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L’effetto Conte, spiegato

By 26 Settembre 2019

Perché il tecnico nerazzurro ha una presa immediata sul contesto in cui opera

Al fischio finale, a prescindere dal risultato, Antonio Conte entra in campo e saluta uno ad uno i suoi giocatori. Lo fa sempre, lo fa da sempre. È un gesto apparentemente banale, qualcosa di cui sarebbero capaci tutti, che invece è per pochi, perché a pochi viene spontaneo e credibile. Non è solo un ringraziamento fine a se stesso, però, è anche un’arma a favore di Conte: il tecnico, subito dopo aver condotto l’orchestra, scende dal piedistallo e si mescola agli strumentisti, suggerendo che il risultato è un affare di tutti, nessuno escluso. È il momento in cui Conte azzera la distanza con chi ha appena comandato: così riavvia subito il ciclo virtuoso che gli permetterà di allenare durante la settimana con una comunione d’intenti radicata, premessa fondamentale del suo lavoro.

E sembra qualcosa di superfluo per dei professionisti, che sono obbligati da contratto a dare il massimo, e invece è tutto il contrario, è un gesto che i calciatori apprezzano. Perché è un promemoria sul fatto che non sono soli. Non è scontato il gesto, quindi, e non lo è nemmeno il modo con cui Conte lo inscena: non con una fredda stretta di mano ma con un batticinque vigoroso, seguito da un abbraccio energico, qualcosa che di solito si verifica tra giocatori, non tra un capo e i suoi sottoposti. Conte in sostanza fa breccia perché sa gestire l’alternanza del suo ruolo, sa essere un superiore ma anche un pari, e in entrambi i casi è convincente, mai forzato.

(Photo by Marco Bertorello / AFP).

La sua forza è la naturalezza. Non recita un copione, lui è così e quando lo dice è sincero. Funziona perché è autentico, e in un mondo come quello del calcio è una fortuna unica: sia i giocatori che il pubblico smaschera presto chi recita. Anche Mourinho, primo attore nella comunicazione, fu davvero efficace perché, dopo un inizio preconfezionato, diventò spontaneo, seppur mantenendo sempre alti i toni.

Conte viene apprezzato dai giocatori e dal pubblico perché manifesta un’intima e perenne inquietudine, che è la stessa del tifoso appassionato. Non sa convivere con la sconfitta, ma anziché temerla si dimena per evitarla. Il segreto è qui: questa irrequietezza diventa positiva, si trasforma in energia pura, una voglia di fare incontenibile. Conte fa breccia perché fatica, è un milionario che si comporta come se dovesse guadagnarsi la sopravvivenza, come se da una partita dipendesse la sua vita professionale, il suo presente e il suo futuro. È unico, ma si atteggia come se fosse uno dei tanti. È la locomotiva, ma lavora come se fosse l’ultima ruota del carro.

Conte ha una presa così immediata all’interno, sui giocatori, anche perché ne semplifica i compiti in campo. Disegna un perimetro tattico netto, rigido, all’interno del quale è più facile giocare, soprattutto per chi non è un campione assoluto. Il suo gioco si snoda su tracce piuttosto rigide, ha una base geometrica scientifica, facile da comprendere e da imparare. La maggior parte dei calciatori accoglie con favore un tecnico la cui idea di gioco diventa una protezione, un salvagente per gli errori, perché è il contesto ideale per rendere di più, per crescere, per acquisire valore e accedere ad un livello superiore della carriera.

Foto Massimo Paolone/LaPresse

Il rapporto con l’esterno, con la platea, nasce spontaneamente perché Conte vive la partita come se la giocasse. E per un pubblico come quello interista, pretenzioso ma coinvolto, è fondamentale potersi riconoscere nei comportamenti di un allenatore. Conte non è interista, è evidente, ma si comporta come tale: è insoddisfatto e critico, ma anche partecipe e ostinato. Per questo il pubblico nerazzurro è disponibile a sorvolare sul passato bianconero: ha bisogno di un riflesso in campo che non lo faccia sentire incompreso e fuori luogo.

Trova conforto in qualcuno di simile e in questo caso non rischia di esagerare nell’immedesimarsi perché Conte rimane un ex juventino. È una misura perfetta, c’è nel mondo Inter una distanza oggettiva tra il mister e il pubblico che evita un’esaltazione esagerata di fronte ai primi risultati positivi, la classica premessa per un’implosione nel momento in cui i risultati vengono a mancare.

Anche se, per paradosso, i risultati diventano secondari, con Conte. È un paradosso di per sé, ma sottolineato anche dal fatto che i tabellini sono il primo obiettivo di un uomo che non sa convivere con la sconfitta, e sono anche la prima promessa di un tecnico che ha quasi sempre avuto successo nel primo anno di gestione. Diventano secondari nel rapporto tra Conte e il contesto in cui opera perché quelli negativi alimentano l’ossessione del tecnico, ne danno forza e efficacia, la rendono ancora più autentica.

effetto Conte

Foto LaPresse/Marco Alpozzi.

Si prenda il pareggio con lo Slavia Praga: per Conte è diventata l’occasione per sottolineare quanto “la squadra debba essere incazzata”, in un inizio di stagione con tre vittorie su altrettante partite che poteva alleggerire troppo i giocatori e dare loro l’illusione dell’onnipotenza. Per funzionare, Conte ha infatti bisogno che il gruppo condivida almeno una parte della sua inquietudine.

C’è poi un riscontro sul campo che consente a Conte di essere credibile, e cioè che ciò che promette (garantire una squadra a sua immagine e somiglianza) è tangibile nell’immediato. La sua mano si vede sempre, e si vede subito. Il merito va al suo modello di training, ormai consolidato: fosse un oggetto, meriterebbe un brevetto. Così Conte guadagna un credito nella prima fase di stagione, fa intravedere qualcosa e suggerisce che il meglio debba ancora arrivare. Incuriosisce, fa venire l’acquolina in bocca, fa crescere la voglia di vedere quale sarà il passo successivo, cosa c’è dopo, fino a che punto può arrivare la squadra. È un’eterna promessa di grandezza che porta ad uno stato di sospensione, di attesa. In pratica, è un limbo in cui Conte ricava uno spazio per lavorare al riparo da eventuali critiche, e anche un collante con cui riesce a tenere tutte le componenti dell’ambiente legate.

Claudio Savelli

About Claudio Savelli

Giornalista, tra le altre cose. Fa, vede, scrive, tendenzialmente di calcio e sport, ma non solo. È firma di Rivista Undici e Libero, ma non solo. Infatti lo trovate anche qui.

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