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Eidur Gudjohnsen, nel nome del padre

By 6 Agosto 2019 Agosto 7th, 2019
Gudjohnsen

Il 24 aprile 1996, a Tallin, si gioca Estonia-Islanda. Al 62′ ecco che Arnor Gudjohnsen viene richiamato in panchina per fare spazio al figlio Eidur. E mentre il padre lo bacia su una guancia, il ragazzo guarda fisso il campo. Sarà l’unica partita che i due giocheranno insieme

 

Quant’è piccola l’Islanda, lassù, tra cielo e acqua, tra terra e fuoco, eppure non finisce dove si ferma ma prosegue in mare, va oltre, senza allontanarsi dal suo freddo perché il gelo non è solo una condizione del tempo ma un luogo da abitare. Lo scrittore Halldór Kiljan Laxness, premio Nobel 1955, in uno dei suoi romanzi più celebri, Salka Valka, scrive: «La casa, la casa … la casa resta in piedi per il tempo che vuol restarvi. Questo è ciò che i può dire della casa, Salka. E ti posso dire in coscienza che spesso ho desiderato che le sue stanze fossero meno numerose, spesso ho invidiato coloro che han piccole case. Le case grosse, Salka, non fanno che inghiottire soldi per la loro manutenzione, che è costosissima. È colui che possiede una piccola casa, che può dirsi felice!».

La celebrazione dell’Islanda è in questo brano, che fa delle sue dimensioni un mondo comunque poco ossessionato dallo spazio che invece par divorare nazioni gigantesche come gli Stati Uniti, la Cina o la Russia; su quest’isola che si allarga sul mare è nato Arnór Guðjohnsen, uno che giocava a pallone ma “era come ogni altro lavoratore, /vestito da lavoro e scarpe consumate. / Non era mai triste e né felice, / e non aveva nessun santuario”, per usare i versi di un celebre poeta islandese: Steinn Steinarr; la sua è stata una carriera dignitosa, in Belgio, con l’Anderlecht, è stato capocannoniere (stagione 1986 – 1987) ma è rimasto un calciatore poco appariscente, appartato come la sua isola.

Il 24 aprile 1996, quando ha ormai trentacinque anni, si gioca a Tallin, in Estonia, un’amichevole tra le due nazionali: il campo è scuro, brutto, l’erba balbetta male ogni volta che la palla rotola; il cielo è grigio, nervoso come gli edifici che sono di lato, è lo stesso cielo dell’Islanda nel film “E respirare normalmente” di Ísold Uggadóttir, dove una madre e un figlio, per difficoltà economiche, dormono in auto, schiacciati dal vento gelido e dal peso di un cielo metallico che par quasi sfiorare le loro teste. Quel giorno lontano, in Estonia, su un campo triste, sembra stiano giocando degli impiegati tanto è deprimente il posto; la voce disordinata del pubblico, appena cinquecento, ricorda quella di parenti accorsi a vedere la partitella solita di fidanzati, mariti, nipoti, cugini.

Eidur Gudjohnsen salta Emiliano Moretti durante la semifinale di ritorno della Coppa del Re 2008, finita 3-2 per il Valencia.

Questo incontro inutile si trasforma in storia al 62′ quando Arnór viene sostituito e corre verso la linea laterale: ad aspettarlo c’è un ragazzo del 1978, ha quasi diciotto anni (a settembre), è il suo esordio in nazionale; si chiama Eidur e diventerà il calciatore islandese col maggiore numero di gol in nazionale (26). Non solo, è il figlio di Arnór. Quando il padre gli si avvicina battono il cinque, poi il vecchio abbraccia il giovane e lo bacia sulla guancia tenendogli il collo ma Eidur guarda avanti, guarda il campo, guarda il suo futuro, la sua speranza. Si avverte la fretta di entrare nella mischia, il desiderio di crescere subito in quei ventotto minuti baltici.

Quel bacio sulla guancia è stata la linea d’ombra tra l’essere un figlio e l’essere un padre, si è abbattuto il confine tra un ragazzo e un uomo: il 24 aprile 1996 un calciatore ha preso il posto di un altro calciatore.  Avrebbero dovuto giocarla insieme quella malinconica partita ma un mese dopo ci sarebbe stato un incontro di qualificazione mondiale contro la Macedonia per onorare meglio l’evento ma il giovane si rompe la caviglia, per due anni smette di giocare, lo stesso fa il padre per limiti d’età; la storia, poi, per il giovane Eidur, lo ha visto giocare con Chelsea, Barcellona, Monaco, Tottenham prima del declino per colpa di continui infortuni che lo hanno portato in Grecia, in Belgio, in Cina e persino in Norvegia, al Molde, prima di sparire nel Pune City, squadra indiana dove per motivi fisici rimane un solo mese per poi ritirarsi.

Non c’è, dunque, nella storia dei due Guðjohnsen la solitudine di re Lear o di papà Goriot abbandonato dalle figlie, Eidur se dovesse scrivere una lettera al padre non sarebbe duro e patetico come Kafka, piuttosto adesso ricambierebbe quell’abbraccio e quel bacio che un lontano mercoledì di fine millennio aveva deciso di non dare; adesso sono entrambi padri, Eidur ne ha quattro di figli e Sveinn gioca nello Spezia, a ventuno anni. Chissà forse un giorno anche loro, come i vecchi del video musicale Hoppípolla dei Sigur Rós, salteranno nelle pozzanghere con la spensierata serietà dei bambini per giocare alla guerra, alla pace, allo sport: i capelli oggi sono radi, il biondo è diventato opaco e i campi di calcio ormai lontani ma, in fondo, per quanto si invecchi non si va mai troppo distanti da dove si voleva essere.

Guðjohnsen padre e Guðjohnsen figlio resteranno come Dumas padre e Dumas figlio, forse addirittura potranno confondersi le carriere, le vite come avviene talvolta per i romanzi scritti dai due celebri autori francesi – c’è una solitudine invernale, delle volte, quando il figlio prende il posto del padre, un senso di morte nel più anziano ma così non è stato nel 1996 per Arnór; lui lo desiderava e lo dichiarava nelle interviste alla fine degli anni Ottanta, Eidur era appena un bambino: un giorno voglio essere in campo con mio figlio. Loro due, in quel contatto, vanno oltre la morte, quella che ha sciolto il ghiacciaio Okjökull che si estendeva per oltre quindici chilometri quadrati e aveva cinquanta metri di spessore, per l’aumento delle temperature provocate dai cambiamenti climatici – oggi la sua estensione è ridotta a circa un chilometro quadrato, con uno spessore di quindici metri, perdendo dunque la condizione fisica di ghiacciaio; in questo caso non c’è stata una sostituzione con qualcos’altro ma una perdita; il ghiaccio è così sottile da rimanere immobile sull’acqua come un cadavere.

Eidur Gudjohnsen difende il pallone dall’attacco dello scozzese Christian Dailly durante il match di qualificazione fra le due nazionali per gli Europei del 2004.

Tra pochi giorni una lapide ricorderà la fine silenziosa di quello che in Islanda è l’identità più forte di una nazione, potente solo come la lingua: i ghiacciai. In questa tragedia ecologica nessun figlio prende il posto del padre, non ci sono abbracci, c’è il lutto per una fine, resta un residuo inerte che potrebbe avere come sottofondo la musica lenta e dolorosa di Ólafur Arnalds – in islandese jökull significa ghiacciaio, oggi la sottile striscia in agonia si chiama soltanto Ok, a dimostrazione che persino le parole si consumano come la vita ma, come scrive lo scrittore tedesco Theodor Storm: “Anche dei morti rimane sulla terra un raggio di luce, e chi rimane non deve dimenticare che vive dentro quel lume”. Che sia poi il bacio a un figlio o una lastra di ghiaccio in mezzo al mare non importa.

Davide Morganti

About Davide Morganti

Davide Morganti, professione insegnante, ha scritto romanzi per Avagliano, Fandango, Neri Pozza.

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