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Elaborare il lutto

By 14 Maggio 2019

Raccontare Daniele De Rossi, oggi, vuol dire fare i conti con se stessi. Significa prendersi un attimo per guardare la propria immagine riflessa nello specchio, notare quei peli che imbiancano la barba, quella ruga che prima non c’era. Perché parlare di Daniele De Rossi vuol dire non parlare di calcio. Non oggi, almeno. Questo è il momento della presa di coscienza, dell’accettazione. Dell’elaborazione del lutto, anche.

Perché Daniele De Rossi che sveste il giallorosso per indossare un’altra maglia, per portare un altro stemma così vicino al cuore, è un pugno allo stomaco. È uno schiaffo che a Roma abbiamo già vissuto con Ago, esattamente 35 anni fa. Ma è anche una constatazione. Quella di essere finiti in un frullatore che sminuzza la passione e restituisce omogeneizzati tutti uguali.

Sapevamo tutti che sarebbe successo. Prima o dopo. Solo che tutti speravamo che succedesse più dopo che prima. O quantomeno non adesso. E soprattutto non così, con un comunicato stampa lanciato la mattina presto e diffuso urbi et orbi dai social network. Fredde righe che annunciano una divisione, che ribaltano la prospettiva. D’ora in avanti non sarà più lo stesso. D’ora in avanti non ci sarà più quella identificazione totale fra tifoso, giocatore e maglia. Francesco Totti è stato un giocatore immenso, forse il più grande che la Roma abbia mai visto, eppure il suo talento a volte ha fagocitato la Roma. Non si capiva chi dei due fosse più grande, se fosse stato il genio con il 10 sulle spalle ad aver reso grande il club o se fosse stato il club ad aver reso immortale il genio con il 10 sulle spalle.

Con Daniele De Rossi questo non è mai avvenuto. Lui e la Roma sono stati sempre una cosa sola. Una grandezza divisa in parti uguali, una sentimento che si mescola fino a lievitare nel petto e nello stomaco. Daniele De Rossi è stato la proiezione del tifoso in campo. Chi non poteva rivedersi nel genio smisurato di Francesco, sognava la grinta di Daniele.

E in quella faccia, in quella vena gonfia, in quella barba ispida rivedeva se stesso. Con i propri limiti e con i propri pregi. Un primus inter pares. «Ho imparato dai tifosi ad amare la Roma», ha detto oggi. E Daniele De Rossi i suoi tifosi li ha fatti incazzare e li ha fatti godere. Ma sempre nello stesso modo: con l’istinto. E qualche fesseria che ha complicato più di una partita è stata ampiamente controbilanciata da un intervento prefetto, da un gol importante, da una dichiarazione sufficiente a generare un sentimento.

Il peso dell’assenza di Daniele De Rossi nella Roma del futuro si è vista chiaramente domenica sera, contro la Juventus. Quando Cristiano Ronaldo prendeva in giro pubblicamente Alessandro Florenzi, dicendogli di essere troppo basso per parlare, nessun giocatore è intervenuto. Nessuno ha risposto, nessuno si è schierato dalla parte del ragazzo con la fascia di capitano al braccio. Segno di un’identità sempre più diluita, di una Roma vista come tappa di passaggio verso altri lidi, magari più remunerativi o più competitivi.

De Rossi, invece, era l’espressione di quella “voglia di stringersi un po’”, di quell’orgoglio di appartenere a un qualcosa di più grande, della gioia un po’ incomprensibile di essere romanisti, di vincere poco ma di amare tanto una squadra così fantasiosa nel trovare modi nuovi per far soffrire i propri tifosi. Un’empatia totale che il centrocampista di Ostia ha ribadito oggi in conferenza stampa. «Magari fra qualche anno, con qualche panino e una birra, mi troveranno nel settore ospiti a tifare i miei amici».

Già, gli amici. Anche se a Roma De Rossi ne ha incontrati sempre troppo pochi. Su di lui è stato detto molto, troppo. Frasi odiose pronunciate senza mai preoccuparsi delle conseguenze. Parole che hanno spento il suo sorriso ma non l’affetto per quei due colori. Roma per lui è stata più una matrigna che una madre. Gli ha spesso dato meno di quanto ha ricevuto. A partire da quel soprannome. Capitan Futuro. Un futuro che non arrivava mai e che quando finalmente è arrivato è durato troppo poco. Due anni appena, prima dei saluti controvoglia. Prima di una conferenza stampa surreale dove lui, con compostezza, ha affermato la sua voglia di andare avanti, di sentirsi ancora importante. La Roma americana non ha compreso che i tifosi non erano ancora pronti per questo passo. Non dopo l’addio a Totti di appena due anni fa. Non l’ha capito o, peggio, non l’ha voluto capire. Fatto sta che Daniele De Rossi, lo stesso che si diceva rammaricato di avere solo una carriera da regalare alla Roma, ora continuerà la sua carriera senza la Roma.

L’addio di Daniele De Rossi rappresenta anche la fine di un’era. Quella in cui la Roma è stata capace di competere con le big del campionato, di duellare e poi superare le milanesi, di entrare in pianta stabile in Europa, di arrivare in semifinale di Champions ma anche di superare le figuracce dei 7-1, della doppia eliminazione con il Porto. A luglio si ricomincerà senza di lui. Senza quella faccia, quella vena gonfia, quella barba ispida. Senza una parte di Roma e della Roma, dunque. Lunga vita ai figuranti, dunque. Perché per le bandiere non c’è più spazio.

Ora che abbiamo ammainato anche l’ultimo vessillo, ora che abbiamo mandato in naftalina anche l’ultima fascia da capitano, cosa resta di questo gioco?

Solo la voglia di spegnere la televisione.

 

Andrea Romano

About Andrea Romano

Andrea Romano è nato nel giorno in cui van Basten ha esordito con la maglia dell'Ajax. Giornalista, scrive di sport per quotidiani e riviste. I suoi ultimi libri sono "Manicomio Football Club" e "Cantona - The King".

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