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Fenomenologia di Fabrizio Miccoli

By 5 Maggio 2020

Storia di un attaccante dal talento cristallino che, forse, in carriera non ha raccolto quanto avrebbe potuto

 

La luce del Salento è una lingua che cade tra mare e terra, quando le viene sonno si stende comu na lucertula, quando si sente leggera vola comu nu passaricchiu, quando avverte la pesantezza della giornata si allamenta con voce di una vedova; la luce del Salento ha un suono che sente le parlare, quando si muove si poggia dove più le pare giusto, secondo quel senso di pace e di riposo che cristiani e saraceni non vollero trovare. Da queste parti Fabrizio Miccoli cominciò a pigliare a cauci lu pallone che entrava nelle finestre aperte dei cortili, tra le grida della zia e la preoccupazione dei vicini, era piccolo assai ma già sapeva come si aggrazia una palla.

Nati ntra nna terra a du lu sule scarfa le petre comu lu core
Simu nui quiddhri pronti a lottare contro ci a qquai porta sulu dolore
Sapimu buenu cce ttene valore ma nun b’è quiddhru ca nne stati a dare
Pe quistu venimu a cantare la terra noscia nu ssa ttuccare

Cantano  i Sud Sound System e Miccoli, il bambino di San Donato di Lecce, è una delle petre salentine che a dodici anni, tra lacrime e nostalgia, salì a Milano, nel Milan, e ci rimase due anni segnando tantissimi gol prima di tornare in Puglia, al Casarano; lui, ancora pezzettu, aveva piedi come il mare del Salento, una visione di gioco surreale e geometrica e per quanto le sue movenze ricordino Romario saltava in campo con la feroce agilità dei felini senza cercare di imitare nessuno.

 (Photo by Maurizio Lagana/Getty Images)

Dopo un gol si lasciava andare al celebre gesto del wrestler John Cena, lo You can’t see me, mano che sventola sulla faccia in segno di irriverenza, corpo ricoperto di tatuaggi che diventano mappe di emozioni: la passione per la famiglia, per la sua terra, il nome dei figli, la faccia del Che Guevara solo per averlo visto sulla pelle di Maradona, di cui comprò l’orecchino a un’asta; lui, Miccoli, è stato calciatore sontuoso, ha giocato un calcio di astuta bellezza, un calcio che si porta dentro la disperata esuberanza del sud, quella in bilico tra vita e morte, quella che vede la vita come fame da soddisfare e non come appetito a ora di pranzo. Il calciatore salentino ha avuto la grazia in ogni suo tocco, era come i poeti quando, scrivendo, rivolgendosi a se stessi, si allungano, lente radici, verso gli altri.

Il poeta esce col sole e con la pioggia
come il lombrico d’inverno
e la cicala d’estate
canta e il suo lavoro
che non è poco è tutto qui.
D’inverno come il lombrico
sbuca nudo dalla terra
si torce al riflesso di un miraggio
insegna la favola più antica.

Miccoli

(Photo by Tullio M. Puglia/Getty Images)

Salvatore Toma, poeta del Salento, aveva parole nude e nudi erano anche i piedi di Miccoli perché i piedi sono nudi quando fanno gol prodigiosi come quello contro il Chievo – quando giocava nel Palermo – da centrocampo, a volo, mentre il pallone saliva e poi scendeva ti pareva di assistere a una parabola che ammaestra le masse alla bellezza e non alla rude ragion pratica degli schemi. Certo, sì, Miccoli, si dirà, che canticchiò quel fango di Falcone a telefono col figlio del mafioso, poi scoppiò in lacrime davanti a tutti per averlo detto; restano ancora oggi il suo pentimento, la ricerca continua del perdono mai ricevuto, i rancori popolari e quelli intimi, lo sdegno siciliano e l’indignazione italica, tanti sussurri e tante grida, lui, calciatore tra ombre e dolore, tra orgoglio (non si piegò al sistema Moggi e rifiuto il Birmingham per rimanere a Palermo) e cadute nella polvere che ancora resta sospesa.

Correva l’anno 2009 mese di luglio, quando con ironia disse: “Se facciamo altri due acquisti, Padre Pio in porta che fa miracoli e Gesù in attacco che segna sempre lo vinciamo sicuro”. L’allenatore Zenga aveva affermato che il Palermo avrebbe potuto vincere addirittura lo scudetto e Miccoli, riprendendo l’immaginario meridionale, aveva parlato di santità come unica risorsa per vincere, quella santità che spesso è un grido di disperazione più cha una invocazione; lui voleva essere il migliore e lo fu a Firenze, a Lisbona con il Benfica (amatissimo), a Terni, a Casarano, nella Juve invece visse un anno tra scricchiolii e incertezze; infine Lecce e pochi mesi a Malta prima di ritirarsi.

Miccoli

 (Photo by Maurizio Lagana/Getty Images)

Miccoli è quello della Grecia, quello dell’agorà, dove tutto si sviluppa intorno alla comunità, è il Salento del gruppo dub Aprés La classe, dei Negramaro, del poeta Simone Giorgino, degli scrittori Graziano Gala, Andrea Donaera e Livio Romano. Il suo calcio è costruzione antica di muretti a secco e i muretti sono fatti a incastro perfetto; il calcio di Miccoli è la polis: cerca la squadra e il pubblico, è luogo di incontro, ha una naturale vocazione all’estetica e al senso di squadra; i suoi gol sono espressione pura della gioia di vivere, che avesse difensori davanti a sé o fosse da solo, quando calciava  il suo piede destro era la conferma di un destino da realizzare; lui, che da  piccicchieddhru con il pallone rompeva posacenere, candelabri, vetri.

Fabrizio, bocciato due anni all’istituto professionale, troppe assenze e tanti pianti quando tornava a casa, solo voglia di essere calciatore. Il destino è rimasto nella crescita del bimbo cresciuto a Addunào da «Mesciu Ppinu», cioè Giuseppe Bruno, padre di Pasquale. Il bimbo al campo Delta cominciò a palleggiare in ogni modo tanto da venir chiamato poi in paese, Lu Maradona; era talmente bravo che a un certo punto da Fabrizio Miccoli diventò Gianluca Luceri, un amico che aveva un anno in più per poter giocare nei tornei giovanili; chissà quanti, dopo averlo visto, riconoscendolo si saranno chiesti come mai sulla maglia ci fosse il nome di Miccoli e non di Luceri. Mondo difficile quello di Miccoli, fatto di radici forti come quelle degli ulivi e di amarezze, di sospetti e di condanne, di accuse e di persecuzioni, di processi e di polemiche, si mormora ancora attorno al suo nome e lo splendore delle sue giocate oggi sono ville imperiali andate in rovina; una damnatio memoriae che per adesso copre solo i giorni dispari.

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