Feed

Tutte le vite di Erno Erbstein, architetto del Grande Torino

By 3 Maggio 2019

Storia del visionario allenatore ungherese, demiurgo della squadra degli Invincibili, passato per i campi di concentramento e morto a Superga dopo aver fatto la storia del calcio

Sor Ernesto. Così lo chiamavano tutti da queste parti. Da quando il conte Raffaello Sardi e il suo braccio destro, l’ingegner Giuseppe Della Santina, avevano deciso di affidare le sorti dell’Unione Sportiva Lucchese Libertas a quell’allenatore ungherese venuto da lontano. Perché se è vero che il conte Sardin, dalla sua abitazione di via Fatinelli e dalla villa estiva di Arsina era considerato il presidentissimo dai tifosi toscani, fu proprio l’ingegner Della Santina a ideare, finanziare e far costruire, di tasca propria, il nuovo stadio di Porta Elisa, trasferendo finalmente la squadra dal vecchio Campaccio.

Il costo, registrato negli annali comunali, si aggirava intorno alla cifra di 2 milioni e 327mila lire. L’inaugurazione avvenne con un secco 2-0 contro la Pro Patria di Busto Arsizio, in un’amichevole datata 21 ottobre 1934. E già allora si vedevano messe in pratica le idee, le novità e i sogni tattici e tecnici di Sor Ernesto. Da queste parti lo considerano il miglior allenatore che la Lucchese abbia mai vantato nella sua storia centenaria. Un maestro, un docente di tecnica calcistica unita al supporto psicologico. Un allenatore moderno, il primo. Perché fino a quel momento la dimensione atletica era considerata di secondo piano. Così come il controllo del regime alimentare o il regolamento del tempo libero: ci si allena tutti i giorni, si rispettano diete rigorose e un’alimentazione sana e chi rientra troppo tardi dopo una serata in balera può star certo che Sor Ernesto lo sta aspettando armato di una pedata.

Ernő Egri Erbstein è nato il 13 maggio del 1989 Nagyvárad, Ungheria. Studia educazione fisica all’Accademia ungherese del Corpo, entra nell’associazione locale di atletica e, per completare il cerchio, inizia a lavorare come agente di borsa. Nel tempo libero gioca per squadre dilettantistiche. Lo nota la Fiumana, lo porta in Seconda Divisione in Italia il Vicenza e da mediano mette a segno 2 gol in 28 incontri disputati (anno 1925-26). Ed è proprio nel 1926 che Erno Erbstein si ritrova per la prima volta a fare i conti con le leggi statali italiane: la Carta di Viareggio non permette, infatti, agli stranieri di partecipare al campionato nazionale, con disposizioni a partire dal 1928. Erbstein decide quindi di riunire calcio e finanza e parte per gli Stati Uniti in compagnia di sua moglie Jolanda. Gioca un paio d’anni nell’American Soccer League con i Brooklin Wanderes, dove milita anche il connazionale Béla Guttmann. Il crac del ’29 fa il resto.

La formazione del Grande Torino che perse la vita nell’incidente aereo di Superga il 4 maggio 1949.

 

Erbstein ritorna in Ungheria, mette da parte le azioni in banca e si dedica allo studio del calcio, della tattica e della preparazione fisica degli atleti. Dall’Inghilterra è folgorato. Dall’Italia il primo a chiamarlo è la Fidelis Andria. L’anno successivo guida il Bari, per poi passare alla Nocerina. Erbstein porta i campani al quinto posto del girone meridionale di Prima Divisione. I risultati sono talmente soddisfacenti che la società gli dedica il viale attiguo allo stadio, dove oggi fanno il mercato. Nel ’33 torna a Bari per sostituire Arpad Weisz. Nel ’34 approda alla Lucchese.

L’ingegner Della Santina è un costruttore, visionario e ha denaro a disposizione. Non è detto che le tre cose stiano in successione. Sta il fatto che il suo sogno dichiarato è di tornare in serie A: un traguardo mai raggiunto dalla compagine toscana prima d’ora, fin dall’anno della sua fondazione, il 1905. Da queste parti tutti cominciano a chiamare l’ungherese Sor Ernesto. Dicono che durante gli allenamenti Erbstein fosse solito emettere fischi diversi a seconda dell’errore tattico commesso dai calciatori: ad ogni fischiettata tutti si fermavano sul posto, Sor Ernesto spiegava l’errore e si ripeteva il movimento fin quando la lezione non era ben appresa. Le sue sedute erano diventate un mantra per i calciatori, trasformati per la prima volta in atleti. Di mattina, al termine dell’allenamento, Erbstein e i suoi ragazzi si recavano passeggiando in borghese sulle Mura: un modo per consolidare il gruppo, il segreto vincente dell’ungherese. Da sempre. La Lucchese, in due anni, avverò il sogno del suo patron e dell’ingegner Della Santina. E, non contento, nel ’36/37 Erbstein condusse i suoi ad un inimmaginabile settimo posto, con lo stesso punteggio dell’Ambrosiana e davanti a Roma e Fiorentina. Senza mai essere battuta in casa.

Nel ’37/38, l’anno successivo, Sor Ernesto accusò problemi di salute. Ad assisterlo in panchina arrivò Umberto Calligaris. La Lucchese riuscì a salvarsi e a rimanere in serie A, per un pelo. Gli imprevisti erano solo all’inizio. Fu in quell’anno, il 1938, che per l’ungherese cominciarono gli incubi. Le apprensioni. Le preoccupazioni. Le persecuzioni. Sor Ernesto è costretto a considerare e accettare l’offerta del Torino per poter iscrivere le sue figlie ad una scuola privata: anche a Lucca sono arrivate le leggi razziali e il clima è cambiato. Il campionato del Torino ’38/39 inizia con un secco 5-1, proprio contro la Lucchese, per poi proseguire imponendosi 3-0 contro il Bologna di Weisz. I granata inciampano con Roma e Lazio prima di tornare alla vittoria per 2-1 contro l’Ambrosiana, il 18 dicembre 1938. Quella sera stessa Erbstein viene convocato in questura: le sue origini ebree (per parte di padre) lo costringono ad abbandonare immediatamente il lavoro e il Paese: le figlie, seppur battezzate, non potranno più frequentare alcuna scuola pubblica italiana.

Il presidente del Torino Ferruccio Novo assicura e promette in tutti i modi che lo aiuterà. Lui, Sor Ernesto, scende ancora una volta a compromessi, accetta un posto al Feyenoord e con l’anima in una valigia si mette su un convoglio diretto a Rotterdam, pronto a firmare il contratto pre-compilato che il suo agente gli ha fatto vedere come garanzia. Il treno su cui viaggia viene fermato al confine con la Germania e non gli è permesso di entrare nei Paesi Bassi. Erbstein torna indietro, passa diversi mesi in Germania, solo. È di origini ebree e nessuno lo accoglie. Decide di tornare alla sua città natale, Budapest. Riesce a trovare lavoro in un’industria tessile, cerca di mettere in salvo la famiglia prima di essere internato in un campo di lavoro. Passano mesi tutti uguali. È il 18 marzo del 1944, le truppe tedesche hanno invaso l’Ungheria ed Erbstein viene assegnato a un campo finalizzato alla costruzione di strade e ferrovie. Sua figlia Susanna riesce a trovare riparo in una struttura per ragazze cattoliche alla periferia della città dove accade di tutto.

Valerio Bacigalupo, il portiere del Grande Torino, qui battuto dal rigore tirato da Candiani, il 14 luglio 1946.

Se l’inferno esiste ha le sembianze di questo campo, freddo e sporco, dove un uomo che è sempre stato guidato da un’idea è ora costretto a seguire gli ordini di militari rudi, ipodotati in divisa. Se l’inferno esiste ha le fattezze di questi mesi identici, senza tempo, senza fine. Ha la voce di Susanna che gli parla al telefono mentre un sergente le tiene un fucile sul fianco. E sussurrando, in italiano, gli chiede Aiuto. “Tu non hai idea di cosa siano queste persone, sono dei mostri”. Ha il fiatone di Béla Guttmann e Ernő Erbstein che saltano da una finestra del secondo piano per sfuggire alla deportazione in treno verso morte certa. Ha gli occhi di questi due evasi che frugano follemente tra i documenti di morti, cancellano con agenti chimici i nomi sulle carte di identità per sostituirli con il proprio. Sarà proprio Susanna, fingendosi una crocerossina, ad aiutare il padre. Sarà ancora una volta il presidente del Torino Ferruccio Novio a nascondere Erbstein e la sua famiglia fino al termine della guerra.

Tornerà a respirare calcio, Erno, con i colori granata che aveva lasciato a causa della guerra. La storia del calcio ricorderà negli annali quei quattro scudetti di fila del Grande Torino, dove Erbstein fu prima consulente e poi direttore tecnico. Ricorderà quei 125 gol segnati, quel memorabile 10-0 contro l’Alessandria del 2 maggio 1948, quel sistema di gioco WM stile Chapman (la prima sistemista a vincere il tricolore), quella preparazione fisica e quello studio specifico dei movimenti dei calciatori messo in piedi dall’ungherese. Quel gruppo così unito, affiatato, solido, segreto di Erbstein fin dai tempi della Lucchese e di quelle camminate sulle Mura dopo gli allenamenti. In borghese.

La Storia ricorderà per sempre quel 4 maggio a Superga, quando tutti abbiamo dato l’addio la squadra più forte che si sia mai vista a Torino. E forse in Italia. Nessuno storico, però, scriverà che Erno Erbstein nel 1938 diventò per tutti uno sconosciuto. Che gli tolsero il saluto dal momento della pubblicazione delle leggi razziali. Che prima, quando si finiva gli allenamenti e si faceva sera lui, Sor Ernesto, se ne stava al bar a chiacchierare con gli anziani esperti di calcio. Che a Lucca quando arrivarono in serie A lo accompagnavano quasi volando alla sua casa di piazza San Michele, dove lo aspettava sua figlia Susanna, bionda, giovane e musa in terra dei suoi coetanei lucchesi. Non spiegherà fino in fondo la definizione che l’enciclopedia Treccani dà di Erbstein: di quella “parentesi di esilio”, nella fase “più acuta delle persecuzioni razziali”. Non giustificherà Sor Ernesto che, tornato in Ungheria durante la guerra, volle cambiare il suo cognome prussiano di origine nobiliare in Egri, perché non voleva portare un nome tedesco, ed Egri gli pareva abbastanza italiano.

Lo chiamano l’Allenatore Errante, oggi, Erbestein. Lo scorso 16 marzo a Lucca, è stato imbrattato con adesivi arancioni e vernice nera il cartello in suo ricordo. Sull’episodio stanno indagando i carabinieri: si sospetta la matrice sia di estrema destra, in particolare un gruppo di ultras della Lucchese. «È gente che inneggia al Duce e al Fascismo senza conoscere la storia gloriosa della squadra per cui tifano», ha commentato il sindaco Alessandro Tambellini.

Poche settimane prima, al Cinema Artè di piazza della Chiesa a Capannori, in provincia di Lucca, alle 20.30 è stato presentato un documentario sulla vita avventurosa e straordinaria di Erbstein. Dicono che alla fine si siano registrati applausi scroscianti in una sala strapiena, soprattutto di giovani. Qualcuno si è commosso. Avrà ripensato alla Lucchese, a Sor Ernesto che nessuno salutava più. A quel salto dalla finestra per sfuggire alle camere a gas, al volo di ritorno da Lisbona finito contro Superga, al sorriso, alla sapienza, alla preparazione e al genio di questo ragazzone venuto dall’Est che una volta disse così di fronte ai taccuini di un giornalista: «La mia caratteristica principale? Sono un essere umano». Salute a te, Sor Ernesto, che per una volta, come il giornalista scrisse a corredo dell’intervista, hai unito l’Italia per davvero, da Sud a Nord.

Foto: LaPresse

Raffaele Nappi

About Raffaele Nappi

Classe 1990, scrive per «Il Fatto Quotidiano» e «Il Messaggero». Due libri. Sogna di lavorare in una redazione prima che scompaiano. Per il momento il suo ufficio dista solo un corridoio.

Leave a Reply

Leggi un altro articolo
Leggi un altro articolo
70 anni fa l'aereo che trasportava il Grande Torino si...