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Estili, ovvero l’Iran nel pallone

By 3 Ottobre 2019

Storia di Hameed Estili, il centravanti della nazionale di calcio iraniana che ai mondiali di Francia 1998 condannò gli Usa alla sconfitta in una gara che di sportivo aveva ben poco. Oggi si dedica alla politica, denuncia l’ipocrisia del governo Rohani e l’oscurantismo che ancora domina il paese

«Noi eravamo i mujaheddin, loro i cowboys. Però in un campo di calcio le distinzioni sono soltanto cromatiche. Noi indossavamo la casacca rossa, loro quella bianca. Era una partita di calcio, ma ha cambiato la mia vita». Hameed Estili ha smesso da 15 anni di tirare calci a un pallone, nel frattempo ha scoperto la passione per la politica ed è uno dei leader del partito “Voce della Nazione”, l’opposizione (l’unica) al governo di Rohani, nato sulle ceneri del movimento di protesta Onda Verde.

In Iran Hameed Estili è una sorta di eroe popolare: è stato il centravanti della nazionale di calcio che ai mondiali di Francia del 1998 condannò gli Stati Uniti alla sconfitta in una gara che di sportivo aveva ben poco. Un colpo di testa preciso e chirurgico che scavalca il portiere americano Keller, la palla che gonfia la rete, Estili che corre e piange come un bambino. «Corro e vado ad abbracciare il nostro allenatore Jalal Talebi. In pochi sanno che pur essendo nato a Teheran, all’epoca viveva a Stanford, in California, dove gestiva con la moglie un salone di bellezza».

La nazionale iraniana ai Mondiali di Francia del 1998 (Photo by Lutz Bongarts/Bongarts/Getty Images)

Per Estili esiste un’ipocrisia di fondo che l’Iran, a distanza di tanti anni, non è riuscito o non ha voluto cancellare. «Mi sono presentato in parlamento nel 2016 per queste ragioni. Noi riformisti siamo visti dai poteri forti del Paese un po’ come dei guastafeste. Ora siamo diventati il male necessario per dimostrare al mondo il cambiamento in corso».

Probabilmente senza quel gol da canone inverso a Lione oggi l’ex centravanti sarebbe un elettore come tanti altri. «L’Iran deve fare grossi passi in avanti per dirsi davvero un Paese aperto. Estremismo religioso e impostazioni medievali sono all’ordine del giorno». Estili non nega che Teheran sia una città ormai accostabile alle metropoli occidentali, «ma è soltanto la capitale. Ci sono 8 milioni di persone, d’accordo. Ma gli altri 72 milioni voi sapete come vivono davvero? L’oscurantismo si è concluso per un iraniano su dieci».

Teheran è lo specchietto per le allodole, propaganda e tanta facciata: come il regista Jafar Panahi che venne scarcerato dopo che il suo film sulle ragazze che non possono entrare allo stadio fu proiettato in Europa e negli Stati Uniti. Oppure come la recente vicenda di Sahar Khodayari, la 29enne che si è data fuoco per protestare contro le reiterate discriminazioni di genere allo stadio. Dopo la sua morte verrà aperto negli impianti sportivi un settore destinato alle donne, almeno secondo le dichiarazioni del ministro delle politiche sociali Masoud Soltanifar.

Hamid Estili e Lothar Matthaeus ai Mondiali del 1998 (Photo by Mark Sandten/Bongarts/Getty Images)

Ancora una volta la sfera di cuoio che diventa fil rouge per raccontare la storia di una nazione che viaggia, di proposito, a due velocità. «Che finge di essersi modernizzata, ma che fuori Teheran impone il velo e ogni genere di restrizione alle donne» dichiara Hamid Estili. Sul gol della vita agli americani l’ex attaccante taglia corto: «Dopo i mondiali, l’Austria Vienna mi offrì un contratto, ma il vicepresidente Mashaei mi fece sequestrare il passaporto. Adesso abbiamo persino un preparatore atletico del Connecticut, solo per far contenta la Fifa e raccogliere qualche contributo in più». Il suo ultimo pensiero è proprio per Sahar Khodayari. «In parlamento anche noi diremo la nostra. Però è importante che il livello di attenzione non diminuisca. Così, tutti insieme, eviteremo altre assurde tragedie».

Luigi Guelpa

About Luigi Guelpa

Luigi Guelpa è nato nel 1971. Giornalista professionista, da 30 anni racconta l'Africa e il Medioriente per alcune tra le più importanti testate italiane.

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