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El Diego de la gente

By 11 Settembre 2019

L’avventura di Maradona al Gimnasia y Esgrima La Plata è solo l’ultima di un eroe calcistico dalle mille vite.

Secondo Eduardo Galeano, il calcio è l’unica religione che non contempla agnostici o atei. E come corollario di questa teoria va da sé che la chiesa del pallone è l’unica che contempla matrimoni impensabili. Proprio come quello di Diego Armando Maradona e il Gimnasia Esgrima La Plata. Parliamo, infatti, della figura calcistica più mistica di sempre e del club più sfortunato dell’Argentina.

Concittadino del più prestigioso Estudiantes, quattro volte campione della Libertadores, il Gimnasia è il più antico club argentino di sempre, ma nel suo palmarès vanta solamente un titolo nazionale che risale al 1929, ossia prima dell’avvento dell’era professionistica, per cui non riconosciuto. Con soltanto 1 punto in classifica fino ad ora e a 11 punti dalla salvezza per via dell’intricato sistema dei promedios argentini, che calcolano i risultati degli ultimi anni, il Lobo, come lo chiamano in patria, sembra praticamente condannato alla retrocessione. L’arrivo di Maradona sulla sua panchina è dunque quel coup de théâtre necessario per smuovere una piazza depressa ed ormai eccessivamente abituata a crogiolarsi nel dolore e nella disgrazia.

Terremoto emozionale

(Photo by ALEJANDRO PAGNI / AFP).

Così come il 5 luglio 1984 a Napoli, quando in perfetta forma fisica saliva le scale del San Paolo diventando oggetto di una foto storica, Diego è stato accolto pochi giorni fa al Bosque, lo stadio del Gimnasia, dove la festa era iniziata già giorni prima, ossia dopo l’ufficializzazione della firma del contratto. Oltre tremila maglie con il numero 10 e il nome Maradona sono state vendute in un giorno, neanche si trattasse di quel Pelusa che a vent’anni spaccava il mondo con il suo sinistro.

Abbracciato con il pensiero dai trentamila tifosi Triperos presenti, e dopo essere stato salutato dagli account Twitter di praticamente tutta la Superliga Argentina, Diego ha dato subito prova della sua esuberanza e ha scatenato un autentico terremoto emozionale non appena entrato in campo. La barba sfatta e la faccia stanca sono proprie di un campione spossato ma fiero, partito dal basso nella vita e arrivato allo status di deus ex machina con i propri mezzi. È la sua grandeur ad averlo fatto tornare ad allenare in Argentina, un paese dove l’ostracismo dell’ex presidente della AFA Grondona e la brutta sconfitta nei quarti di finale del mondiale 2010 contro la Germania gli avevano sbarrato le porte.

Operato al ginocchio destro poche settimane fa, l’eterno 10 argentino non si è tirato indietro al momento di saltellare mentre il pubblico cantava “El que no salta es un inglés”, uno sfottò non troppo indiretto a Juan Sebastian Verón, simbolo dei rivali dell’Estudiantes etichettato in patria come “inglés” dopo la sconfitta ai mondiali 2002 contro la nazionale britannica, in una partita nella quale la Brujita, allora al Manchester United, aveva giocato male ed è stato per molti tifosi argentini il peggiore in campo.

La rivincita in tutto e per tutto del Gimnasia, con già un piede nella fossa, è quella letteraria ed epica di chi non ha mai vinto niente e adesso è inaspettatamente al centro del mondo. Quanti, prima del passaggio di Diego al club di La Plata, conoscevano questo club fuori dall’Argentina? Ecco, probabilmente, in questo momento di vita, Maradona poteva allenare soltanto in un club del genere. Perché il suo curriculum da tecnico è inversamente decoroso rispetto a quello da calciatore e perché dopo oltre vent’anni lontano dai campi l’ex Pibe de oro è diventato il bersaglio facile di ogni facile critica. Lui che sul terreno di gioco dava tutto, e dopo Cruyff è stato probabilmente il più grande esempio di allenatore giocatore in campo, al quale va aggiunto il ruolo di motivatore, in panchina è costretto a starci per questioni di età. Eppure, è il fuoco principale delle telecamere, come se giocasse ancora.

Favaloro ed Evita
Se di Maradona si sa tanto, dunque, occorre conoscere qualche dettaglio in più sulla sua nuova squadra. L’ottavo club per stagioni disputate nella Serie A argentina è stato cinque volte vice campione, arrivando spesso a sfiorare la luna con un dito. L’ultima delusione risale alla coppa argentina del dicembre scorso, quando fu sconfitto dal Rosario Central, scatenando vari meme e derisioni da parte dei tifosi dell’Estudiantes. Club sofferente dalla nascita, non è mai stato rappresentato da fenomeni calcistici di livello mondiale. La vera icona del Gimnasia è invece un medico, quel René Favaloro che per primo al mondo realizzò un bypass al cuore nel lontano 1967, diventando così un’eminenza assoluta della medicina mondiale. Tifosissimo dei Triperos, in un’intervista rilasciata alla rivista El Grafico nel 1993, sette anni prima di suicidarsi per i debiti della sua fondazione e i mancati aiuti del governo, aveva affermato: “Gimnasia è nell’unico posto possibile del mio corpo, il cuore”.

Quel che rende Gimnasia diverso dall’ Estudiantes, oltre al palmares, è però anche la fede politica. Se agli inizi l’Estudiantes permetteva l’iscrizione in qualità di socio soltanto a degli studenti, nomen omen, Gimnasia apriva le sue porte a tutti. Da sempre club peronista, il Lobo si era identificato molto soprattutto con la figura di Maria Eva Duarte, conosciuta da tutti come Evita e unitasi in matrimonio al presidente Juan Domingo Perón proprio a La Plata. Dopo la sua morte nel 1952, il governo argentino decise di cambiare il nome della città di La Plata con quello di Ciudad Eva Perón. La dirigenza del Gimnasia decise, in seguito alla decisione dell’assemblea dei soci, di seguire la decisione governativa cambiando il proprio nome in Gimnasia y Esgrima Eva Perón, fino a quando, nel settembre del 1955, la caduta del presidente stesso spinse il municipio a tornare sui suoi passi, e di conseguenza il club tornò alla vecchia denominazione.

 

Dal basso

Parliamo, dunque, di un connubio tra il Che Guevara del calcio mondiale, il primo ad essersi confrontato duramente con la FIFA e Grondona, il mammasantissima del calcio argentino fino alla sua morte nel 2015, e una società popolare in tutto e per tutto, soprattutto nei sentimenti. Una relazione impensabile ma compatibile e complice. Qualcosa di concepibile solo per un romantico come Diego, uno che non ha bisogno di giacca e cravatta, come durante il titubante mondiale da tecnico nel 2010. È una sfida assoluta, che le malelingue vedono come l’unica opportunità disperata da entrambe le parti di risollevare le sorti di una squadra depressa. Eppure, se nel calcio argentino esiste una persona in grado di fare miracoli solo con la sua aura, questi non è altri che Maradona.

Entrato con amore e dolcezza nella tana del Lobo, decano sfigato del calcio argentino in costante ricerca di un Re che lo guidasse, Diego ha pianto, sorriso e mostrato i denti. Lo ha fatto in un momento di una crisi acutissima e perforante di un’ economia venduta all’FMI nella quale chi decide di andare allo stadio si toglie automaticamente un piatto caldo dalla tavola. Con un calendario ostico e la chimera di una rimonta da Guinness dei primati, la sfida più suggestiva è proprio l’ultima del campionato, ossia quella contro il Boca Juniors alla Bombonera. In quella giornata si fonderanno passato e presente di Diego, con tutto il suo vecchio stadio, dove visse il suo emotivo addio al calcio, ad acclamarlo. Perché non importa quale sia la fede calcistica degli argentini, l’amore che genera Maradona va al di là di tutto. Adesso tutto il mondo sa dove si trova lo stadio Juan Carmelo Zerillo. Dopo averlo illuminato con la sua presenza uno sperduto angolo in un bosco a 40 km da Buenos Aires, Diego ha portato nuova vita e nuovi tifosi anche dove non batteva più il sole. Fino a pochi giorni fa.

Antonio Moschella

About Antonio Moschella

Nato a Napoli, nel cuore del Mediterraneo, viaggia lavorando e lavora viaggiando. Senza fissa dimora, sfoga su varie testate la sua voglia di raccontare calcio e società. Con l’America Latina sempre nel cuore.

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