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Fenomenologia di Jaap Stam

By 27 Febbraio 2021

Storia di uno dei difensori più iconici degli anni Novanta

Cartesio sosteneva che “Essendoci una sola verità per ogni cosa, chiunque la trovi ne sa tanto quanto se ne può sapere”: un principio che può ricondurre a una realtà calcolata matematicamente, esatta per certi versi.

Questo nello sport non è stato sempre vero: sono tante le eccezioni che hanno permesso di credere che, ad esempio, la squadra oggettivamente più forte vincesse sempre, o che ci fosse la capacità di realizzare il prototipo indiscutibile dell’atleta più forte. Le verità, per così dire, sono tante quante le variabili che si possono manifestare.

Nel caso di Jaap Stam la verità è una sola, cartesiana: lui era “il” difensore. E non ci sono evidenze che ci dicano che tale affermazione possa essere confutata.

Nato nel 1972 e transitato da Olanda, Inghilterra e Italia, la sua carriera è un monumento per quella corrente di “Millenials” votata alla celebrazione del calcio “nostalgico”, in una pulsione continua a rendere archetipali profili entrati nella mitologia dello sport episodi unici e difficilmente ripetibili.

Clive Brunskill /Allsport

Capita quando certi calciatori uniscono – in un corto circuito di fattori che si ritrovano – la propria fisionomica, la fisicità, l’indole e il ruolo creando manifesti che incarnano un certo modo di stare in campo, di vivere la partita, di affrontare gli avversari. E a dispetto di qualità che non lo rendono di fatto il più forte, questo è appunto il caso di Jakob (nome da pirata, o da baluardo dell’area di rigore) che di episodi “manifesto”, in carriera, ne ha vissuti diversi.

Ad esempio uno di questi si verifica l’11 giugno 2000, quando in diretta televisiva, durante il debutto dell’Olanda a Euro 2000 contro la Repubblica Ceca, si fa ricucire “a crudo” un taglio vicino all’occhio provocato da uno scontro con Jan Koller.

La sua imperturbabilità in quegli attimi concitati ne cementano l’aura di difensore “roccioso”, che già aveva cominciato a guadagnarsi vestendo la maglia del Manchester United di Alex Ferguson.

Stam però non è solo il cibernetico olandese in grado di non provare dolore durante un’operazione tanto delicata. È anche e soprattutto un uomo di campo, che costruisce la sua fama e la sua carriera su una furia che possiamo dire “asciutta”, come ripulita da qualsiasi vezzo che ne faccia emergere un qualsiasi sentimento.

LaPresse.

Ogni gesto che compie, dal colpire gli avversari con una spallata o dall’affondare un tackle, è svuotato di umanità, come se appunto fosse il risultato di un processo di focalizzazione totalizzante. Quando entrava in campo, Stam sembrava vivere per impedire all’avversario di avvicinarsi alla sua porta, come se il suo fosse un istinto naturale e selvaggio.

Tanto era pronunciata questa sua capacità di comunicare tanta carica agonistica, che da solo sembrava perdere identità ed efficacia, come se non fosse sufficiente a giustificare la sua presenza fra i top del ruolo.

Non è un caso che probabilmente, il suo picco lo raggiunga nelle tre stagioni che gioca al fianco di Alessandro Nesta, un altro difensore “archetipico”, entrato però negli annali per l’eleganza, la visione di gioco e la capacità di anticipare l’avversario: forse, “più bello da vedere” per il modo di intendere il gioco.

(Photo by Henri Szwarc/Bongarts/Getty Images)

Se si riuscisse a far assumere a ciò che si vive in campo la forma di una melodia, la violenza innata e strabordante di Jaap sarebbe risuonata come un pezzo di death metal cui il destino abbina una sonata di musica da camera per archi (che corrisponde ad Alessandro, ovvio), generando una miscela di difficile replica. Unica nota dolente è che tutto questo duri troppo poco per costruire un mito tipo quello che negli anni risuonerà parlando ad esempio della “BBC”  Bonucci Barzagli Chiellini: Stam e Nesta sembrano modellati per stare insieme e peccato che nelle due stagioni milanesi in cui giocheranno insieme riusciranno a perdere una Champions League e vincere forse meno di quello che avrebbero meritato insieme.

Fisicità, stoicismo eroico e altre storie

Al di là dei rapporti c’è il campo. Quando giocava a Manchester, i tifosi dei Red Devils erano soliti cantargli:

Yip Yap Stam is Big Dutch Man
Get past him if you fucking can
Try a little trick and he’ll make you look a dick
Yip Yap Jaap Stam

Un ritornello meccanico che racconta una storia simile a quella del bullo del villaggio da non provocare, pena l’umiliazione affiancata a una detronizzazione fisica (acuita dal fatto che il tutto avvenga sotto gli occhi di uno stadio intero).

LaPresse.

In effetti, se si cerca online qualche video dello Stam in campo (il cuore della sua leggenda batte lì, d’altronde) si trovano essenzialmente immagini di scontri violentissimi. Tralasciando le immagini più note, tipo quando dopo una scivolata si rialza e prende Parente per il collo, le immagini offrono uno spaccato dove la struttura narrativa è sempre la stessa: Stam che corre e punta il pallone e l’avversario come se fossero un corpo unico, per spaccarli in due, separarli, possibilmente allontanando il più possibile l’uomo. E in effetti, in praticamente si vede Stam che arriva correndo e con una spallata manda fuori campo l’avversario, prendendogli il pallone. Fine.

Quel Try a little trick si riferisce non a un dribbling che irrida, ma al semplice atto d’esistere.

Un meccanismo così prepotente che emerge anche quando un compagno viene coinvolto in uno scontro di gioco e Jaap parte lancia in resta per difenderlo. Uno stigma comportamentale, ecco. Come quando in un Milan Juventus del 2005, finito 3 a 0 per i rossoneri, vicino all’area del Milan Ibrahimovic, preso in mezzo fra Stam e Maldini, apre per Trezeguet che spizza di testa per Mutu, che entrato in area si scontra con Nesta che sta spazzando, e lo scalcia.

© Marco Rosi LaPresse

Nella zuffa che nasce dal fallo di reazione del laziale, il secondo a intervenire è proprio Stam, che prende Mutu per il collo mentre litiga con Dida. Poi arriva Ibra, e due si staccano dal resto del gruppo per continuare da soli ciò che era iniziato mentre si giocava. Sembra che l’azione non sia mai finita, e quello scontro sia il logico proseguimento di un discorso che non poteva finire in quell’azione. Una roba peraltro inutile, visto che il Milan in quel momento sta già vincendo 3 a 0.

Ma d’altronde, non è questa la grinta che si chiede a un difensore? Il valore del non concedere nulla all’avversario, mai?

Una violenza tanto marcata che risulta quasi eroica, romantica. Deve aver pensato che in tanta animosità si deve nascondere un sentimento fortissimo, paradossalmente più poetico e quieto di quello che sembra, simile a quello che ha mosso un tifoso a dedicargli  una ballata acustica.

(Photo by Getty Images)

Heidegger definisce la fenomenologia come il “Lasciar vedere in sé stesso ciò che si manifesta”. Stam è stato e ha mostrato un certo modo di intendere il concetto di difesa nel calcio, dove energia, rabbia e poesia si mescolavano dando vita a una miscela esplosiva. Naturalmente, questo stato si manifestava naturalmente. Forse non entrerà forse negli annali della storia come uno “dei migliori”. Rimarrà però nella memoria di chi ama questo sport come il volto di un archetipo che andrebbe mostrato nelle scuole calcio per sottolineare come, talvolta, le storie più profonde non hanno sempre la faccia pulita del cavaliere senza macchia, bensì il volto cibernetico di un gigante venuto dal nord che non aveva paura di niente e nessuno. “Il” difensore per antonomasia, e nessuno questo potrà mai negarlo.

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