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Frankenstein United

By 15 Ottobre 2019

Da quando Alex Ferguson si è ritirato, il Manchester United ha speso 947 milioni di euro senza però ottenere risultati. Ma perché rifondare i Red Devils è così difficile?

“A un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno”. Con un velo di blasfemia letteraria dobbiamo applicare la lezione di Dino Buzzati al deserto imboccato dal Manchester United: non dei Tartari, ma di risultati, gioco e, soprattutto, identità. Rispondere alla domanda “perché lo United del dopo Ferguson si è perso nei vicoli della periferia del calcio” ha la stessa semplicità di risolvere un Bartezzaghi senza penna, a memoria, bendati.

Ok, è cambiato il mondo del calcio, le sue dinamiche sociali, culturali, economiche e politiche, al diavolo la retorica. Ma quando il mahatma di Glasgow ha messo il lucchetto a quel cancello, tirandosi dietro il fardello di una storia pesante 27 anni, ha involontariamente chiuso la via del ritorno alla leggenda che lui stesso ha solcato e tracciato per primo. Destino ineluttabile? Sì. Anche se la storia non si ripete mai uguale, nei polverosi scaffali della genesi di un mito all’apparenza pulito, si possono trovare le impronte digitali per decodificare il presente.

Quello del ManU non bisogno di strumenti particolari per essere riconosciuto: peggior partenza degli ultimi trent’anni, seconda soltanto proprio a quella di trent’anni fa esatti, stagione 1989-90. 9 punti a 8. Chi salverà il soldato Ole Gunnar Solskjaer? A volte ”tocca toccare il fondo per darsi la spinta giusta”, scrive Asher Kuno una delle penne più estrose e sottovalutate del rap italiano, e Sir Alec, sì senza X per gli amici di famiglia, ne sa qualcosa. 16 settembre 1989, il ‘massacro di Maine Road’, sportivo, sia chiaro. City cinque, United uno: «Mai Ferguson fu più vicino all’esonero in vita sua» raccontano le cronache del tempo.

Qualche giorno dopo, penna in mano, Fergie è in sede con la stessa faccia di uno che sta per buttare negli scatoloni le fotografie che ha sulla scrivania. Ma non gli fanno firmare il foglio di via, bensì un rinnovo triennale. Alla faccia delle prime tre stagioni con la bacheca chiusa a doppia mandata. Cambia tutto. A maggio il primo luccichio, FA Cup vinta nel replay con il Crystal Palace (gol di Lee Andrew Martin), nel 1993 il primo campionato dei Red Devils dopo 26 anni d’astinenza, nel 2013 l’ammazzacaffè di una carriera fuori dal normale allegato a un conto da 38 trofei.

(Photo by Michael Regan/Getty Images)

Ecco la prima variabile spazzata via nel corso degli anni: il tempo. Oggi la durata di un ciclo sportivo è inversamente proporzionale al giro d’affari che monta attorno al calcio come la panna montata al fianco di una Sacher. Più crescono gli investimenti, meno raggio di manovra le società si concedono per cogliere i frutti. È il business, bellezza. È il calcio vinci&fuggi, è la difficoltà, anche naturale e fisiologica, di trovare una strada nuova, quando per trent’anni non hai mai usato il gps scalando i tornanti delle vette più alte del mondo. Vi ricorda qualcosa? Dal 2009, a cavallo del cambio generazionale (e dirigenziale) da Berlusconi e Moratti alle nuove proprietà, il Milan ha perso la testa per dieci allenatori, l’Inter per tredici.

Nel dopo Ferguson, che di fatto non è stato presidente solo nell’organigramma, lo United ne ha già parcheggiati in panchina cinque in sei anni. Non benissimo. David Moyes, bagnato da un esordio con Community Shield vinto contro il Wigan, è annegato sotto il mare di pressione da primo ereditiere del regno e, per ammissione dello stesso Sir Alex, «è stato scelto solo dopo i rifiuti di altri illustri candidati» vedi Klopp, Guardiola e Ancelotti.

Ryan Giggs non ha avuto nemmeno il tempo di allacciarsi la cravatta. Louis Van Gaal, nonostante la qualificazione in Champions League al primo tentativo e una FA Cup portata a casa «con il cappio al collo dei media che lo avevano già rimpiazzato con Mourinho», è stato pugnalato alle spalle dal CEO Ed Woodward (adesso c’arriviamo) che aveva puntato tutte le fiches sullo Special One. Che speciale lo è davvero, in tante cose tranne quella di portare avanti un ciclo oltre il tramonto della terza stagione. E infatti, nonostante l’Europa League, una Coppa di Lega e un Community Shield, si è fermato prima: “All the feeling was all or nothing”, canta Florence Welsh, con lui è così, tutto subito o niente emozioni da perdere.

 

(Photo by Michael Regan/Getty Images)

E alla fine arriva Ole, uno degli scultori in campo del treble ’99 (Premier, Champions e FA Cup), suo il gol decisivo al 93’ nella finale con il Bayern Monaco. Dopo l’apprendistato al Molde con due titoli di Norvegia, rischia l’esonero a trecento giorni dall’insediamento a Old Trafford. Siamo alle comiche. In modalità e circostanze diverse, Ferguson rinnovò nel suo momento più basso, con un colpo di politica lungimirante d’altri tempi. Solskjaer, al contrario, nasce figlio dell’imprevedibilità, della scarsa progettazione e capacità di supportare le proprie decisioni da parte di Woodward. Da allenatore ad interim OGS vince 14 partite su 19, passa gli ottavi di Champions League rimontando 3-1 a Parigi lo 0-2 dell’andata, il 28 marzo mette nero su bianco fino al 2022 e da quel giorno si cappotta: porta a casa 4 partite su 16, facendo meglio solo di Southampton, Brighton e Watford, dormendo due punti sopra la zona retrocessione prima della sosta.

Se domenica 20 ottobre perde in casa con il Liverpool (a punteggio pieno dopo 8 giornate) è fuori. Qualcosa non funziona. Dove sta l’errore? La colpa è solo sua? Certo che no, anzi. Per il Daily Mail quello da accompagnare alla porta in fretta e furia sarebbe Ed “Frankenstein” Woodward, uomo di finanza ma non di campo, uno che nel 2005 aiutò la famiglia Glazer alla scalata del club e col tempo ne è diventato il deus ex machina. Senza apparenti capacità sportive. Per carità, lo United in quindici anni ha triplicato i ricavi (666 milioni di euro nel 2018, terza squadra al mondo dopo Real Madrid e Barcellona), ma la gestione del portafoglio sul mercato è da Urlo di Munch.

La scalata al miliardo è quasi completata, siamo a 947 milioni di euro spesi in acquisti nel dopo Ferguson. Il ‘dottor Frankenstein’ ha cucito il proprio mostro puntando su grandi nomi, presunte star, colpi a effetto affascinanti come una bolla di sapone. Puff. Svaniti nel nulla. Così come la trentennale filosofia della longevità, tra staff tecnico e parco giocatori. Dopo una partenza al sole, Solskjaer è da metà anno al buio, questo è il polo nord per lui: ha bisogno di tempo, non di colpe da ingoiare come l’ennesima vittima sacrificale del ciclo distruttivo di Woodward. «Adesso il board deve tenere i nervi saldi, sono loro i responsabili di una scarsa selezione di giocatori e allenatori» entra in tackle Gary Neville dall’alto delle sue 606 presenze in rosso.

(Photo by Alex Livesey/Getty Images)

Iniziare un nuovo capitolo sull’ennesima pagina bianca sarebbe una rivoluzione gattopardesca, cambiare tutto per non cambiare niente. E infatti la storia dipinge l’esatto contrario. Come trent’anni fa, come nel 1989 quando Dino Buzzati, guarda caso, pubblicò la raccolta “Le montagne di vetro”, la stessa identica metafora cui si affidò Alex Ferguson in quei giorni uscendo dal disastro di Maine Road: «like climbing a mountain of glass», valida oggi, più di ieri. Affondare le unghie nel vetro, rischiando di crepare la superficie non serve a niente. La via più scivolosa va affrontata con calma, resistenza tempo e coraggio. Per evitare che il Teatro dei sogni resti tale, di nome e di fatto.

Franco Piantanida

About Franco Piantanida

Giornalista Mediaset, team Tiki Taka. Prima Tutti Convocati (Radio 24) e Gazzetta Tv. Mangio e scrivo di notte e credo nel “momento perfetto per il risveglio, per prendere ciò che è già stato fatto e farlo meglio” (cit)

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