Feed

Francesco Toldo e la rivincita del numero 12

By 29 Giugno 2020

29 giugno 2000, nella semifinale dell’Europeo contro i padroni di casa dell’Olanda gli azzurri rimangono in 10 per più di un’ora. Tutto sembra perduto, ma Francesco Toldo sale in cattedra e para un penalty nei tempi regolamentari e due durante la lotteria dei rigori, regalando la finale agli Azzurri

Il numero 12. Oggi non esiste più. O meglio, c’è sempre, ma potendo finire sulle spalle di chiunque, ha perso del tutto quella forza romantica ed evocativa che ha avuto fin dalla sua nascita. Estate 1964: dalle nostre parti viene consentita la sostituzione del portiere titolare con la sua riserva che, pertanto, può “sedere in panchina con una maglia identica a quella del titolare, recante il numero dodici”. Il secondo portiere, appunto. Per alcuni un viatico verso future promozioni per brillanti carriere da primi. Per altri, un comodo scivolo prolunga-carriera in età matura, magari in una grande squadra e dietro il giovane da far maturare. Per altri ancora, una vocazione, che spesso si traduce in beffarda condanna: quella di diventare eterne riserve.

Portieri, anche bravi, costretti a lunghi letarghi su scomode panchine, infagottati in tute-pigiama con la zip sulle caviglie e chiamati a tristi pose plastiche a favore di fotografo. Attori non protagonisti, ma proprio per questo, amati e rispettati dai tifosi. Presenze costanti, uomini-radiolina per gli aggiornamenti di “Tutto il calcio minuto per minuto”, perfetti per la tenuta dello spogliatoio e la serenità del titolare. Eroi a loro modo, figure entrate nell’immaginario collettivo: Piloni, Alessandrelli, Bodini. Ma anche Nuciari, Di Fusco e quel Pacifico Cuman che già nel nome di battesimo aveva scritto il suo destino di tranquillo dodicesimo.

Il numero 12, si diceva. E subito si accende la casella dove compare la testa riccioluta e il piedone da pivot di Francesco Toldo, nato a Padova il 2 dicembre 1971. In mezzo lui, un’anima lunga quasi due metri, protagonista il 29 giugno 2000 di epiche prodezze con quel numero di targa sulla schiena (e ribadito sul davanti in verità) a difesa della porta della Nazionale italiana. Un riscatto in Eurovisione per il 12, così poco cool. Una rivincita continentale grazie al portiere azzurro che si allunga e si modella per respingere ogni attacco contro la sua rete. In maglia grigia e con il classico scudetto tricolore sul petto come usava una volta. Difatti si potrebbe anche pensare ad un salto nel passato di una ventina d’anni. Perché quella è la tipica divisa utilizzata da Dino Zoff (ad essere pignoli mancano i profili azzurri, vabbè). Zoff. C’è anche lui nel giorno del riscatto. Non più con i guanti e fascia di capitano, a guardia dei pali. Ma in panchina: da due anni è il Commissario Tecnico della Nazionale, subentrato a Cesare Maldini dopo Francia ’98.

 (Photo by Bongarts/Getty Images)

La sua Italia, con l’uomo nuovo Francesco Totti e con i gol di Bobo Vieri, si è qualificata – non senza mugugni da parte della critica – per i campionati europei del 2000, edizione organizzata in condominio tra Belgio e Olanda. Partiamo con la solita nuvola fantozziana di critiche e perplessità, come nella migliore tradizione italiana. Ma all’Europeo la squadra azzurra tira fuori il meglio di sé, gioco compreso e con Toldo titolare. En plein nel primo girone battendo anche il Belgio ospite e cielo limpidissimo, con sole radioso. 2-0 alla Romania nei Quarti di finale con un Hagi furioso (entrata assassina su Conte, doppio giallo, prego accomodarsi all’uscita) e via libera per la semifinale contro gli altri padroni di casa, l’Olanda dei gemelli De Boer, di Denis Bergkamp e di Patrick Kluivert. Il CT è Frank Rijkaard, nostra vecchia conoscenza. Dopo quello da giocatore, vorrebbe conquistare l’Europeo anche da allenatore. Che è poi, lo stesso desiderio segreto del silente Dino Zoff, campione nel 1968 (con il 22 bianco sulla schiena) in un Olimpico incendiato da migliaia di torce. Ma questa è un’altra storia.

Il numero 12, quindi. Che spicca in nero sul grigio-Zoff della maglia che la Kappa, fornitore ufficiale della Nazionale, ha disegnato appositamente per quella manifestazione e che Toldo indossa su pantaloncini e calzettoni neri. Una scelta vintage. Che coinvolge anche i giocatori di movimento, per un modello che ricorda quello di Argentina ’78, per intenderci. Si chiama “Kombat”, è elastica e resistente, esalta gli addominali. E per la prima volta nella storia, accoglie anche il logo dello sponsor tecnico, i due omini, classico brand della Kappa. Tutto molto bello, direbbe Bruno Pizzul.

Ma perché Francesco Toldo, che ha giocato tutte le partite dell’Europeo dal primo minuto, ha il 12? Nessuna scelta scaramantica, né ordini alfabetici in stile sudamericano. Niente di tutto questo. Alla base c’è una gerarchia, quella della vigilia dell’appuntamento continentale, scelta direttamente dal CT, sull’argomento decisamente ferrato. Gigi Buffon titolare indiscusso e numero 1. Toldo, sua prima riserva, 12. Francesco Antonioli, portiere della Roma e reduce da una buona stagione, terzo della scala, e quindi 22. 1, 12 e 22: ormai da molti anni sono i numeri associati ai portieri azzurri (lo so, qualcuno dirà che Marco Amelia nel 2006 aveva il 14. E io rispondo che quel numero lì nel 1982 era sulle spalle di Tardelli, Marco pure lui. E sto).

(Photo by Henri Szwarc/Bongarts/Getty Images)

Succede che nell’ultima amichevole pre-europeo contro la Norvegia il 3 giugno 2000, Buffon incocci il palo con l’anulare della mano sinistra. Incidente serissimo. Il portiere del Parma “ha riportato la frattura spiroide composta del terzo metacarpo della mano sinistra, dichiara mestamente e a reti unificate il dottor Ferretti, medico della Nazionale, che aggiunge: “E’ un infortunio che richiede almeno un mese di riposo. Buffon si ferma”. Mors tua vita mea. Buffon out e Toldo in. Ecco le sliding doors per il portiere della Fiorentina che si trova inaspettatamente proiettato verso un Europeo da titolare. Una storia che, per certi versi si ripete.

Il suo esordio in azzurro fu rocambolesco. È  da poco iniziato il mese di ottobre, anno 1995. La Serie A è ferma. Per il giovane portiere viola e la sua fidanzata c’è in programma un romantico weekend all’Isola d’Elba. L’Italia di Arrigo Sacchi, invece, deve giocare contro la Croazia, partita di qualificazione a Euro 96. Peruzzi, il titolare va ko. Pagliuca non è disponibile. C’è Luca Bucci, che si trova così catapultato in cima alla gerarchia per una maglia da numero uno sempre sognata. Occorre però un secondo portiere. Presto fatto. La Nazionale è a Coverciano, Toldo è ancora Firenze. Segue telefonata dei dirigenti azzurri, dall’altra parte risata del numero uno della Fiorentina che pensa di essere su “Scherzi a parte”, poi presa di coscienza con annessa botta allo stomaco (e ora cosa dico alla mia fidanzata?). Quindi trolley riempito a casaccio (i documenti li ho presi?); corsa verso il centro federale, e partenza al volo per Spalato.

Ma non è finita qui. Perché Luca Bucci dopo nove minuti di gara, afferra il pallone con le mani fuori area. Rosso diretto, hai voglia di dire che era la tua partita, che ci tenevi, che non è giusto. Italia in dieci. E siamo al decimo del primo tempo. Sacchi sgrana gli occhi, incredulo. Richiama  Zola e fa entrare il secondo portiere. “Stai tranquillo”, gli dice il CT. “Stia tranquillo lei, dottor Sacchi” gli risponde Toldo. Che, diciamocelo, è finito lì quasi per caso (con l’Under 21 l’anno prima ha vinto l’Europeo di categoria, ma con la Nazionale maggiore è alla prima convocazione). Ha il numero 12 il debuttante veneto. Se la cava benissimo. La partita finisce 1-1, il gol dei croati è su calcio di rigore. La sua storia azzurra continuerà.

Ben Radford /Allsport

Il numero 12. Eccolo qui. 29 giugno 2000. Semifinale secca contro l’Olanda, una delle più quotate dai bookmakers per la vittoria finale. Gli azzurri sono in grande condizione, nonostante la mancanza di Vieri, nemmeno convocato per problemi fisici. Quattro vittorie di fila, otto reti fatte, due subite. Si gioca allo Stadio Arena di Amsterdam. È un giovedì. Alle 18.00 l’arbitro Merk fischia l’inizio della partita. Toldo c’è. Con la sua divisa vintage. Con il suo numero di gara che brilla di bianco anche sui calzoncini neri. Titolare all’improvviso, sì. Ma nonostante la mancanza di preavviso, perfetto interprete del ruolo di “gardien” di livello internazionale. Sicurezza, affidabilità, costanza. Nel percorso netto dell’Italia, fin qui, ci sono anche i suoi guantoni e i suoi centonovantasei centimetri di stazza. Ha saputo sfruttare al meglio l’occasione che il destino gli ha offerto. È sulla soglia dei 29 anni, oltretutto al termine dell’Europeo si sposerà.

Ne ha già viste tante nella sua lunga e variegata carriera. Dagli inizi come centravanti nella squadra della parrocchia, alla scoperta della bellezza del ruolo di portiere tuffandosi sulla neve a 15 anni. Dal vivaio del Montebelluna a quello del Milan. I sogni di gloria e la gavetta in giro per l’Italia tra Verona, Trento e Ravenna, con tanto di promozione in B nel 1993. La delusione rossonera, con il Milan che lo scarica. Ed ecco la Fiorentina, piombata tra i Cadetti. E subito il ritorno in A nel 1994, grazie anche alle parate del suo giovanissimo portiere. L’amore con Firenze, con i tifosi, con la città, per un matrimonio che è già arrivato alla settima stagione. E adesso c’è una finale europea da conquistare, traguardo che manca dal 32 anni, un’era geologica calcisticamente parlando.

L’Olanda è determinata e sospinta dal pubblico di casa. Totti è in panchina, Zoff punta su Del Piero. Gli arancioni attaccano, Toldo è vigile e quando non ci arriva, ecco il palo che respinge un tiro di Bergkamp. Poi al 33’ Zambrotta si fa cacciare, doppio giallo. Italia in dieci e Toldo torna con la mente al suo esordio. Non tutto il male viene per nuocere, pensa. Sarà, ma cinque minuti dopo, la situazione rischia di precipitare. Merk esagera. Vede in un contatto in area tra Nesta e Kluivert un fallo da rigore. Fiato sospeso. Sul dischetto va uno dei gemelli De Boer, quello con la fascia da capitano. Si chiama Frank. A undici metri da lui, c’è un altro Frank, Toldo. Concentrato, lo sguardo quasi cattivo. Non ci sta, si è beccato pure il giallo. Aspetta l’avversario al varco. Il sinistro a filo d’erba dell’olandese non è male, ma il nostro numero dodici si allunga sulla sua sinistra e devia in angolo. Esulta, si aggrappa al palo, si tira giù le maniche della divisa mentre una macchia azzurra lo avvolge. E’ andata. Ma è solo il primo gradino di una scala che porterà Toldo dritto all’immortalità.

(Photo by Sandra Behne/Bongarts/Getty Images)

L’Olanda attacca a testa bassa. Lo farà anche nel secondo tempo. l’Italia  regge. Non serve nemmeno un altro penalty a far crollare il muro azzurro. E’ Kluivert a fallire il bersaglio. Tanto è il timore che Toldo glielo possa parare, che decide di prendere il palo. Non si passa. Occorrerebbero le cannonate oggi per battere Francesco Toldo. “Tirate, tirate, tanto prendo tutto”. Lo urla a gran voce. Perché ci sono partite in cui un portiere s’incazza e decide che non ce n’è per nessuno. E intanto arriva il novantesimo. 0-0. Extra time. Gli arancioni ci credono ancora. Zoff ha fatto entrare Totti e Pessotto, si pensa ai rigori. Anche perché, forse qualcuno lo ha dimenticato, siamo in dieci dalla mezzora del primo tempo. E saranno i tiri dal dischetto a decidere chi andrà in finale a sfidare la Francia. Ma noi abbiamo Toldo.

Parte Di Biagio, segna. Una resurrezione personale per lui che due anni prima aveva fallito il rigore decisivo contro la Francia. Ed ecco Frank De Boer, ancora davanti al nostro numero dodici. Ha del coraggio il capitano, va detto. Toldo bofonchia qualcosa, non si sa in quale lingua. Ha le maniche della maglia tirate su, poco sotto i gomiti. Fissa negli occhi l’avversario. E lo ipnotizza, ancora una volta. Tiro di sinistro e Toldo si tuffa sulla sua sinistra. La palla rotola felice davanti a lui. E andiamo. Pessotto realizza, Stam la butta alle stelle. 2-0. La finale si avvicina, ma è presto per tirare le somme. E’ il momento di Totti. Si muove dal centrocampo, all’amico Di Biagio compagno di camera, gliel’ha detto. Gli faccio il cucchiaio. E così è. E questo è coraggio misto a follia, il tutto su un letto di limpida classe e di una tecnica straordinaria. 3-0. C’è Kluivert ora sul dischetto. Cambia angolo, stavolta e fa centro. E’ rabbiosa la sua esultanza, scalcia l’aria, ma il suo gol tiene viva l’Olanda. E’ la prima rete dopo cinque rigori che subisce il portiere azzurro. 3-1, e Paolo Maldini ha il primo match ball. Il suo è un mancino fiacco e prevedibile. Van der Sar dice di no.

A (Photo by Lutz Bongarts/Bongarts/Getty Images)

Tocca allo spaesato Bosvelt, numero 15. Toldo lo incenerisce con lo sguardo. Gli riversa addosso parole di fuoco. Te lo paro. Te lo prendo. Tira di destro l’orange e Toldo si tuffa sulla sua destra. Il rumore della palla che incoccia i guantoni è musica celestiale. E il pallone danza felicissimo adesso. L’Italia è in finale. I compagni stringono il loro portiere in un abbraccio collettivo. Arrivano tutti anche dalla panchina. E’ festa grande.

Una soddisfazione immensa e per Toldo, eroe per caso, ma non a caso, è l’apoteosi. L’Italia ha compiuto un’impresa. Ha retto alla fragorosa ondata d’urto dell’Olanda. “Li abbiamo rinchiusi nella nostra area di rigore e non li abbiamo fatti più uscire”: lo dice uno degli azzurri sotto la doccia, una battuta che fotografa benissimo una partita vinta con sacrificio e cuore. Francesco Toldo diventa l’eroe nazionale. Peccato per la finale con la Francia sfuggita in modo così beffardo e amaro, per una regola cervellotica (il golden goal) che avrà una stagione brevissima, ma che in quella poca vita, ci ha puniti amaramente. Il naso sanguinante di Toldo al termine di Italia-Francia è l’immagine di una fine dolorosa, ma che non cancella un percorso magnifico e le prodezze del nostro numero dodici. W l’Italia e W Toldo.

Graham Chadwick /Allsport

Il numero 12, per finire. Non lo indosserà più Toldo, passato all’Inter nel 2001. Sembrava tutto fatto con il Barcellona, quindi la cessione al Parma, rifiutata. Ed ecco l’Inter con tutta la sua voglia di tornare grande. Francesco sposa i colori nerazzurri. Quattro stagioni da titolare, numero uno sulle spalle. Gioie poche (una Coppa Italia e una Supercoppa italiana) e dolori abbastanza, su tutti il 5 maggio 2002. Ma anche il gol a Buffon il 19 ottobre 2002, da lui sempre rivendicato, anche se i tabellini lo danno a Vieri. Quindi l’arrivo di Julio Cesar e la storia si capovolge. Il brasiliano, con il numero 12, che diventa titolare e Toldo, che scende di grado. Ma lo fa con dignità, educazione, rispetto. Per cinque anni se ne sta in panchina, sapendo cogliere le poche occasioni che gli verranno offerta. Vincerà tutto, fino alla fantastica notte di Madrid per un triplete che porta anche il suo nome.

Leave a Reply