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Elogio della simulazione

By 12 Marzo 2021

Un gesto infantile, artistico, un momento liberatorio, un tentativo di conquista quando l’inganno diventa necessario e allora il cavallo di Troia non è furbizia ma azione geniale.

Maggio 2010, fa caldo in Croazia, l’estate è prossima quando Goran Tunjic del Mladost Fc, squadretta di serie minore, si trova davanti al portiere dello Hrvastki Sokola però invece di calciare crolla a terra senza motivo, l’arbitro estrae il cartellino giallo. Simulazione. Tunjic non si muove da terra. Tunjic è morto. Infarto. Non stava mentendo come aveva fatto spesso sul campo, Goran il bugiardo.

Nelle “Tesmosforiazuse” di Aristofane del 411 a. C. si rappresenta la rivolta delle donne alle Tesmoforie, festa in onore di Demetra e Persefone: contestano la misoginia del tragediografo Euripide e il suo modo di caratterizzare i personaggi femminili; questo è forse il primo testo in cui è presente il metateatro. Euripide combina, allora, continui travestimenti alla Arturo Brachetti per placare le donne delle Tesmoforie, con l’effetto di provocare finzione all’interno della finzione.

Il metateatro si ritrova in Plauto, nell’Amleto, in Goldoni, in Eduardo e soprattutto nella trilogia di Pirandello; è la realtà che entra nella finzione come finzione e a un certo punto nessun critico spettatore o regista saprà più capire la differenza; l’opossum si finge morto, per esempio, quando sente la minaccia e un pesce africano si insabbia simulando la morte per attirare i saprofagi e ucciderli. Iago finge con Otello, Giuda con Gesù, Enrico IV con la famiglia, Pinocchio con il mondo – la menzogna è un atto necessario per non ridurre la realtà al suo deserto, è, se si vuole, un gesto infantile, artistico, un momento liberatorio, un tentativo di conquista quando l’inganno diventa necessario e allora il cavallo di Troia non è furbizia ma azione geniale.

Foto: Jonathan Moscrop – LaPresse

La finzione aggiunge realtà alla realtà, la sdoppia, triplica, moltiplica anche se poi dovrà fare i conti con la morale, la legge, la riprovazione sociale che non ammettono il pericoloso politeismo degli inganni ma soltanto il rigido e prevedibile monoteismo della regola. I bambini non devono dire bugie, lo stesso i testimoni di un fatto anche se poi tutto si frantumerà in un continuo rashomon – oggi con il gieffino var, che non ha alcuna verità ma resta un occhio ermeneutico, l’immagine è sanzione etica soprattutto per i calciattori che continuano a mentire pur nella consapevolezza della punizione. Neymar è considerato il maggior simulatore della nostra era, così come Chiesa in Italia, una volta accusavano Chiarugi e Celestini di essere cascatori in area di rigore; per arginare la crescita del vitello d’oro che si trasforma in bue dal 1999 la simulazione è considerata comportamento antisportivo e quindi punita.

Certo ce ne sono tante di finzioni e l’ultima – forse la più clamorosa anche se non così celebre come quella organizzata nel 1989 dal portiere cileno Roberto Rojas che si tagliò la faccia con una lametta nascosta nei guanti dopo il lancio di un petardo dagli spalti come concordato con una ragazza – arriva dal Guatemala, terza divisione, febbraio 2021. Rosbin Ramos del Batanecos, mentre tutti sono attorno a un calciatore infortunato, raccoglie un oggetto dal prato e se lo picchia contro la tempia con un gesto così talmente buffo e stupido da ricordare le comiche di Ridolini alias Larry Semon by Ruggenti Anni Venti; il calciattore stramazza a terra e comincia a rotolarsi in preda a chissà quale dolore inenarrabile proprio come Dida a Glasgow, nel 2007, dopo aver ricevuto da un tifoso scozzese un buffetto leggerissimo o come Steven Berghuis del Feyenoord, nel 2018, in preda a convulsioni per colpa della carezza amichevole del suo avversario Willem Janssen.

Ovviamente l’eccesso li ha resi ridicoli ma se ne trovano di qualsiasi specie: l’atterramento in area di rigore inciampando nei propri piedi o cercando gli altri, gli svenimenti post contatto, i zompi epilettici in attesa di giudizio e poi c’è lui, Bryan Carrasco, cileno, che nel 2011 afferra la mano dell’avversario e si fustiga in faccia come un vattiente di Guardia Sanframondi durante i cruenti riti pasquali; ci sono finzioni minori che avvengono ogni settimana in genere cominciano a dieci minuti dalla fine, quando bisogna perder tempo: si vedono calciattori presi da crampi, contatti leggeri che diventano colpi marziali, portieri presi da improvvise ansie geometriche per cui devono sistemare il pallone più volte prima di calciarlo; capita poi che se gli avversari segnano il moribondo, che della sua fine voleva fare la fine della partita, si ricorda di come Lazzaro s’è ripreso da morte e allora anche lui esce dal sepolcro e comincia a stare in piedi e sgambetta gagliardo.

Gioco delle parti, insegna Pirandello, della simulazione dunque non si può fare a meno, fa parte dello spettacolo quanto un gol di Messi. Più ipocrita il fair play finanziario, somiglia molto agli adulti che bacchettano i bambini che certe cose non si dicono e non si fanno e i bambini non comprendono perché allora loro le fanno, i pargoli sentono di essere i soli all’obbligo della verità che non spetta invece ai grandi, lasciando sulle loro spalle un peso insostenibile.

E, sopra tutto, di’ la verità!
Ogni menzogna vuol spegnere il sole,
piombare il mondo nell’oscurità.
Cieca paura allor vagando va
di dubbio in dubbio, e al baratro conduce.
Tu non temere mai la sacra luce,
sii coraggioso e di’ la verità.

©Paolo Nucci / LaPresse

Se Neymar leggesse i versi della poetessa Lina Schwarz, legata alla pedagogia steineriana ma anche a una concezione borghese della sincerità che ricalca il dovere kantiano della morale, le risponderebbe che i calciatori sono bambini costretti dal pallone a mentire. Il fair play nel calcio è una bizzoca fatta di deroghe, di silenzi e di favori, simile alla Chiesa rinascimentale che pontificava e tuonava virtù mentre le stanze vaticane si inebriavano di sensi; ecco, allora, che la simulazione è la forma metacalcistica che dà vita allo slapstick dell’assurdo, a gag simil Charlot amplificata dalla serietà con la quale rispondono gli altri.

Sergio Busquets, quando sbatte a terra dopo una manata di Thiago Motta nella semifinale di Champions tra Barcellona e Inter del 2010, apre un attimo le mani dalla faccia per rendersi conto dell’effetto sull’arbitro prima di tornare a richiuderle; è una scena teatrale ormai famosa, Busquets potrebbe essere chiamato anche Burlesque per la grottesca esasperazione; cosa mai sarebbe il calcio senza tiri sbagliati, rimpalli fortuiti, occasioni perse, errori clamorosi, sarebbe niente perché parte dei novanta minuti appartiene alla zona oscura e in questa rientra la simulazione.

Sul simulatore Neymar, esecrato come il villain di un film cappa e spada, ci sono decine di video sulle sue piroette, sui suoi capitomboli, sui suoi drammi e sulle sue sceneggiate; in un montaggio su yt i personaggi del videogioco anni Novanta “Street fighter” lo prendono a pugni per rendere più plateale la simulazione. Comportamento antisportivo, si è detto, e il calcio per le sue malefatte viene additato da sport come il rugby dove il concetto di sacrificio e di lealtà sono primari; il fatto è che il calcio è anche agguato, inganno come prevede una finta di corpo o uno schema di gioco; il fatto è che ci sono milioni di persone che guardano, odiano e sperano; il fatto è che il calcio è uno sport sporco sin da quando si gioca nei cortili e nei campetti dove si simula e ci si lamenta di continuo.

(Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

Non lo si può ridurre a un regolamento da rispettare perché ha il dna sciroccato, è un fatto strutturale, che poi ci sia il tentativo di volerlo addomesticare secondo un rousseauiano contratto sociale se ne prende atto e si sistema in archivio. L’Ifab ha deciso di sanzionare anche i vocalist del dolore, quelli che, come Lacazette, quando vengono toccati si lasciano andare a urla sguaiate, una specie di porno-vocal tanto mugolano e si contorcono sul campo che non capisci se stanno morendo, godendo o fingendo; diciamo che stiamo per arrivare al decibel della menzogna e sarebbe ora di svecchiare le ormai noiose e inutili pagelle di prestazione sportiva sul campo per aggiungere anche quelle del miglior actor della partita. Purtroppo, però, anche nel calcio Il Grillo Parlante non smette mai di frinire sugli alberi, solo che al posto delle foglie ci sono altri grilli.

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