna lontananza è più profonda della tua

(Photo by Mike Hewitt/Getty Images).

canta la poetessa portoghese Sophia de Mello Breyner Andresen ed è come se Ederzito la ripetesse asincrono, sbagliando, inciampando nelle parole quasi fossero buche dentro cui cadere o rompersi una caviglia. Solo, disperato, la vita addosso che ha il peso della morte e da sotto a fatica è sgusciato fuori per farsi uomo, atleta, non campione. Calciatore anonimo, attaccante con qualche buona stagione nel Braga ma mai goleador, è andato malissimo nello Swansea, appena benino nel Lilla eppure per gli Europei 2016 viene convocato a sorpresa; è una figura marginale, gioca pochissimi minuti contro squadre minori, nessuno sa chi sia, si fa chiamare Èder come il mancino brasiliano degli anni Ottanta e il centravanti brasiliano che ha giocato nel Genoa e nell’Inter, forse ha reciso il resto del suo nome che gli ricorda una infanzia interrotta troppo presto.

Lui, il guineense, non ha gloria, gioca a pallone con piedi indecisi, la panchina è più frequente del campo ma non c’è avvilimento, solo rassegnazione a essere comparsa nella nazionale di Cristiano Ronaldo che quell’europeo lo giocò in maniera ordinaria e spesso insignificante e in finale contro la Francia uscì per infortunio dopo venticinque minuti. Renato Sanches e Joao Mario furono le gambe, il cuore, la forza del Portogallo ma a loro non venne riconosciuta la beatificazione che spettò all’impalpabile Cristiano dell’Europeo, proprio come in “Non ci resta che piangere” dove Benigni si prodiga per aiutare una donna e la vecchia ringrazia Troisi che invece non combina nulla (“Grazie, Mario!”).

Èder la finale la giocò per tredici minuti, quelli del supplementare conclusivo, quando si era sullo zero a zero e servivano fisico e centimetri, la Francia pareva sul punto di percuotere il Portogallo stremato, infelice, sull’orlo di una crisi di nervi, pronto all’ennesimo de profundis lusitano. “Mi convinco sempre più che non saprò resistere al temporale furioso, alla vita insomma, nella quale non avrò mai un posto. Mi creda, mio caro Fernando, è inutile avere illusioni: io sto toccando la fine: una fine tutta drappi e bandiere, ma pur sempre una fine”, lo scrisse Mário de Sá – Carneiro a Pessoa il 13 luglio 1914, due mesi prima di suicidarsi in frac, sul letto, con la stricnina, dopo aver convocato gli amici.

Photo by Matthias Hangst/Getty Images)

Ecco questo brano dello scrittore modernista era quello che stava recitando in quei minuti il Portogallo, squadra che non aveva mai vinto nulla e che ancora una volta era convinta di star toccando la fine, sparendo sotto la furia di un temporale, ricoperta dal solito premio di consolazione, somigliando al suo panchinaro triste più che al narciso di Funchal. E invece a al minuto 109, quando la partita si stava estenuando, l’anonimo della Guinea Bissau, il bambino lontano, ricevette palla, la portò avanti spostando il difensore francese, avanzò scivolando leggermente con il suo fisico grosso e sgraziato e non si sapeva che volesse fare visto che era solo contro la difesa transalpina, infine tirò sotto gli occhi opachi di Pogba che lo guardò di spalle e il pallone il portiere Lloris ci provò a prenderlo, certo che ci provò, ma non ce la fece.

Gol, era gol, incredibile ma vero, l’anonimo Antonio Macedo era diventato d’un tratto il centro del mondo, l’epicentro degli esclusi, l’apparizione degli invisibili. Èder cadde a terra, si rialzò, tutti corsero ad abbracciarlo, Cristiano Ronaldo in disparte si portò le mani in faccia commosso dopo aver esultato zoppicando e si continuò a inquadrarlo quasi fosse stato lui a realizzare la vittoria. La riserva segna e il mondo guarda altrove per applaudire, proprio come fa un servo di corte quasi temesse di commettere una scortesia verso chi ha diritto di regalità.

Senza quel gol, che fece vincere il Pallone d’oro a Cristiano, oggi nessuno ricorderebbe il calciatore africano, lui è autore di un’opera sola, di un solo romanzo proprio come Emily Brontë, Boris Pasternak, Sylvia Plath, Alain – Fournier, Margareth Mitchell; gli altri segnati non contano nulla, sono testi minori di poca ed effimera importanza, scarti di carriera senza valore. “Oheròi impròvavel Ederzito Antonio Macedo Lopes” è scritto su una targa commemorativa davanti alla casa, nel quartiere povero di Ajuda, dove è nato e dove ancora abita la nonna Ricardina, lungo una stradina strozzata dal traffico di Bissau.

Eder

(Photo by Dan Mullan/Getty Images)

Lui, l’eroe improbabile, come venne definito, gioca adesso nel Lokomotiv Mosca, continuando la sua vita che lo porta sempre lontano. Quando ancora militava nel Lille il pubblico lo fischiava, lo insultava perché la Francia era indignata, non poteva ancora credere di aver perso a Parigi per il gol di un figurante della storia e non per l’abilità di Cristiano Ronaldo, che avrebbe reso almeno più luminosa la mattanza. Il padre di Èderzito sarebbe voluto diventare un calciatore e invece la fame, la rabbia, la gelosia lo hanno distrutto e condannato al buio, suo figlio almeno è stato un lampo di sera, prima della penombra.

Nel 1987, quando nacque il piccolo Lopes, il primo ministro della Guinea Bissau aveva stipulato con la Banca Mondiale un accordo economico per rilanciare l’agricoltura ma il paese resta uno dei più poveri al mondo; e la miseria rimane nel sangue, non scompare, perciò Èder ha esaltato per alcuni anni ogni gol tirando fuori da un calzettone un guanto bianco che indossava come per fare a pugni: era un invito a credere in se stessi, a non mollare mai, never give up.

Eder

(Photo by Alex Livesey/Getty Images)

La targa commemorativa sulla porta di casa si sta corrodendo dentro quello che è considerato un narcostato: i narcotrafficanti sudamericani, infatti, hanno scelto la Guinea-Bissau come porto di entrata in Africa per poi spostarsi verso l’Europa. Dopo quel gol Èder non ha più giocato competizioni con il Portogallo, è scivolato via, in Russia, lontano dalla gloria e dalla memoria degli uomini; quando si parla di quella vittoria a Parigi non lo nominano mai, nemmeno ricordano il nome, resta un intruso che poco c’entra con la grandezza.

In Australia il gol di Èder lo avrebbero chiamato “doing a Bradbury” per indicare un successo clamoroso e del tutto inaspettato. Ecco il calciatore della Guinea – Bissau, pur avendo vinto, viene considerato come Steven Bradbury il quale alle Olimpiadi 2002 di Salt Lake City, dopo essere arrivato fortunosamente alla finale di short track, all’ultimo giro, è ultimo, ma proprio ultimo; alla curva, poco prima dell’arrivo, però, avviene qualcosa che ha a che fare con le comiche del cinema muto: Jiajun, cercando di sorpassare Ohno, cade, perde l’equilibrio e trascina con sé gli altri. Bradbury così, incredulo, pattinando sul ghiaccio con la lentezza di Fantozzi, conquista l’oro che dedicherà alla sua sofferenza (arteria femorale recisa e rottura del collo). In Portogallo, allora, per indicare la perseveranza, la determinazione, la possibilità di essere protagonisti fosse anche solo per una sera potrebbe dirsi “faça o Èder”, fare l’Èder; e quella sera resterà per sempre. 

Davide Morganti

About Davide Morganti

Davide Morganti, professione insegnante, ha scritto romanzi per Avagliano, Fandango, Neri Pozza.

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