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Eric Cantona è diventato il re del piccolo schermo

By 19 Maggio 2020

Nella serie Netflix “Dérapages” (“Lavoro a mano armata”) Cantona è riuscito, dopo anni e qualche fosso, a portare il suo livello di recitazione sullo stesso piano di quello calcistico: dove prima c’era un calciatore enorme che giganteggiava sui campi ora c’è un attore enorme che giganteggia sugli schermi.

 

Anni fa, in un libretto quasi clandestino, “La philosophie de Cantona”, Éric, più o meno consciamente, disegnò il suo futuro, raccontandosi, tanto che alcune di quelle frasi sembrano riferite al personaggio, Alain Delambre, che interpreta nella serie “Dérapages” (“Lavoro a mano armata”) in onda da qualche giorno su Netflix. Quando diceva: «Io non gioco per una squadra in particolare, gioco per vincere l’idea di perdere» contestualizza il suo personaggio: carattere e modo di agire; o «Invecchiare non significa tradire la giovinezza e tutte le sue esagerazioni», appare perfetto per capire quello che non vediamo nelle sei puntate della prima stagione, e che forse vedremo nelle prossime, ma che intuiamo; o anche «L’artista è colui che riesce a illuminare una stanza buia», questa vale per come recita e si comporta Cantona davanti alla telecamera, cominciando col metterci il suo faccione a metà tra Godard e Leone e poi lasciandosi inquadrare tutto mentre non sbaglia un gesto, una faccia, un tono.

La copertina della serie su Netflix

Insomma, Cantona è riuscito, dopo anni e qualche fosso, a portare il suo livello di recitazione sullo stesso piano di quello calcistico: dove prima c’era un calciatore enorme che giganteggiava sui campi ora c’è un attore enorme che giganteggia sugli schermi. L’egolatra che in questi anni ha continuato a fare il re – dai clippini dove irrideva il calcio d’oggi e i suoi profeti fighetti fino al video di Liam Gallagher – quel maschio che l’Inghilterra aspetta invano da anni, che doveva essere Rooney e non è stato, l’unico francese tollerato dagli inglesi – tanto che quando nel 1996 la Nike pensò di fare una pubblicità che diceva: «Il ‘66 è stato un grande anno per il calcio. È nato Éric», che equivaleva a mettere in secondo piano la vittoria mondiale, gli inglesi risero, un po’ per snobismo: niente cancella l’unico mondiale di calcio vinto, un po’ per amore, perché è evidente che da Ken Loach a salire e scendere per una ipotetica scala mobile o gradinata: gli vogliono bene – ora parla a tutti i disoccupati europei con il suo personaggio più riuscito.

Se il libro di Pierre Lemaitre “Lavoro a mano armata” (“Cadres noirs”) non fosse del 2010 tutti penseremmo a un personaggio cucito sulle spalle larghe di Cantona, nella serie si è limato qua e là, ma guardandola non si può che pensare quasi continuamente a una dichiarazione di Alex Ferguson: «Se Éric sente che si sta compiendo un’ingiustizia deve dimostrare al mondo intero che lui la correggerà». E tutta la serie è un provare a correggere le ingiustizie del capitalismo rappresentato dalla multinazionale Exxya, e un provare a correggere se stesso riuscendo ad ingannare lo spettatore diverse volte. Cantona è sempre credibile: che stia impugnando una pistola o distribuendo testate, subendo una aggressione in carcere o piangendo davanti a sua moglie.

(Photo by Ernesto Ruscio/Getty Images)

«Se non sei spontaneo non puoi avere successo». E lui con la spontaneità si è immerso nella vita di un cinquantenne che vive di sussidi e lavori in nero, umiliazioni e rimandi, con un mutuo che gli taglia il fiato e il fastidio di ritrovarsi un genero che parla di soldi e processi stando in banca. Ha un solo amico, Charles, un hacker che vive da nomade in un camper, con l’aggiunta di una rassegnazione che manda giù bevendo.

La regia è di Ziad Doueiri – libanese, già autore de “L’insulto” – che si tiene sobrio e lascia a Cantona lo spazio per fare il De Niro, quando racconta i fatti gli si stringe in faccia e quando allarga sulla storia non diventa mai ansiogeno, né feticista, lo lascia andare come faceva Ferguson in campo, anche se Doueiri non sa nulla di calcio ma molto di uomini e attori.

(Photo by Lynne Cameron/Getty Images)

Per tutta la serie Cantona sembra che ammicchi alla sua storia tra risse, banche e sorprese verso se stesso, con citazioni da “Le ali della libertà” – film di Frank Darabont con Tim Robbins e Morgan Freeman – e ammicchi alla Francia migliore: quella della ricerca dell’uguaglianza, anche se con la violenza. Alain Delambre, disperato, vuole andare a stare meglio approfittando dell’ultima occasione, dimostrando – in piccolo – come si possa entrare nei meccanismi dell’alto capitalismo, tra finanza e ricatti, provando la violenza dei soldi e mostrandoci come sia facile violare alcune regole del patto sociale avendo sopportato la violazione altrui per anni.

Delambre da sfruttato diventa sfruttatore – seppure a fin di bene – da manipolato si fa manipolatore di tutti, fino a toccare la cima e farci vedere come si arrivi in testa e cosa si perda per strada. «Quando i gabbiani, seguono il peschereccio, è perché pensano che verranno gettate in mare delle sardine». Questa frase che disse il Cantona-calciatore-manipolatore dopo la squalifica per il calcio al tifoso potrebbe tranquillamente essere detta dal Cantona-personaggio-manipolatore, e su questo dondolare tra realtà e finzione c’è tutta la bellezza di “Dérapages”.

Il capitalismo è una scala chiusa, bisogna forzarne la porta per salire di livello, sapendo che nelle scale si possono incontrare altri più determinati o altri a difesa di quella determinazione. La storia è semplice, la viviamo più o meno tutti, con una crisi economica che sembra non finire mai, il romanzo – scritto prima dei gilet gialli e delle proiezioni di Houellebecq – si nutriva della rabbia sociale e ci faceva vedere la sua trasformazione: con la forza e l’intelligenza richieste alla mutazione, la serie, nutrendosi del carisma di Cantona e della sua storia e dei fatti recenti, amplifica tutto, riuscendo a racchiudere in una biografia i sentimenti che viviamo tutti i giorni, il senso di frustrazione lavorativo, e per uno che ce la fa – seppure in doppia finzione – scatta la gioia, perché l’impressione è che pure l’eversione sia parte del gioco.

Poi, Cantona è sempre lui – come il Dustin Hoffman cantato da Luca Carboni o il Marlon Brando da Ligabue – icona-pop che continua a non tradire se stesso e a preferire i passaggi ai gol, come rivelava al postino Eric, sul ballatoio di una casa popolare di Manchester, nel film di Ken Loach. 

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