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Football trafficking, il sogno infranto di una generazione

By 12 Aprile 2021

Minorenni che partono dall’Africa, dal Sudamerica e dal sudest asiatico con il sogno di diventare calciatori professionisti e finiscono per essere ingannati e sfruttati. Un fenomeno diffuso, sottostimato. Ne parliamo con Lerina Bright, direttore esecutivo di Mission8, ong che fa parte della task force creata dalla Commissione Europea per limitare questa vera e propria tratta di minori

Trasformare in realtà il sogno di diventare calciatori è quello che muove la maggior parte dei bambini in tutto il mondo. Dai più remoti angoli delle foreste del Vietnam, alle favelas di Rio, c’è un bambino che rincorre un pallone e che si immagina di diventare un giorno Messi o Cristiano Ronaldo. Se nasci nella parte settentrionale del mondo puoi avere la possibilità di coronare questo sogno, ma se nasci in una nazione meno fortunata le strade che devi intraprendere per raggiungere quell’obbiettivo sono tortuose e spesso senza uscita.

Ne sanno qualcosa sette aspiranti calciatori minorenni nigeriani che si sono ritrovati abbandonati in Uzbekistan, a dicembre 2020, dopo aver pagato 6.000 dollari a quello che si era spacciato per un sedicente agente Fifa che aveva garantito loro un provino con il Pakhtakor Tahskent, la squadra più importante del paese centro-asiatico. Dopo qualche giorno è scomparso e si sono ritrovati da soli, nel freddo di un paese straniero.

La loro storia è simile a quella di circa 15.000 bambini che ogni anno lasciano il proprio paese per cercare di diventare calciatori. È una vera e propria tratta di minori che prende il nome di football trafficking. Dal 2019 anche il Parlamento Europeo ha cominciato a occuparsene e secondo l’ultimo report della Europol – l’agenzia europea che riunisce tutte le polizie continentali – il traffico e lo sfruttamento di minori è un fenomeno decisamente sottostimato, tanto che la Commissione Europea ha deciso di creare un gruppo di lavoro che si occupi di studiare questo fenomeno più da vicino. Di questa task force fa parte anche Mission89.

Noi abbiamo avuto la possibilità di intervistare Lerina Bright, loro direttore esecutivo, e Daniele Canepa, operatore della stessa che ha tradotto le nostre domande. Questo è il racconto che ne è venuto fuori.

football trafficking

Mission89 è oggi una delle ong più importanti in tema di sfruttamento dei minori in ambito sportivo. Dal 2017 a oggi i passi in avanti nel contrasto al fenomeno del football trafficking sono stati enormi.

«È stato un viaggio molto lungo. Quando abbiamo iniziato era molto difficile riuscire a farsi ascoltare dalla Fifa e dai club. Da una parte si dimostravano aperti ad ascoltare, dall’altra quando si trattava di passare ai fatti non succedeva mai niente. Noi abbiamo avuto pazienza e molta determinazione e oggi siamo tra i loro interlocutori privilegiati. Niente arriva per niente. Io penso che questa apertura sia dettata da due motivi, il primo ha che fare con il crescente impegno da parte dell’Unione europea per contrastare il fenomeno, il secondo è dettato dal fatto che fosse solo una questione di tempo prima che decidessero di fare qualcosa. Siamo onesti, gli organi internazionali e i club non potevano aspettare ulteriormente, perché le pressioni delle agenzie governative cominciavano a farsi sentire, e questo avrebbe significato accettare ingerenze nel loro business».

Questa maggiore attenzione generale sul fenomeno della tratta dei giovani calciatori permette di affrontarlo meglio.

«È così. Dobbiamo lavorare ogni giorno per far aumentare la consapevolezza dei nostri stakholders che il football trafficking è un problema trasversale a molti settori e non riguarda solo il calcio. La Fifa deve lavorare con la Ilo – l’agenzia dell’Onu che si occupa di lavoro – e con la Oim – l’agenzia Onu che si occupa di migrazione. Deve essere chiaro a tutti che il giro d’affari intorno al traffico di esseri umani è così imponente che è fondamentale che tutte le diverse parti interessate si muovano compatte».

La tratta ha una sorta di mappa consolidata. I tragitti che conosciamo sono quelli che partono dall’Africa o dal Sudamerica e arrivano in Europa.

«L’Europa è il punto di arrivo privilegiato, anche se devo dire che ora si sente sempre più parlare di viaggi verso il sud-est asiatico, in particolare in Laos e in Vietnam».

Una zona geografica dove non ci sono campionati di primissimo piano.

«Assolutamente no. Ma questo fenomeno va guardato in modo diverso. Il sud-est asiatico è la centrale mondiale del matchfixing e c’è una correlazione tra questo e il football trafficking. Il meccanismo è sempre lo stesso. I giovani calciatori arrivano in questi paesi con la promessa di un provino, vengono loro sottratti tutti risparmi e poi sono abbandonati a loro stessi. A quel punto diventano facili prede dei matchfixer. Una volta rimasti soli e senza soldi in un paese straniero, il loro unico obiettivo è quello di sopravvivere, così è molto facile cadere nella rete del gioco d’azzardo. Noi abbiamo aiutato un portiere originario di quell’area geografica. Durante il campionato locale è stato avvicinato da un falso intermediario che gli ha offerto 10.000 dollari. Lui li ha accettati perché per lui e per molti come lui sono un sacco di soldi. Ci ha raccontato che la quantità di denaro avrebbe garantito a lui e alla sua famiglia una sicurezza economica mai vista prima. A noi tocca il compito di aiutarlo e non di giudicarlo».

football trafficking

Torniamo al rapporto che c’è tra Europa e Africa. Sembra che ci sia una connessione profonda tra alcuni paesi europei e quelli africani.

«La colonizzazione garantisce una via prioritaria. Il rapporto del Portogallo con le sue vecchie colonie come Angola, Capo Verde, Mozambico è ancora speciale. È più facile che i giovani calciatori di questi paesi vadano nel paese lusitano che altrove, perché magari lì vivono dei parenti o degli amici che ci si sono trasferiti anni prima. Allo stesso modo i giocatori argentini si trasferiscono in Italia o per i calciatori maghrebini in Francia. Ancora oggi il filo che lega colonizzatori e popoli sottomessi è ancora molto forte».

Rimaniamo sul rapporto tra Africa e Europa. L’ingresso avviene principalmente via mare o via terra.

«Il Mediterraneo è la via maestra per arrivare in Europa e l’Italia è il primo approdo, non c’è dubbio. Da lì poi la tratta prosegue verso altri paesi. Invece per quanto riguarda l’arrivo via terra molti passano dalla Turchia, perché i requisiti per il visto non sono molto severi. Il problema è che la maggior parte di questi visti sono turistici e durano tre mesi. I più fortunati hanno già un club che li aspetta, ma nella maggior parte dei casi i ragazzi rimangono bloccati tre mesi e poi cosa succede? Non hanno accesso alle prestazioni sociali, non hanno accesso a pacchetti di lavoro adeguati perché spesso non hanno le competenze, hanno solo un talento calcistico acerbo, quindi sono costretti ad andarsene. Ma qui subentra un altro problema: come se ne vanno?  L’unica possibilità è affidarsi ad attività criminali e vengono nuovamente inserito nel traffico di esseri umani, in questo caso in quello di droga o di sesso».

Una tragedia che si somma ad un’altra tragedia.

«Dovremmo creare un meccanismo per il ritorno. Se un club ha promesso loro un provino è come avesse firmato un dovere di attenzione verso il ragazzo. Anche se dovesse andare male non possono scaricare il barile e lasciare questi ragazzi in balia dei sedicenti agenti che li hanno portati lì. Così è troppo facile. Quando si ricevono dei bambini nelle proprie strutture, bisogna assumersi delle responsabilità precise».

Le regole esistenti possono aiutarci a limitare il football trafficking?

«Ci sono e dovrebbero essere rispettate, prima fra tutte l’Articolo 19 della Fifa –Ndi prevede che un giovane calciatore non possa lasciare il proprio continente prima di aver compiuto 18 anni. Il reclutamento legale di un baby calciatore spesso avviene bypassando le regole. Ci sono club che assumono il padre, la madre, la zia o il tutore legale di questo giocatore. A quel punto tutta la famiglia si trasferisce insieme al calciatore. Lì scatta il cortocircuito, perché il ricongiungimento non avviene per motivi calcistici. L’articolo 19 è molto chiaro: “non ci si può trasferire prima dei 18 anni dal proprio continente”. Sicuramente i club lo fanno con tutte le buone intenzioni del caso. In fondo stanno offrendo un’opportunità a un ragazzo e alla sua famiglia per migliorare la propria vita. La regola va tolta, quindi? No, perché in questi anni è stato uno strumento utile contro il traffico. Dobbiamo renderla paritaria, perché in Europa un giovane giocatore si può spostare da una nazione all’altra già a 16 anni. È ovvio che mentre costruiamo un sistema di leggi dobbiamo anche cercare di capire come farlo coesistere con la naturale aspirazione di diventare calciatori che questi giovani hanno. Ma se non vogliamo farli sfruttare come facciamo? Rischiamo di rimanere all’interno di un cul-de-sac».

Per uscire da questa impasse potremmo garantire una competitività maggiore ai campionati dei paesi da provengono questi giovani.

«Continuo anche a credere che prima di tutto dobbiamo sconfiggere la povertà. Il football trafficking colpisce soprattutto i soggetti vulnerabili, che di solito vivono sotto la soglia di povertà e non hanno un grado d’istruzione adeguato. Quindi penso che si dovrebbero creare in Africa le condizioni per mantenere i ragazzi lì dove possano sviluppare con serenità le loro abilità, avere stipendi adeguati, per poi trasferirsi a un’età ragionevole in Europa, perché poi tutti sognano giustamente di giocare in uno dei massimi campionati europei. A questi ragazzi dobbiamo fornire la garanzia di avere una vita decente. Se i bambini potessero crescere, studiare e vivere più a lungo nel proprio paese continente, il football trafficking scomparirebbe».

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