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Fiori, bulloni e Norbert Eder

By 13 Settembre 2019

Le due vite di Norbert Eder. Ieri operaio specializzato del calcio tedesco, ruvido e instancabile, attaccato alle caviglie dei fantasisti avversari (come Maradona nella finale all’Azteca). Oggi fioraio romantico, lontano dal calcio ma legato ai ricordi

Soltanto chi mastica un po’ di tedesco non ha bisogno di sfogliare le pagine di un dizionario per comprendere il significato di “blumenhandler”, letteralmente “fioraio”. I fiori sono meravigliose creature partorite dalla terra e alimentate da un amplesso con il sole. L’accostamento tra petali di poesia e bulloni arroventati sembra pura eresia. Eppure Norbert Eder ha saputo fondere le due anime. Nessuna parentela con il fenomenale mancino del Brasile del “mestre” Telé Santana, o con l’oriundo dell’Italia che fu di Antonio Conte, e neppure con il treccioluto attaccante estemporaneo chiamato da Cristiano Ronaldo, in una sera di pura anarchia, a ereditarne l’aura nel teatro di Saint Denis.

Norbert Eder, oggi 64enne, è stato un operaio specializzato del calcio tedesco e mondiale. Specializzato nel prendersi cura del fantasista avversario, del playmaker, del numero 10 che avesse più di altri la predisposizione a inventare traiettorie impossibili. Eder era il soldatino del genio guastatori applicato alla sfera di cuoio. Duro nei contrasti, con i tacchetti in perenne licenza di pizzicare caviglie altrui, ma generoso e leale nell’arco dei novanta minuti. Tant’è che nonostante la condizione da terminator, in carriera si è visto sventolare una sola volta il cartellino rosso sotto il naso.

La sua parabola nei club la si può suddividere in tre momenti: gli anni della formazione e dell’arrembaggio a Norimberga, i trionfi nel Bayern Monaco e un percorso verso il viale del tramonto nella tranquilla Zurigo.

L’undici della Germania Ovest che scese in campo contro l’Argentina nella finale del Mondiale 1986 all’Azteca di Città del Messico.

Di sicuro più interessante, e singolare, la sua esperienza con la Germania (all’epoca Ovest). L’allora ct Beckenbauer decise di convocarlo per la prima volta a un mese dalla kermesse iridata in Messico, facendolo esordire in un’amichevole contro la Jugoslavia a Bochum. Il “Kaiser” aveva un debole per due vecchi fusti: Dietmar Jakobs per la difesa e Felix Magath per il rifornimento di munizioni all’attacco (Voeller, Rummenigge, Allofs). Il boia di Atene, reduce da una stagione mediocre ad Amburgo, e con 33 primavere sulle spalle, in campo di fatto camminava, ma a Beckenbauer interessavano i suoi piedi geometrici.

«Felix può fare quello che vuole. Ho trovato chi correrà per lui». Norbert Eder da Bibergau appunto, che impiegò pochissimo tempo a entrare nella parte, guadagnandosi persino un posto da titolare nella finale di Città del Messico contro l’Argentina. Beckenbauer gli assegnò la maglia numero 6, la stessa che quattro anni prima aveva indossato un altro mastino delle terre di mezzo, Wolfgang Dremmler.

Il 29 giugno 1986, all’Azteca, Eder fu chiamato dal Kaiser a collaborare con Matthäus alla marcatura di Diego Armando Maradona. L’unica volta che se lo persero, il Pibe servì la palla a Burruchaga per il definitivo 3 a 2. «Nell’azione del gol ho tentato un anticipo su Olarticoecha, ma la palla è finita sui piedi di Diego che ha bruciato sul tempo Matthäus e Rummenigge – ha poi ricordato Eder –. Il resto è la cavalcata infinita di Burruchaga, il tentativo disperato di Briegel e Schumacher. La palla che entrava in rete l’ho avvertita come una coltellata in pieno petto».

Norbert Eder, di spalle, con il numero 6, nella finale mondiale del 29 giugno 1986 (©DPA/LAPRESSE).

Dopo trentatré anni ecco il nuovo Norbert Eder, lontano dal pallone e scevro di spirito belluino. Nei cannoni ci ha messo davvero i fiori, quelli che vende con sua moglie Elisabeth in un negozio di Rosenheim, in Baviera. «Il calcio non mi manca, è troppo caotico per il mio carattere. Quando ho voglia di emozionarmi vado a colpo sicuro e riguardo quella partita che mai avrei pensato di giocare in vita mia».

Eder l’ottimista, che vede (e vende) rose, non certo spine. «Se dovessi scegliere un mio erede opterei per il francese N’Golo Kanté. Un ragazzo corretto e obbediente. Come me distante anni luce dai riflettori. Sono un romantico. Forse proprio per questo motivo ho scelto di vendere fiori».

Luigi Guelpa

About Luigi Guelpa

Luigi Guelpa è nato nel 1971. Giornalista professionista, da 30 anni racconta l'Africa e il Medioriente per alcune tra le più importanti testate italiane.

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