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Enrico Chiesa, padre d’arte

By 15 Aprile 2021
Enrico Chiesa

Mentre Federico Chiesa è in piena ascesa tra Juventus e Nazionale, vale la pena ricordare due o tre cose del padre Enrico, attaccante moderno che ha avuto una carriera ricca di cose buone e saporite, tanti gol e poche chiacchiere

Essere figli d’arte, talvolta, complica la vita. L’ombra del genitore famoso può diventare un pesante fardello. Il paragone è sempre dietro l’angolo. Meglio prendere le distanze, come fece Jordi Cruyff che mise sulla maglietta il suo nome di battesimo e festa finita.

Altri hanno dovuto sfatare pregiudizi e malelingue. Ne sa qualcosa Sandro Mazzola di Valentino, sul quale agli inizi di carriera ha pesato la patente del raccomandato: “Se si chiamasse Pettirossi”, questo il velenoso titolo di un articolo pubblicato su uno dei massimi quotidiani dell’epoca durante il suo primo anno all’Inter, 1962.

Molto meglio essere padri d’arte, perché l’amore filiale riempie due volte il cuore e moltiplica l’orgoglio paterno. Anche quando l’allievo supera il maestro. Esempi nobili ne abbiamo avuti, Cesare Maldini su tutti. Adesso è il turno di Enrico Chiesa, babbo di Federico, l’enfant prodige del calcio italiano, per un sorpasso ai danni del babbo che si sta completando grazie alle prodezze in maglia bianconera e la stabile presenza tra gli azzurri di Roberto Mancini.

I primi segnali della scalata familiare già tre anni fa, come ha ricordato in una recente intervista Chiesa senior: «Eravamo insieme a Firenze. Ad un certo punto si avvicinarono dei tifosi e immediatamente chiesero l’autografo a Federico. Solo in un secondo momento, fecero lo stesso con me. Una cosa bella, sono orgoglioso».

Federico Chiesa

(Foto Massimo Paolone/LaPresse)

Un superamento certificato anche dalle scelte della Panini per il suo Almanacco. Nel 1997 Enrico Chiesa con la maglia del Parma fu l’uomo copertina. Un’investitura a pieno titolo, visto che la cover a quei tempi premiava il protagonista della stagione precedente. Federico da parte sua è già comparso – seppure non in solitaria, in ben tre annate: nel 2018 e 2019 quale elemento di maggior prestigio della Fiorentina e nel 2020 in maglia azzurra come big della nuova Nazionale che aveva conquistato la qualificazione agli Europei con tre turni di anticipo.

E siamo appena agli inizi della parabola agonistica del giovane Chiesa. Quella del babbo, partito da Mignanego, una trentina di chilometri da Genova, dove risulta nato il 29 dicembre 1970, va detto, è stata lunga e ricca di molte cose buone e saporite. Gli inizi nel 1987 con i Dilettanti del Pontedecimo, la chiusura nel 2010 con i semiprofessionisti del Figline. Nel mezzo Sampdoria (per un percorso di andata e ritorno ripetuto due volte), Teramo, Chieti, Modena, Cremonese, Parma, Fiorentina, Lazio e Siena. Il tutto con una bella spruzzata dell’azzurro della Nazionale (17 presenze e 7 reti).

Una carriera a velocità supersonica – «nei venti metri filavo come un treno» – caratterizzata da una facilità di tiro impressionante, senza differenze percepibili tra destro e sinistro e, non a caso, costellata da una quantità industriale di gol: 138 solo in Serie A, 34° posto nella classifica di tutti i tempi, precedendo fior di attaccanti come Graziani, Bettega, Pruzzo e Altobelli, tanto per citarne alcuni.

Un attaccante moderno, una seconda punta rapida, incisiva e pungente. Un misto tra Paolo Rossi e Gigi Riva, secondo il ritratto a china di mister Fabio Capello. «Bella definizione – dice l’interessato – Mi ci vedo abbastanza, anche se Riva era molto più potente di me ed aveva il colpo di testa. Gran bella persona Gigi Riva, ho avuto modo di conoscerlo con la Nazionale. Anche lui mi diceva di rivedersi in me, soprattutto per l’aspetto caratteriale: introversi tutti e due, poche chiacchiere e molti fatti».

Una bella fetta di vita in maglietta e pantaloncini quella trascorsa da Enrico Chiesa. Precocissimo talento, messo in vetrina dal Pontedecimo nel campionato Dilettanti, non senza rischi (sedici anni, non un pelo di barba, una sessantina di chili vestiti e tutto, due gambette di sedano; correva forte questo sì); quindi visto e preso dalla Sampdoria per una crescita più equilibrata, grazie agli insegnamenti di Antonio Soncini e Ciso Pezzotti. Poi giovane tirocinante in giro per l’Italia a farsi le ossa (come recitava un antico slogan del pallone che fu). Anni di formazione severa, resi ancora più duri dalla perdita del padre. Una gavetta qualificata, preludio ad una continua ascesa, arrestatasi dolorosamente e senza preavviso il 30 settembre 2001 con indosso la maglia della Fiorentina.

Turno numero cinque del campionato 2001-02. Al Franchi c’è il Venezia. La partita è iniziata da poco. Enrico ha già trovato modo e tempo di segnare: quinta rete personale e 1-0 per la Viola. Momenti di giustificata euforia per l’attaccante ligure, per un inizio di stagione sfolgorante, alla media di un gol a partita. Il sole splende. Passano poco più di dieci minuti e si squarcia il velo del tempio. Il cielo sopra Firenze si fa nero.

«Vado a stoppare il pallone – questo il nitido ricordo di Enrico Chiesa – e poi sento uno strappo al ginocchio sinistro. Quindi un dolore immenso. Vedo la rotula che è salita sopra la coscia ed io che cerco di rimetterla in sede. Un guaio serio, stetti un mese e mezzo a letto immobile. Poi la ripresa. Come al solito non mi sono arreso. Per uno che ha perso il babbo da ragazzo, ci voleva ben altro per farlo cadere». Il guaio è di una gravità assoluta, lo stesso patito da Ronaldo il Fenomeno.

Un infortunio che gli costa molto, soprattutto a livello di prospettive. «Avevo iniziato la stagione segnando cinque gol in altrettante partite. Ero tornato nel giro della Nazionale e il ct Trapattoni, che mi aveva voluto due anni prima alla Fiorentina, credo mi avrebbe portato ai Mondiali del 2002. Però, come sempre, ho guardato avanti ed ho metabolizzato il colpo, compreso il fatto che avrei dovuto ridimensionare le mie aspettative e le mie pretese. La macchina da Formula Uno si era guastata. Era stata riparata, anche bene. C’era voluto un anno, ma non poteva più gareggiare in quella categoria».

Enrico Chiesa

(©VENEZIA/LAPRESSE)

A 33 anni (numero non casuale), c’è una caduta e una resurrezione. Calcio sì, ma in un’altra dimensione. Quella precedente lo ha fatto salire fino alle vette dell’Europa, con il Parma e del Mondo, con la Nazionale in Francia. Un’ascesa graduale. Debuttante in A nel 1989, non ancora ventenne, grazie a Vujadin Boskov, in mezzo a Vialli e Mancini e altri big di una squadra mitica che due anni dopo vincerà lo storico scudetto, l’ultimo di una provinciale.

Lui non c’è. È a Teramo, prima tappa del suo personale stage. La Samp gli garantisce i denari questo sì, ma intanto lo spedisce a 500 chilometri di distanza e lo fa ripartire dalla C2, di fatto Quarta Serie. Enrico ha appena perso il padre, ma è d’accordo con la proposta della sua società. Corre e lotta con il doppio delle forze. Il mister è l’ex blucerchiato Delneri che lo utilizza come seconda punta nel suo 4-4-2: 31 presenze, 5 gol e l’anno dopo si sale di categoria: Cheti, C1. Vita dura, si mira a fare legna. I suoi compagni più anziani tengono famiglia, si basa al sodo. Lui ne fa 6 in 24 gare.

Torna alla Sampdoria con buone prospettive di lancio. Ha 22 anni, Vialli è appena stato ceduto alla Juve. C’è Mancini, e una nidiata di giovani attaccanti: lui, Buso e Bertarelli. Eriksson lo fa giocare quasi sempre, ma lontano dalla porta. Una sola rete e il nuovo trasloco. Modena, Serie B. Bocciatura? Niente affatto. Chiesa è un tipo pragmatico. Si è da poco sposato con Francesca, sua compagna da sempre. La Samp gli ha comunque fatto un ottimo contratto.

Il trasferimento in Emilia è per lui un’occasione di crescita, un altro passo in avanti verso il traguardo che sognava da bambino, quando collezionava le figurine e viveva di pane e calcio, quello della strada, i maglioni come pali, si gioca finché c’è luce e anche oltre se possibile, e chi fa l’ultimo gol, vince. A Modena, grazie a mister Oddo (il papà di Massimo, tanto per restare in tema di padri d’arte) il talento di Enrico esplode e va in doppia cifra.

Enrico Chiesa

Il ritorno a Genova stavolta è fondatamente carico di aspettative. E invece no, c’è ancora un’altra tappa da percorrere. Cremonese, sempre in prestito. «Ma stavolta è Serie A – ricorda Enrico – E soprattutto incontro Gigi Simoni, un allenatore che mi ha definitivamente fatto fare il salto di qualità. Pur apprezzando le mie doti di goleador, mi chiese di fare l’esterno destro, coprendo tutta la fascia. Era quello che lui riteneva più utile per la squadra. Ma alla fine, anche per me. Partendo largo e da dietro, potevo sprigionare tutta la mia velocità sulla fascia. E poi, rientrando sul sinistro, potevo andare a concludere direttamente. Non a caso segnai 14 gol. Simoni stravedeva per me. Anni dopo mi avrebbe voluto all’Inter».

Adesso ci siamo, non ci sono più scuse. Enrico torna alla Samp ed Eriksson stavolta punta dritto su di lui, mettendolo a fianco di Roberto Mancini. Chiesa va veloce, non lo ferma nessuno. E segna tantissimo, 22 gol, secondo solo al capocannoniere Igor Protti. Due li fa a Peruzzi, che ancora oggi lo maledice per la figuretta che gli fece fare, soprattutto per il fantastico gol dell’1-0, un pallonetto voluto – secondo la versione dell’autore; un cross sbagliato per il portierone.

Aldilà del balletto delle interpretazioni, quel che conta è che Enrico Chiesa al termine del campionato è uno dei top player italiani. Con tutto quel che ne consegue. Prima tra tutte, arriva la convocazione in Nazionale da parte del ct Arrigo Sacchi che lo inserisce nei 22 per l’imminente Europeo d’Inghilterra. Il debutto è datato 29 maggio 1996, amichevole contro il Belgio. Entra nel secondo tempo al posto di Di Livio e segna subito.

La seconda partita in azzurro, prima per lui da titolare, la gioca direttamente all’Europeo un mese dopo, con l’immancabile timbro personale. Sua la rete nel 2-1 subito dalla Repubblica Ceca in una competizione continentale finita troppo presto, dove tra le poche cose buone da salvare c’è proprio lui, l’uomo nuovo del calcio italiano. Che, nel frattempo, è stato al centro del mercato estivo. La corsa al suo cartellino la vince il Parma di Tanzi, che per lui paga 25 miliardi di lire alla Sampdoria (oltre ai 10 d’ingaggio in cinque anni).

Enrico Chiesa

Ma i soldi non sono tutto e anche se il pragmatismo e la lucidità di pensiero fanno parte del suo patrimonio genetico, per Enrico lasciare Genova, Bogliasco, la maglia blucerchiata non è semplice. «La Samp era una famiglia – ha confidato Chiesa tempo fa – Si stava bene, con i compagni c’era il massimo dell’armonia. Parlammo a lungo con il presidente Enrico Mantovani per cercare una soluzione. Onestamente l’offerta economica del Parma non poteva essere rifiutata. Né da me, né dalla società. Per la mia carriera, poi, si prospettava un salto di qualità decisivo. La Samp era in discesa, mentre i gialloblù erano in piena ascesa». Verità assoluta.

Nei tre anni di permanenza a Parma, prima con Ancelotti – che lo ha voluto con tutte le forze, rinunciando di fatto a Zola, poi con Malesani, Chiesa completa la sua crescita. Matura, compensando le minori segnature (33 in 92 gare) con la maggiore continuità di rendimento. Gioca con campioni di livello planetario come Buffon Thuram, Cannavaro, Veron, Crespo e quel mattacchione di Asprilla. Continua a far parte del giro azzurro e, seppur partendo da ventitreesimo giocatore (in pratica la prima riserva), gioca ai Mondiali di Francia ’98 subentrando all’indisponibile Ravanelli.

Con il Parma, infine, vince. Nel 1999 conquista la Coppa Italia e, soprattutto, la Coppa Uefa segnando nella finale contro il Marsiglia, uno dei suoi gol più belli, con una sassata di pieno collo destro al volo finita al sette del portiere avversario Porato.

Poi, anche la giostra di Parma si ferma. Giovanni Trapattoni, approdato nel frattempo sulla panchina della Fiorentina lo vuole al fianco di Batistuta. Chiesa ci sta, l’idea lo stuzzica molto. Ha 29 anni, sente di avere ancora molto da dare. Con Batigol l’intesa è immediata. Firenze lo accoglie come uno dei suoi figli. Nel 2001 ecco, per lui, la seconda Coppa Italia. Poi il buio del ginocchio ferito. E l’inferno del fallimento della Fiorentina.

Enrico Chiesa

© MICHELE RICCI / LAPRESSE

Quando ritorna arruolabile, si fa avanti la Lazio per una stagione loffia che conferma i suoi timori. Bisogna abbassare l’asticella, volare più bassi. Se lo dice con la massima serenità d’animo e con quell’umiltà che sa molto di saggezza. La voglia di pallone non manca. Non vuole però lasciare Firenze, dove ormai è radicata la sua famiglia che dal 1997 si è ampliata con l’arrivo di Federico e tre anni dopo, ha raddoppiato con Adriana (nel 2004 poi il cerchio si chiuderà con Lorenzo).

È il 2003, ed ecco aprirsi le porte del Siena, appena promosso in A. «I cinque anni al Siena – ricorda Enrico – sono stati meravigliosi. La giusta conclusione della mia carriera ad alti livelli. Ho lottato per non retrocedere, conquistando cinque “scudetti”, tante sono state le salvezze della mia squadra. Ho conosciuto persone splendide, prima tra tutte il presidente De Luca. Conservo il ricordo di tutti gli allenatori che ho avuto: Papadopulo, Beretta, De Canio, Mandorlini e anche Gigi Simoni che ritrovai per un po’ di tempo anche lì».

Enrico Chiesa

© Mario Marmo / LaPresse

A 38 anni, con un ginocchio rifatto, forse potrebbe anche bastare. Ma la passione non lo molla. Ci saranno altri due anni con il Figline Valdarno, calcio minore, ma non troppo. Altri due campionati, la promozione in Terza Serie (l’attuale Seri C), la Supercoppa di categoria, il “lancio” di mister Leonardo Semplici e il nuovo incontro con Moreno Torricelli. Non smetterebbe, sen non fosse per il ginocchio destro, quello sano, che non ce la fa più e si rompe.

9 maggio 2010, cala il sipario su una carriera da incorniciare. Con un solo rammarico, la mancanza della grande squadra: «Ci sono sempre andato vicino. Simoni mi voleva all’Inter. Juve e Milan mi hanno cercato, ma non si è mai concretizzato nulla. Avrei potuto fare di più, può darsi. Ma, chissà, forse anche parecchio meno».

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