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Enzo Scifo, una vita da straniero

By 19 Dicembre 2019

L’8 giugno 1984, a 18 anni, Vincenzo Scifo decide di diventare un cittadino del Belgio. Il telefono di casa squilla per una giornata intera mentre voci anonime si divertono a urlare “traditore” prima di riagganciare. È la nascita di un talento che lascerà intravedere tutta la sua lucentezza senza però riuscire a consacrarsi né in Italia né in Belgio

L’8 giugno 1984 non è un giorno come gli altri per Vincenzo Scifo, all’epoca giovane promessa dell’Anderlecht. Il centrocampista nato e cresciuto a La Louvière, zona di miniere, carbone ed emigranti italiani, ha finalmente preso una decisione. Quel pomeriggio, all’uscita del tribunale civile di Mons, Scifo non è più italiano, ma suddito di sua maestà re del Belgio. Si racconta che avesse una faccia scura, come il giubbotto di pelle che indossava e come il carbone che sporcava il terriccio della regione, dando un colore nerastro a tutta la pianura intorno. Di famiglia siciliana, emigrata da Aragona, in provincia di Agrigento, proprio per lavorare in mina, per lui non deve essere stata una decisione facile.

Quel giorno il telefono di casa non la smetteva di squillare, e non erano solo telefonate per congratularsi. “Venduto”, “traditore”, dicevano le voci anonime, per poi riattaccare immediatamente. Dirà alcuni anni dopo, in un italiano quasi perfetto in cui l’accento belga rimane comunque visibile: «il mio sangue però non ha mai cambiato colore». In quel giorno di giugno, con l’estate che in Belgio sembra ancora lontana, Scifo non può saperlo, ma è destinato ad una vita da straniero perpetuo.

(Photo by Tim De Waele/Getty Images)

In Belgio rischia di rimanere per sempre il “rital”, come chiamavano gli emigranti italiani, figlio delle “gueules noires”, le “facce nere” che scendevano in mina a scavare carbone e a risollevare l’economia del paese. Per l’Italia invece è ormai un giocatore di un’altra nazionalità, un avversario. Non stupisce che il suo idolo fosse Platini, altro “rital” italo-francese, che da un’altra regione di mine e migranti, la Lorena, diventò grande nella Juventus degli anni Ottanta. Platini che Scifo aveva anche affrontato, agli Europei del 1984, in un Francia-Belgio finito cinque a zero per i transalpini. Platini che neanche gli aveva rivolto la parola (“non si è abbassato”, aveva detto Scifo), ma che ordinava ai compagni di non lasciargli spazio, mostrando così quanto lo temesse.

E Belgio, Italia e Francia saranno il triangolo costante della sua vita e della sua carriera, tutti elementi necessari, ma nessuno in grado di dargli, da solo, la misura del suo talento. Molti suoi compagni di squadra, in nazionale, lo ammiravano ma lo consideravano pigro e incostante: “non fa nessuno sforzo difensivo”, era la critica più comune, come se fosse un giocatore come gli altri. Scifo era il fantasista dei Diavoli Rossi, e pretendeva dalla squadra, ancora ragazzino, lo stesso privilegio che avevano nell’Argentina e nella Francia Maradona e Platini.

Alla fine degli anni Ottanta, precisamente nel 1987, Scifo venne comprato dall’Inter. Il nonno, racconterà poi, aveva detto al nipote che “doveva giocare in Italia”. “Poi posso pure morire”, aveva aggiunto. Sarebbe stato l’anno di svolta del campionato e del calcio italiano, il primo anno con il Napoli scudettato e con Maradona probabilmente al livello più alto della sua carriera; l’anno del Milan di Sacchi, della zona e del quattro quattro due corto e intenso, di Gullit e di Van Basten, di Donadoni, Baresi e Maldini.

Tutto questo Scifo non poteva saperlo, pur vivendo nella stessa città, Milano, dove era giunto come mirabolante acquisto dell’Inter del presidente Pellegrini. Non era certo uno qualunque, Vincenzino: miglior giovane della Coppa del mondo del 1986, nella quale era riuscito a raggiungere le semifinali contro l’Argentina. Vincitore di tre campionati del Belgio, finalista della Coppa Uefa con l’Anderlecht, persa ai rigori contro il Tottenham in una partita sfortunata in cui pure aveva mostrato coraggio e sangue freddo segnando il suo, di rigore.

Il Napoli aveva Maradona, la Juventus Laudrup, il Milan Gullit, la Roma Giannini. Con lui anche l’Inter colmava il grande vuoto del suo numero dieci, che dopo Beccalossi non aveva trovato nessun giocatore di pari talento. Scifo era giovane, elegante, tecnico. Aveva potenza nel tiro e precisione nel lancio, oltre alla capacità di saper trascinare una squadra, pur essendo ancora un ragazzino. Inoltre vantava già esperienza internazionale. Era infine entusiasta di scoprire il “nostro” calcio, che chiamava proprio così, “nostro”, perché lo sentiva anche suo. Per poi aggiungere: “era il sogno di tutti i bambini italiani”. Anche di quelli nati in Belgio, evidentemente.

Scifo

LaPresse

E chissà se il fallimento all’Inter, nella quale non riuscì mai davvero ad imporsi, fu in parte dovuto alla sua incapacità di vivere a pieno il ritorno dell’emigrante, non riuscendo a terminare così, con la rivincita, un ciclo nella sua carriera che sarebbe stato perfetto. La sua infanzia infatti non deve essere stata diversa da quella degli altri ritals dell’epoca, nati per caso in quella parte d’Europa: il padre o il nonno che si svegliano presto al mattino, la tosse grassa di notte, i loro vestiti che rimangono sempre grigiastri, con quella polvere sottile che li impregna come una seconda pelle. E poi i giochi con i compagni, laggiù sul terril, il quartiere della mina, fin quando la famiglia decide di fare il grande passo, comprare una casa in un quartiere vero, con i mattoni marroncini e i vicini belgi doc, anche se proletari.

Chissà che hanno pensato, gli altri emigranti italiani in Belgio, le prime volte che lo hanno visto giocare: quello che rimaneva impresso nel suo gioco, al di là dell’eleganza e della precisione, sembrava contrastare la sua storia e quella della sua famiglia, come se il pallone, per un attimo, cercasse di fare la rivoluzione, o per lo meno di riscattarli. Scifo infatti giocava “pulito”. Il lancio preciso era “pulito”, così come il tiro potente, gli inserimenti di testa, le accelerazioni e le percussioni centrali, i cross tesi verso il centravanti. Quando esordisce con l’Anderlecht e trascina il Belgio fra le prime quattro squadre del mondo, a Bruxelles sono sicuri di aver trovato il loro idolo per i successivi quindici anni. Nessuno si accorge, nell’euforia generale, della sfortuna che già si avvicinava a questo ragazzo di talento ma dalle spalle troppo strette per contrastare il proprio destino. Una fragilità fisica e, nella prima parte della carriera, una certa difficoltà a prendersi le responsabilità da leader saranno i suoi difetti più evidenti.

Scifo

(Photo by Tim De Waele/Getty Images)

Dopo l’Inter, Scifo passerà prima al Bordeaux e in seguito all’Auxerre. Sarà lui stesso a dirlo, il giorno del suo rientro in serie A: “sono stato tre anni in Francia con l’obiettivo di tornare in Italia”, con buona pace dei francesi. Lo compra il Torino, che insieme a Casagrande, Aguilera (che però arriverà l’anno successivo) e Rafael Martín Vázquez vuole rientrare fra le grandi dopo l’onta della serie B. Stavolta ad acclamarlo ci sono i tifosi del Filadelfia, una delle curve più calde di tutto il paese. Scifo vince la coppa Italia il primo anno e il secondo arriva nuovamente in finale di coppa Uefa. Perde contro l’Ajax di Bergkamp, senza mai perdere realmente (due a due a Torino, zero a zero in Olanda), dopo un’altra partita assurda in cui la sua squadra prende tre pali. A mezz’ora dalla fine, Mondonico, l’allenatore di quel Torino, decide di sostituirlo per far entrare Sordo. Ormai a fine carriera, Scifo ricorderà ancora quella sostituzione con amarezza: “avrei potuto fare qualcosa di buono per la squadra, non ero d’accordo, ma è normale”. Lo dice con umiltà, come quando, al suo arrivo al Torino, ebbe il coraggio di ammettere: “non ce l’ho con l’Inter. Il fallimento a Milano è stata colpa mia, non mi sono piaciuto. Ce l’ho di più con me stesso”. Oggi quanti calciatori sarebbero capaci di ammettere un loro errore in modo così schietto?

Vincenzo si allontanerà dall’Italia, per “ragioni societarie” del Torino, dirà poi. Si ha l’impressione che di lui abbiamo già visto e soprattutto intravisto il meglio, e che forse quel meglio non è arrivato mai. Ma non è questo forse il lato più affascinante del calcio? Quanti palloni d’oro avrebbero vinto i talenti mai del tutto sbocciati, le qualità inespresse di numeri dieci rimasti in provincia o semplicemente distratti da cose più importanti per impegnarsi davvero fino in fondo?

Scifo

Shaun Botterill/Allsport

Il Monaco, in Francia, gli fa i ponti d’oro e Scifo decide di accettare. Vincerà un campionato nel 1997 con una giovanissima coppia d’attacco formata da Henry e Trezeguet, ma soprattutto l’anno successivo al suo arrivo spingerà la squadra del principato fino alla semifinale di coppa Campioni, un evento allora mai visto. Dove però, guarda un po’ la vita, perde contro il Milan di Capello, Massaro e Savicevic, un’evoluzione pragmatica di quel Milan di Sacchi che nel 1988 aveva osservato dall’altra sponda dei Navigli. La verità è che gli anni Ottanta, per Scifo, sembrano non voler finire mai, o forse finiscono solo nel 1998, al mondiale di Francia, quando da capitano di un Belgio ormai declinante viene fatto uscire a venti minuti dalla fine con la squadra bisognosa di un goal per passare il turno. Quel goal che non arrivò mai, né per lui né per il Belgio. Come in quella notte di Amsterdam, quando Mondonico lo sostituì nella finale di Coppa Uefa e il Torino non riuscì a segnare.

Italia e Francia, forse, non gli diedero mai la possibilità di sbocciare totalmente, ma quello che abbiamo visto, insieme a ciò che abbiamo immaginato, è stato di assoluto livello. E poi lo disse anche l’altro figlio di emigranti, Platini, con aria perfida o semplicemente divertita: “era lui il mio erede”.

Vincerà un ultimo campionato nel 2000, con l’Anderlecht, per finire la carriera allo Charleroi, altra città di emigranti italiani, accanto alla miniera di Marcinelle in cui nel 1956 persero la vita centinaia di minatori. Si ritirerà per i continui infortuni, chiudendo un cerchio forse non perfetto, ma particolarmente affascinante. E forse è stata quella grandezza solo sfiorata il suo talento più grande.

Daniele Comberiati

About Daniele Comberiati

Daniele Comberiati è professore associato di italianistica presso l’università di Montpellier. Ha pubblicato i romanzi Vie di fuga (2015) e Colpo di stato nella San Marino rossa (2018). Insieme a Simone Brioni ha scritto Italian Science Fiction: The Other in Literature and Film (2019).    

One Comment

  • Clemens ha detto:

    Grazie Danié! Articolo davvero commovente. Mi ha fatto ricordare che i commentatori fiamminghi dell’epoca ne parlavano sempre male perché lo consideravano troppo fantasista, troppo estetico…

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