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Espanyol, la Serie B ora anche sul campo

By 13 Luglio 2020

Dopo 26 anni il secondo club di Barcellona è retrocesso in Segunda Divisiòn dopo una stagione del tutto disastrosa. Un destino forse inevitabile per una squadra che, nonostante sia una delle nobili di Spagna, permeata di ricordi e miti, ormai è schiacciata dalla vicinanza dei cugini ricchi e famosi

Era il 21 gennaio 2016 quando Chen Yansing, fresco proprietario cinese dell’Espanyol, prometteva: “Entro tre anni arriveremo in Champions”. Grandi prospettive per una grande proprietà, progetti interessanti sulla carta, finalmente un respiro internazionale (anche l’acquisto di un calciatore cinese, il primo nella storia della Liga, l’attaccante Wu Lei) per quella che unanimemente è ritenuta la seconda squadra di Barcellona. Sono passati quattro anni, invece, e l’Espanyol non solo non è arrivato in Champions, ma è retrocesso in Segunda Divisiòn dopo 26 stagioni consecutive nella Liga. Un fracaso che in Spagna ha fatto parecchio rumore, ma che sembrava scritto visto l’andamento della squadra fin dall’inizio del campionato; culminato con l’ultima sconfitta che ha sancito il verdetto matematico, ironia della sorte nel derby contro il Barcellona.

 

Il karma del tradimento

Espanyol

(Photo by Juan Manuel Serrano Arce/Getty Images)


A dire il vero in Europa l’Espanyol ci era arrivato, un anno fa. In Europa League, certo, ma poteva essere considerata una buona base di partenza per tentare un’ulteriore scalata. Settimo posto in campionato con un giovane allenatore rampante, Rubi, e un attaccante iconico da quasi 20 gol come Borja Iglesias, detto “El Panda”. Entrambi, però, nello scorso mercato estivo hanno fatto le valigie in direzione Siviglia, sponda Betis: certo, nelle casse del club catalano sono entrati 28 milioni, la clausola di rescissione dell’attaccante, ma la sensazione di aver lasciato un discreto vuoto è rimasta.

Più che altro l’addio dell’allenatore ha assunto i contorni del tradimento o giù di lì. Rubi, infatti, inizialmente sembrava dovesse rimanere, prima di accettare la corte dei sivigliani, e invece, proprio come un anno prima, nel 2018, quando aveva portato il Huesca a una storica promozione nella Liga, aveva monetizzato subito. Col Betis, infatti, si era accordato per un contrattone fino al 2022 a circa 3 milioni a stagione, lasciando nel contempo l’Espanyol in braghe di tela, costretto ad affidarsi al tecnico delle giovanili, David Gallego.

In compenso il karma ha deciso di dire la sua, visto che Rubi è stato esonerato qualche settimana fa dopo la sconfitta 1-0 a Bilbao contro l’Athletic, mentre Borja Iglesias ha visto più panchine che campo. Chiamarlo flop epocale, insomma, è quasi riduttivo. Un affare che ha portato male sia al Betis che all’Espanyol.

(Photo by Angel Martinez/Getty Images)

Sì, perché i catalani si sono ritrovati, d’accordo, pieni di soldi da reinvestire (oltre al “Panda” è stato ceduto anche il leader della difesa, Mario Hermoso, all’Atletico Madrid per 25 milioni), ma senza le idee molto chiare, in più con uno spogliatoio ancora scottato dalla partenza di Rubi. Morale, come spesso succede in casi come questo, le prime avvisaglie si potevano intuire già dal precampionato.

Al posto di Borja Iglesias, dunque, ecco Jonathan Calleri, argentino dal fisico imponente e generoso, ma dalla media realizzativa modesta, uno che ha cambiato già sette squadre in otto anni, sempre in prestito dal misterioso Deportivo Maldonado. In difesa il sostituto di Hermoso in realtà sono stati due: Bernardo in prestito dal Girona e soprattutto il giovane Fernando Calero dal Valladolid, una delle rivelazioni della stagione 2018-19, finito nell’orbita anche del Siviglia e del Borussia Dortmund, nientemeno. Inutile dire che sia l’uno che l’altro hanno deluso parecchio, con Calero finito addirittura non convocato per decisione tecnica in qualche occasione.

Una rosa indebolita, un allenatore traballante, con in più il doppio fronte (Liga + Europa League) da affrontare. Che l’Espanyol potesse avere delle difficoltà, come detto, sembrava prevedibile; ma che arrivasse ultimo, finendo retrocesso a tre giornate dalla fine del campionato, nemmeno i peggiori gufi potevano pensarlo.

(Photo by David Ramos/Getty Images)

 

“Pipiolos”

In nessun momento della stagione l’Espanyol ha dato l’idea di sapere che cosa stesse facendo. Solo una volta è arrivata una striscia di risultati utili, peraltro solo tre, ma per il resto solo sconfitte e appena 5 vittorie complessive. Il povero Gallego è durato otto partite: esonerato dopo il 2-0 a Maiorca. E che la confusione regnasse sovrana nel club catalano già da tempo lo si sarebbe visto scegliendo il sostituto: Pablo Machìn, un allenatore molto peculiare, che gioca con la difesa a 3, uno dei tanti figliocci di Pep Guardiola, che l’ha elogiato pubblicamente più volte. Machìn aveva fatto benissimo al Girona, ma al Siviglia era stato silurato dopo mezza stagione; far adattare il suo stile ai giocatori in rosa a campionato in corso non sembrava impresa facile, e in effetti è stato così. Dieci partite, una sola vittoria, esonero dopo il 2-0 subito contro il Leganes. Memorabile una sua sfuriata dopo l’imbarazzante 2-4 in casa contro l’Osasuna in cui aveva qualificato i suoi come “Pipiolos”, traducibile con “Pivellini”.

Terzo allenatore della stagione già a Natale, quindi, per l’Espanyol, altra inversione a U come stile: da Machìn ad Abelardo, tecnico concreto e pragmatico, poco spettacolo e tanta concretezza come dimostrato anteriormente allo Sporting Gijòn e con l’Alaves, pescato sul fondo della classifica e trascinato a una doppia salvezza coi fiocchi.

E come regalo di Natale, quasi uno scherzo in proporzione alla situazione, una campagna-acquisti invernale a dir poco faraonica con 40 milioni di euro investiti per tre giocatori: un centravanti di qualità, Raul de Tomas, in difesa un leader come l’uruguaiano Leandro Cabrera, più a centrocampo il jolly Embarba. Un chiaro segnale del tipo: “Scusate, ci siamo sbagliati completamente in estate, adesso ripartiamo da capo”. In fondo l’ossatura della squadra era stata rifatta da capo a piedi, una squadra che in rosa ha, peraltro, tre ex “italiani”: Diego Lopez in porta e in difesa Didac Vilà e David Lopez.

Espanyol

 (Photo by Gonzalo Arroyo Moreno/Getty Images)

Risultati? Pessimi anche con Abelardo, compresa l’eliminazione in Europa League ai trentaduesimi di finale per mano del Wolverhampton, 4-0 in Inghilterra e inutile 3-2 allo stadio Cornellà-El Prat di Barcellona. Il terzo esonero stagionale per l’Espanyol è arrivato il 27 giugno scorso: ultimi erano a dicembre, i catalani, e ultimi erano ancora, dopo sei mesi, pandemia inclusa. Fatale per Abelardo la sconfitta contro il Betis di Borja Iglesias: 1-0, gol di Bartra.

A quel punto solo una persona poteva sedersi in panchina: il massimo responsabile di questa stagione fallimentare. Non il patron Chen Yansing, naturalmente, già vittima di qualche panolada (la protesta tipica del calcio spagnolo con fazzoletti bianchi agitati dalle tribune), ma il direttore sportivo Rufete, ex calciatore del Valencia. A lui è toccato vestire i panni di Caronte, traghettando la squadra all’inferno della retrocessione aritmetica, arrivata al Nou Camp, dopo l’ennesima sconfitta contro il Barcellona, in quello che è stato l’ultimo derby catalano dopo 26 stagioni di fila. Tante ne sono trascorse dall’ultimo anno in B dell’Espanyol, la quarta squadra spagnola per numero di massimi campionati dietro al Real Madrid, lo stesso Barcellona, l’Athletic Bilbao (89) e a pari merito con il Valencia (85). Insomma, un disastro epocale per una delle grandi nobili della Liga.

Espanyol

(Photo by Eric Alonso/Getty Images)

 

Quelle finali perse

Cala il sipario, quindi, su un quarto di secolo che ha portato ai “Pericos”, così viene soprannominato l’Espanyol, due Coppe di Spagna e una finale di Coppa Uefa, persa ai rigori contro il Siviglia nel 2007. Una partita sportivamente drammatica, sotto la pioggia, senza esclusione di colpi, un 2-2 acciuffato dai catalani a cinque minuti dalla fine dei supplementari in inferiorità numerica e con in panchina Ernesto Valverde. Una sfida che ad Ibrox Park aveva visto sfidarsi, a distanza, due giovani calciatori destinati a morire in circostanze tragiche mentre erano ancora in attività, Antonio Puerta del Siviglia e Dani Jarque dell’Espanyol, quello a cui Iniesta dedicherà il suo gol nella finale del Mondiale 2010. Ai rigori avrebbero prevalso comunque gli andalusi.

Così come ai rigori, nel 1988, l’Espanyol aveva perso in maniera decisamente più assurda un’altra finale di Coppa Uefa: 3-0 all’andata contro il Bayer Leverkusen (Valverde all’epoca era giocatore dei “Pericos”), risultato identico in Germania al ritorno e dischetto ancora fatale.

Eppure basta guardare i vari messaggi di appoggio giunti al club, messaggi di augurio per un pronto ritorno nella Liga (e un aiutino è già arrivato, il “paracadute” di 30 milioni che come in Serie A esiste anche in Spagna per chi retrocede) per capire quanti grossi giocatori e allenatori sono passati di recente dalla seconda squadra di Barcellona: da Mauricio Pochettino a Marco Asensio fino a Ivan de la Pena. Frasi di circostanza, d’accordo, anche se va dato atto al presidente Chen Yansing di averci messo subito la faccia ammettendo: “La colpa è totalmente mia”, in un video un po’ robotico, forse.

Espanyol

 (Photo by Fran Santiago/Getty Images)

Sarà molto strano, comunque, vedere una Liga senza l’Espanyol. Non solo perché è, come detto, la quarta squadra con più presenze nel campionato spagnolo, ma perché è un segno di decadenza di una storia già di suo abbastanza decadente, nel senso di rétro. Come si fa a convivere nella stessa città del Barcellona, macchina da soldi e di sponsor, l’orgoglio di un’intera regione, “Més que un club”, “Più di un club” come recita il motto societario? Come si diventa tifosi di una squadra nella città dove gioca Messi? Come si fa a non andare di nuovo con la mente ai luoghi storici dell’Espanyol? Tipo lo stadio Sarrià, abbattuto nel 1997, mitico anche per noi italiani dato che lì avevamo conquistato mezzo Mondiale nel 1982 schienando Argentina e Brasile: lì dove è nato il soprannome stesso della squadra, da un uccellino (il “perico”, appunto, un piccolo pappagallo) che bazzicava parecchio la zona.

Oppure l’impianto intitolato a Lluis Companys, sulla collinetta di Montjuic, tirato su per le Olimpiadi di Barcellona del 1992, forse il simbolo stesso di quella manifestazione assieme a tutta quell’incantevole zona, raggiungibile anche con una funicolare. Lì, dopo il Sarrià, aveva giocato le partite interne l’Espanyol fino al 2009 prima di trasferirsi definitivamente al Cornellà-El Prat, quindi non più in città, ma fuori. Come lontano dal cuore pulsante della capitale catalana, occupato dagli altri, da quelli grossi, dal Barcellona, appunto. Di Serie B a casa loro, adesso anche in Spagna.

 

 

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