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Storia evolutiva del portiere di riserva

By 10 Luglio 2019

Negli anni Ottanta erano entità che si sperava di non dover mai mandare in campo. Ora, invece, sono dei titolari a tutti gli effetti che dividono la porta con il numero 1. Ecco come è cambiato il ruolo di portiere di riserva negli ultimi 40 anni

Chissà se Buffon ci ha pensato, anche solo per un attimo, a quella foto. C’è Javier Zanetti che alza la Champions League e Toldo, felice come un bambino, che allunga una mano per toccarla. Ha appena conquistato il trofeo più importante della sua carriera; che non lo abbia fatto da protagonista è un dettaglio. In quel preciso momento non importa se sei titolare o riserva, se indossi il numero 1 o il 12, visto che è Julio Cesar ad onorare uno dei numeri meno affascinanti della storia del calcio. Ciò che conta è che hai vinto una Coppa dei Campioni. E allora è molto probabile che Buffon ci abbia pensato, e che il trofeo che manca, quel trofeo, può arrivare anche da riserva, ma guai a usare questo aggettivo con lui (anche se indosserà il numero 77).

La prima considerazione che viene in mente, al di là dei luoghi comuni sull’epica – anche un po’ stantia se vogliamo – dei ritorni, è che da qualche anno a questa parte i grandi club hanno invertito la rotta rispetto alla scelta del dodicesimo. Ruolo assolutamente non secondario nell’economia di una squadra, e non da oggi. La stessa Juve, indicata spesso come esempio di programmazione, ha di fatto smentito una politica che fino a qualche anno sembrava ben delineata e destinata a fare scuola. Faccio crescere Neto, che nel corso degli anni ha perso fiducia e pazienza, alle spalle di Buffon. Faccio scalpitare Szczęsny in attesa dell’addio di Gigi, che nel frattempo non abdicava mai.

Una volta risolta la questione, non senza forzare la mano – l’addio di appena un anno fa è stato consensuale solo sulla carta – la scelta di prendere Perin, un giovane in orbita Nazionale, come riserva del polacco. Non una grande stagione quella dell’ex genoano: né titolare né riserva, qualche errore, poche imprese da tramandare. Soprattutto la sensazione, scomoda, di avere un giocatore troppo esuberante che scalpita alle spalle di un titolare designato. E per quanto ci si racconti che il ruolo del portiere è cambiato, mettere in discussione le gerarchie dei numeri uno raramente è stata una buona idea.

Fu il Milan di Sacchi la prima squadra, in Europa e forse nel mondo, a proporre alla fine degli anni ’90 un inedito dualismo. Con il compianto Andrea Pazzagli, molto bravo con i piedi, a disputare il campionato, e il più esperto Giovanni Galli già campione d’Europa, titolare in Coppa dei Campioni. Il Milan vinse quella Coppa, ma l’esperimento non andò benissimo, tanto che Fabio Capello, appena arrivato al Milan fu molto chiaro «Con me nessun dualismo, il ruolo del portiere è diverso. Non serve competizione, serve fiducia». Di quella fiducia godette, e tanto, Sebastiano Rossi che, dopo aver scavalcato nelle gerarchie Francesco Antonioli, al quale fu fatale un errore clamoroso in un derby su un tiro innocuo di De Agostini, arrivò a battere il record di imbattibilità di Dino Zoff (929 minuti contro 903) che resisterà fino a quando Buffon – e chi sennò? – fisserà il record a 974.

Il dualismo che aveva proposto Arrigo Sacchi non era però il vezzo di un allenatore che amava passare per rivoluzionario. Era dettato da specifiche esigenze tecniche, all’inizio degli anni ’90 non comprensibili a tutti gli addetti ai lavori. Una di queste era, per esempio, la capacità di far partire l’azione da dietro, e quindi giocare bene con i piedi. La seconda, quella di leggere bene le situazioni tattiche di squadre che giocavano con una linea difensiva molto alta e quindi saper uscire dall’area di rigore con un perfetto tempismo. Non per niente a Sacchi piaceva tantissimo Luca Bucci, che in questo pezzo tornerà, a ancora di più Luca Marchegiani. Molto probabilmente lo preferiva a Gianluca Pagliuca, che in nazionale sarà il titolare ad USA ’94.

Lo sliding door avviene il 14 ottobre del 1992 quando Marchegiani, in una partita di qualificazione ai Mondiali giocata a Cagliari contro la Svizzera, compie un errore all’epoca molto poco frequente e che oggi si vede fare più spesso, anche a grandi portieri come Donnarumma e Alisson. Nel tentativo di non buttare via il pallone, il futuro portiere della Lazio, tenta di dribblare Chapuisat. Regalando di fatto lo 0 a 2 agli elvetici. A furor di popolo e di critica Pagliuca disputerà le successive partite e l’esordio Mondiale a Boston. Sbaglierà sul gol contro l’Irlanda e sarà protagonista di un episodio molto famoso contro la Norvegia. Calcolando male il tempo di un’uscita (andrà con le mani anziché con i piedi, e all’epoca significa espulsione) mise a repentaglio qualificazione e panchina di Sacchi, che si prese il più famoso “questo è matto” della storia, da Roberto Baggio che dovette far posto proprio a Luca Marchegiani. Nonostante le partite positive giocate contro Messico e Nigeria, le gerarchie non tornarono in discussione – cosa che spesso avviene durante una manifestazione come il Mondiale (vi dice niente il nome di Sergio Javier Goycochea?) – e Pagliuca tornò al suo posto. Non era più tempo di dualismi, nemmeno per Arrigo Sacchi.

Ci riproveranno altre big d’Europa diversi anni dopo: Ancelotti per esempio scelse di schierare Diego Lopez in campionato e Iker Casillas in Champions League nel 2014. L’anno dopo, arrivato Keylor Navas, per un certo lasso di tempo si andò verso una soluzione ancora più incomoda, per dirla in castigliano: ovvero giocare con Navas in casa e il contestato Casillas in trasferta. Dopo l’acquisto di TerStegen e quello di Claudio Bravo, entrambi pagati 12 milioni, il Barcellona di Luis Enrique (entrambe le vicende, insieme a quella del Milan di Sacchi, finiscono con una squadra campione d’Europa e tre indizi fanno una prova) si ritrovò con due titolari fino a quando gli errori del cileno finirono per spianare la strada, soprattutto in Champions, al portiere tedesco. Disastrosa invece l’alternanza tra Mignolet e Karius a Liverpool nel 2018. Gli errori del portiere di notte dei Reds nella finale di Champions persa contro il Real porteranno una leggenda come Oliver Khan a dire: «Non ho parole. Non mi ricordo di aver visto errori più evidenti e brutali. Può capitare, in finale però è drammatico. Togliersi una serata così dalla testa non è facile, può distruggere tutta una carriera. Se giocherà bene non interesserà a nessuno e lo dovrà accettare. Il problema è che ci sono persone talmente cretine che gli ricorderanno sempre la serata di ieri. Quello che ha provato al termine della partita non è nulla in confronto a quello che proverà oggi e tutte le volte che ci ripenserà».

Se Sacchi è stato un precursore dei tempi, non possiamo dimenticare gli anni in cui, pur di evitare una competizione tra portieri, si innalzava il numero 12 a santo protettore di chi non giocava mai. E si sperava che, effettivamente, questi non dovesse mai entrare. Già nell’album delle figurine, i portieri di riserva erano i più tristi di tutti, come se tra i loro compiti non fosse contemplata la possibilità di entrare in campo. Giulio Nuciari, attuale assistente di Mancini in Nazionale, detiene il record di panchine in Serie A. Ha indossato, tra Milan e Sampdoria per 333 volte la maglia numero 12 in Serie A e appena 17 volte la numero 1. La maggior parte di queste nel finale di campionato 1992-1993 grazie – o per colpa di – ad un incidente di Pagliuca con la Porsche. Gli errori di Nuciari costarono ai doriani la qualificazione in Uefa.

Giulio Nuciari con la maglia del Monza.

Luciano Bodini è stato il secondo della Juventus per oltre 10 anni, invecchiando prima all’ombra del mito Zoff e poi di Tacconi. «Sapevo che sarei stato il 12esimo, – disse arrivando alla Juve nel 1979 – ma anche che Zoff non era più giovanissimo. Io e Dino ci incrociammo la prima volta in un Napoli-Atalanta del gennaio 1972. Avevo 17 anni ed ero la riserva di Rigamonti tra i bergamaschi: Zoff si avvicinò e mi chiese se fossi un raccattapalle, poiché mi vedeva così giovane. Arrivai alla Juventus quando Zoff aveva 38 anni e io 25: pensai che avrei potuto trovare spazio, considerata la sua età. Doveva ritirarsi ed invece è andato avanti fino a 40 anni».

Quando Zoff si ritirò pensò che fosse il suo momento, invece la dirigenza bianconera decise di acquistare dall’Avellino il promettente Tacconi. E così Bodini, nonostante un iniziale ballottaggio tra i due, tornò a vestire la maglia numero 12 «Perché ero orgoglioso di essere in quel club, in cui rimasi a lungo per Boniperti, a cui non potevo dire di no perché mi trattava come un figlio». Nel 1984 Giovanni Trapattoni gli affidò la porta della Juventus nella vittoriosa finale di Supercoppa, in cui la Juve superò il Liverpool e nella semifinale di Coppa Campioni col Bordeaux, salvo tornare in panchina nella tragica finale col Liverpool all’Heysel.

Un’altra icona del “secondo portiere” è stato Astutillo Malgioglio dell’Inter. Non aveva un fisico particolarmente atletico ed era diventato famoso per due episodi accaduti ai tempi della Lazio. In un Lazio-Vicenza persa dai padroni di casa 4-3, il portiere, responsabile di due delle quattro reti subite, all’ennesimo insulto, a fine partita si tolse la maglia, ci sputò sopra e la gettò verso la curva. Un gesto gravissimo che la società biancoceleste accolse peggio degli ultras. Malgioglio rescisse il contratto e lasciò la capitale. Successivamente – secondo la versione del giocatore – venne a galla che a scatenare la veemente reazione fu l’affissione sugli spalti dell’Olimpico uno striscione con la scritta “Tornatene dai tuoi mostri”, dove i “Mostri” erano i ragazzi con gravi handicap che aiutava ogni giorno. Faceva tutto a fari spenti, quasi in incognito: perché non era buona cosa, per come andavano le cose nel mondo del pallone, che un calciatore professionista si distraesse con pensieri bizzarri come, appunto, aiutare il prossimo. Forse anche per questo poteva farlo solo un portiere di riserva, uno che persino per alcuni compagni era un corpo estraneo.

Il giornalista Paolo Ziliani racconta a Spazio Inter un episodio accaduto durante la sua seconda vita, quella da dodicesimo – fu il secondo di Zenga nella stagione dello scudetto dei record – all’Inter: «Un giorno alla Pinetina Jurgen Klinsmann lo aveva avvicinato e gli aveva chiesto come mai finiti gli allenamenti lo vedesse andarsene, sempre, così di fretta a Piacenza. Tito gli aveva spiegato il perché e lo invitò a seguirlo. Jurgen salì sul maggiolino scassato di Malgioglio, andò con lui a Piacenza, passo l’intero pomeriggio a guardare Tito assistere i bambini cerebrolesi. Poi, prima di risalire sul maggiolino per farsi riportare a Milano, sfilò di tasca il libretto degli assegni e senza dire una parola scrisse 70 milioni (settanta milioni), staccò l’assegno e lo consegnò al compagno». Di questa storia non si seppe nulla per anni. Ma lui, Bodini e Nuciari sono state le ultime vere icone del portiere “di riserva».

Nel frattempo il ruolo si è evoluto. Il dodicesimo ha smesso di essere il preparatore che all’occorrenza può anche scendere in campo – visto che lui allenava il titolare nel pre-gara, una delle skill richieste era che sapesse calciare il pallone – ed è diventato qualcosa di differente. Il giovane da far crescere ad esempio. Ma i giovani bravi emergono, e quindi sovvertono i ruoli. Quello che è capitato proprio a Buffon, a Parma, ha sovvertito alcune convinzioni radicate fino ai Mondiali di Usa ’94 che rappresentano una sorta di anno zero per il ruolo. Nuove regole, sempre più severe, la necessità di impostare il gioco, o banalmente di saper cosa fare in caso di retropassaggio, un maggiore dispendio atletico. Il rivoluzionario fu un uomo mite e un allenatore poco incline ai riflettori: Nevio Scala. Che per sostituire l’infortunato Luca Bucci (si parla spesso di come quel malanno ha cambiato la vita di Buffon, poco di quanto ha inciso sulla carriera di Bucci, all’epoca titolare della nazionale e unico portiere capace di usare i piedi al pari di un calciatore) non optò per la scelta più ovvia, il secondo Nista. Ma per il giovane campione. Da quel momento, il luogo comune del portiere esperto, che deve fare gavetta, è definitivamente caduto. Buffon è stato opportunità e condanna di tanti suoi colleghi. Non si contano i “nuovi Buffon” caduti in battaglia. Talenti come Curci a Roma, Coppola a Napoli, e Frey all’Inter, lanciati giovanissimi in prima squadra con risultati negativi che ne hanno ridimensionato la carriera.

Ma negli ultimi anni la gestione dei giovani portieri è stata molto più assennata, e grazie all’intuizione di alcuni allenatori ci ritroviamo numeri uno giovani ma molto sicuri, per nulla preoccupati dalla responsabilità del ruolo, come Donnarumma, Meret, lo stesso Szczęsny, che oggi ha 29 anni, ma all’Arsenal era titolare già a 21 sebbene vivendo un dualismo, anche lui, con Ospina. Alle loro spalle gente come il colombiano, Reina, uno che quel ruolo lo ha fatto anche al Bayern, prossimamente Buffon. Nessuna insidia, solo tanta sicurezza. La stessa che ha permesso a Ranieri, ad un certo punto dello scorso campionato e forse troppo tardi, di puntare su Mirante come titolare; o quella che dà Padelli ad Handanovic che all’occorrenza può contare sul fedelissimo terzo portiere – e altro uomo spogliatoio – Berni, che ha appena rinnovato fino al 2020.

Per Buffon, adesso, si tratta di raggiungere due obiettivi: il primo è quello di superare il record di presenze in Serie A di Maldini, e per questo basteranno 8 presenze, già concordate con la società. Il secondo, che confina con il sogno, è quello di portarsi a casa una fotografia come quella che ha Toldo a casa. Anche un po’ defilato, in fondo, andrebbe bene.

One Comment

  • Gabriele Perucca ha detto:

    Carissimo Cristiano, ti scrivo per aggiornare le tue statistiche: il record man di presenze in panchina in Serie A è
    – Raffaele Di Fusco con 360 presenze tra il 1978-79 ed il 1997-98 (Napoli e Torino)
    Seguono poi:
    – Luciano Bodini con 339 tra il 1971-72 ed il 1990-91 (Atalanta, Juventus, Verona, Inter)
    – Renato Copparoni con 335 tra il 1971-72 e il 1987-88 (Cagliari, Torino, Verona)
    – Giulio Nuciari con 333 tra il 1983-84 e 1994-95 (Milan e Sampdoria).

    Seguono poi Padelli con 305 (aggiornato ad oggi 19/11/2020), Ballotta con 280, Storari 243, Nevio Favaro con 234, Rampulla e Malgioglio con 229, Orsi 220, Pinato 204. Sicuramente ne manchera qualcuno qui tra questi ultimi.

    Un abbraccio
    Gabriele Perucca

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