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Equo è più di uguale

By 31 Luglio 2019
Equal pay

Cos’è l’equal pay? Ma, soprattutto, è davvero sostenibile?

Un unico coro ha unito lo stadio di Lione dopo la finale del Mondiale femminile. “Equal pay”, hanno gridato i tifosi insieme alla nazionale campione del mondo, gli Stati Uniti. «Mi ha fatto piacere sentire il pubblico riprendere il nostro slogan. Credo che ormai tutti siano pronti per la parità salariale. Tutte le giocatrici di questo mondiale hanno creato uno spettacolo incredibile, non era possibile fare di meglio. Ora bisogna passare allo stadio successivo», ha detto il capitano Megan Rapinoe, che da anni si batte per l’equo compenso.

Una battaglia che ha avuto un primo esito nella decisione pionieristica dell’Ajax, il primo club a varare l’equiparazione contrattuale tra squadra maschile e femminile. Vuol dire stesso salario minimo, stesso trattamento in materia di giorni di vacanza, assicurazione sanitaria, possibilità di mantenere lo stipendio dopo gravi infortuni. «Con questo accordo collettivo possiamo fare un altro passo in avanti verso il professionismo» ha detto Daphne Koster, la responsabile della sezione femminile della squadra, che ha ricordato come finora le calciatrici potevano firmare contratti non più lunghi di due anni. Ma non significa che le giocatrici guadagneranno quanto i giocatori dell’Ajax. È una decisione equa, non egualitaria.

Su questo Abby Wambach, la più decorata calciatrice nella storia degli Stati Uniti, ha posto una questione durante un discorso al Barnard College. Ha raccontato quel che aveva provato nel 2015, alla premiazione degli ESPY (Excellence in Sports Performance Yearly Award). Era sul palco insieme a Peyton Manning e Kobe Bryant. “Tutti e tre per anni abbiamo messo in campo la stessa ferocia, lo stesso impegno. Abbiamo fatto gli stessi sacrifici. Ma loro hanno finito la carriera con qualcosa che io non ho: un enorme conto in banca”. Nel calcio, però, è il prodotto a determinare il valore dello sforzo e l’entità degli ingaggi. Abby Wambach è stata pagata meno perché il suo sforzo ha generato meno introiti. E chi decide il valore del prodotto? I consumatori, che possono anche essere sessisti. Ma cambia poco. Prodotti diversi, anche di fronte a livelli di sforzo simile, generano introiti diversi e determinano salari diversi.

La causa alla Federcalcio USA
La nazionale Usa ha intentato una causa per discriminazione alla Federcalcio, la USSF. La questione si fa interessante per almeno tre motivi.

Primo: negli ultimi tre anni la nazionale femminile ha generato più introiti per la federazione della nazionale maschile. Sarebbe di per sé un motivo valido per sostenere la parità salariale su una base non solo di principio. Secondo documenti finanziari della federazione pubblicati dal Wall Street Journal, la quota superiore di ricavi fa riferimento al solo botteghino. La fetta più consistente di ricavi per la USSF, 49 milioni di dollari sui 101 totali nel 2018, deriva da marketing e da sponsorizzazioni che la federazione vende a pacchetto per le nazionali maschile e femminile.

L’anno scorso, secondo i dati Nielsen, le partite della nazionale maschile hanno attirato in media 431.818 spettatori, quelle della nazionale femminile 302.421. Il divario, rispecchia nelle entrate al botteghino, si è ribaltato con il trionfo al Mondiale di Francia. La finale Usa-Olanda ha attirato quasi 20 milioni di spettatori tra tv e stream,ing su Fox: è l’evento calcistico più visto nella storia del network dalla finale del mondiale femminile del 2015.

Secondo: la FIFA riconosce premi per 400 milioni di dollari per il Mondiale maschile di Russia, 30 per quello femminile in Francia. Ma le calciatrici fanno causa alla Federazione. Nelle 28 pagine della causa depositata alla Corte Distrettuale del Central District of California, Western Division, si legge che dal primo gennaio 2001 al 31 dicembre 2018 i giocatori della nazionale maschile hanno ricevuto 5 mila dollari per partita giocata, indipendentemente dal risultato, con un bonus fino a 17.625 dollari in base all’esito e al ranking FIFA degli avversari. Per le donne, invece, c’è un meccanismo diverso, i bonus sono previsti solo in caso di vittorie e solo contro nazionali tra le prime 10.

Vincendo 20 amichevoli in un anno, si legge, le donne possono guadagnare al massimo 99 mila dollari, gli uomini 263.320. Tuttavia, nota il Guardian, in base all’accordo collettivo che le calciatrici hanno firmato nel 2017, loro hanno un salario fisso mentre gli uomini dipendono solo dai bonus. Il premio per il titolo nel mondiale femminile è passato da 57 a 110 mila dollari, 2.5 milioni in totale, ovvero il 126% di quanto la FIFA prometteva di versare alla nazionale campione al momento dell’accordo. Poi la FIFA ha raddoppiato il premio da 2 a 4 milioni.

Terzo: le giocatrici accusano la federazione di discriminazione nella creazione delle condizioni di partenza. La USSF decide i componenti dello staff tecnico e il loro ingaggio, fissa anche le partite amichevoli, decide gli avversari e il tipo di promozione. Soprattutto stabilisce la superficie dei terreni di gioco, luoghi e tempi degli stage di allenamento, l’accesso ai campi di allenamento, il tipo di volo per le trasferte. Su un aspetto le calciatrici insistono: giochiamo più degli uomini su campi in erba sintetica, scrivono, che possono portare a infortuni anche gravi. In più, le partite della nazionale femminile non vengono annunciate con sufficiente anticipo, così è più difficile riempire gli stadi, e non vengono promosse con tutti i mezzi disponibili.

Non è solo questione di uguaglianza di salario. È più un tema di egualitarismo, di arrivare a condizioni più eque nella pratica sportiva. Un fattore che negli Usa è alla base del Titolo IX approvato nel 1972 che ha obbligato per legge i college a investire la cifra per le attività sportive maschile e femminili. Anche se il budget annuale che la federazione riserva al calcio femminile è di 17,1 milioni di dollari l’anno su 71,9 complessivi. Ulteriori 1,7 milioni sono destinati alla National Women’s Soccer League, il principale campionato femminile del Paese.

Equal pay

Equal pay: è davvero sostenibile?
La battaglia per l’equal pay, al di là delle questioni di principio, non può che partire da una domanda: uguale rispetto a chi? Può sembrare una provocazione, ma è evidente che l’associazione tra una prima divisione femminile e una prima divisione maschile non sarebbe sostenibile. Lo dimostra il caso della lega femminile argentina, una delle ultime ad aprirsi al professionismo, in cui i salari della massima divisione sono equiparati alla quinta serie maschile.

Dal punto di vista del prodotto, piaccia o no, le differenze restano. Il Global Club Football Report 2018 della FIFA rivela che nel 2017 si sono giocati campionati femminili in 172 delle nazioni affiliate, con 1692 squadre coinvolte. In gran parte delle nazioni, però, soprattutto fuori dall’Europa, ci sono poche squadre e non sono previsti meccanismi di promozione e retrocessione. Sempre al 2017 si riferiscono i dati del Global Sports Salaries Survey di Sporting Intelligence sottolinea come i salari medi nei sette principali campionati femminili non arrivano nemmeno a pareggiare l’ingaggio annuale di Neymar al PSG per la stagione 2017-2018.

 

LegaNazioneStagioneSquadreAtleteIngaggio medio (euro)
D1 FeminineFrancia2017-181227342188
Frauen BundesligaGermania2017-181227837060
FAWSLInghilterra2017-181015729962
NWSLUSA20171019923301
DamallsvenskanSvezia20171224012000
W-LeagueAustralia2017-1891629154
Liga MX FemenilMessico2017-18163841881

Ingaggi medi nelle prime sette leghe femminili nel 2017 (fonte: Sporting Intelligence)

L’anno scorso, secondo il Global Club Football Report della FIFA, nei campionati femminili di tutto il mondo si sono registrati 696 trasferimenti internazionali verso club professionistici. In gran parte, l’88.9%, riguardano giocatrici “out of contract”: di questi 619 trasferimenti, 266 hanno riguardato calciatrici che provenivano da club dilettantistici di una diversa nazione. Questi trasferimenti internazionali hanno comportato spese per 564.354 dollari. Nello stesso periodo, si sono registrati 16.533 trasferimenti internazionali nei campionati professionistici maschili che hanno movimentato 7,03 miliardi di dollari.

Tuttavia, secondo un’indagine FIFPro, nel 2017 su 3600 giocatrici impegnate in prima divisione e in nazionale solo il 18% si percepiva come professionista. E per la FIFA si è professionisti se si possiede “un contratto scritto e ingaggio che garantisce più entrate rispetto alle spese sostenute per l’attività”. Ma il salario medio allora era di 527 euro mensile, e il 60% delle giocatrici interpellate ne guadagnava meno.

Negli ultimi due anni, il calcio femminile ha fatto grandi passi avanti verso una maggiore equità. In Norvegia, la federazione ha raddoppiato da 3 a 6 milioni di corone il budget per la nazionale femminile. Aumentato il compenso per le calciatrici della nazionale anche in Svezia, una delle nazioni leader del movimento con 180 mila tesserate circa e un budget certificato nel 2017 superiore ai 5 milioni di euro. L’altro faro tradizione è la Germania, in cui al calcio femminile vengono destinati 9 milioni di euro: la nazionale ha vinto sette europei, due mondiali e l’oro olimpico a Rio, il campionato di prima divisione conta 12 squadre ma solo due sono espressione del settore femminile di club di Bundesliga, Bayern Monaco e Wolfsburg. In Francia, dal 2006 il Lione domina la Ligue 1 femminile, con squadre in parte professionistiche e in parte dilettantistiche. Il Lione, che ha vinto le ultime quattro edizioni della Champions League, il Paris Saint Germain, il Montpellier, il Paris Fc e il Bordeaux possono offrire ingaggi tra i 10 mila e i 40 mila euro, più di quanto guadagnano le più pagate calciatrici di Serie A.

In Inghilterra la Federazione riserva al movimento femminile 17,7 milioni di sterline su un budget complessivo di 125 milioni, l’investimento maggiore tra tutte le Federazioni europee. Qui si gioca l’unico campionato femminile interamente professionistico, la FA Women’s Super League, con dodici squadre: Arsenal, Birmingham City, Brighton & Hove Albion, Bristol City, Chelsea, Everton,

Liverpool, Manchester City, Manchester United, Reading, Tottenham Hotspur e West Ham United. La Bbc l’anno scorso sottolineava come il 70% dei ricavi del Manchester City e l’81% del Liverpool derivasse da introiti commerciali, mentre i ricavi da botteghino risultano piuttosto bassi. Per la stagione 2019-20, inoltre, Barclays ha annunciato una ulteriore, significativa, sponsorizzazione da 10 milioni di sterline.

La situazione italiana
In Italia, sono 23.196 le calciatrici tesserate per la Federcalcio (di cui ben 12.129 Under 18) e 659 le società registrate. Si gioca una Serie A a 12 squadre e una Serie B suddivisa in quattro gironi. I campionati sono ancora dilettantistici, ma l’organizzazione è passata dalla Lega Dilettanti alla Federcalcio. La federazione ha investito 4.2 milioni di euro per lo sviluppo del calcio femminile e durante il Mondiale il presidente Gabriele Gravina ha rilanciato la proposta di una legge perché il calcio femminile sia considerato professionistico.

La proposta, ha detto all’Ansa, “consentirebbe ai club femminili, così come per il primo livello del professionismo maschile, di attutire l’impatto dei costi del professionismo, beneficiando di un credito d’imposta da reinvestire. Solo così, infatti, si creerebbero le giuste condizioni per riconoscere alle calciatrici tutti i vantaggi del professionismo senza arrestare lo sviluppo di questa splendida disciplina, liberando risorse importanti per stabilizzare la crescita che è sotto gli occhi di tutti”.

La promozione in Europa e nel mondo
Lo scorso ottobre, la Uefa ha annunciato l’intenzione di aumentare da 100 a 150 mila euro i finanziamenti alle federazioni. La confederazione europea ha completato anche un accordo con VISA, il primo sponsor riservato solo alle competizioni di calcio femminile. La FIFA, al di là dell’aumento del montepremi per il Mondiale, a ottobre ha pubblicato una “Women’s Football Strategy”, con l’obiettivo di raggiungere i 60 milioni di praticanti per il 2026. Cinque le principali misure previste: promuovere la crescita anche con programmi di base per le scuole; ridefinire i meccanismi di qualificazione al Mondiale; aumentare la reputazione delle migliori giocatrici; incoraggiare l’uguaglianza tra uomini e donne, assicurando alle donne un peso negli organismi decisionali (si parla di un terzo di presenze femminili nei comitati); usare il calcio femminile come strumento per attirare l’attenzione a questioni sociali e promuovere progetti sostenibili per migliorare la vita delle donne.

Scenari futuri
Per essere finanziariamente sostenibile, si legge nell’Annual Review of Football Finance 2019, serve un controllo chiaro sui costi, sulla spartizione dei ricavi commerciali e televisivi, con un equilibrio tra pay-tv, che possono garantire più soldi, e canali free per massimizzare la visibilità. Anche forme di sponsorizzazione collettiva, come l’accordo con Nike che fornisce i kit per tutte le squadre del campionato femminile inglese, possono aiutare a sviluppare forme di equità. E far sì, come ha detto Abby Wambach, che la volontà delle giocatrici possa segnare “l’inizio di maggiori forme di attivismo per assicurare un trattamento equo nello sport femminile”. E un trattamento equo vuol dire molto più di un salario uguale.

Foto: Getty Images. 

Alessandro Mastroluca

About Alessandro Mastroluca

Alessandro Mastroluca collabora con SuperTennis e Fanpage.it. È stato vicedirettore di Ubitennis.com, il primo sito all-tennis news in Italia. È autore di tre libri: “La valigia dello sport” (Effepi Libri), “Il successo è un viaggio” (Castelvecchi-Ultra), la prima biografia completa in italiano di Arthur Ashe, e “Denis Bergamini. Una storia sbagliata” (Castelvecchi-Ultra).

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