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Fratelli Fashanu, il buio diviso a metà

By 20 Maggio 2019

Justin è stato il primo calciatore a fare coming out. Una scelta che gli farà perdere l’affetto di John, reso celebre dagli sfottò della Gialappa’s, e che poi, dopo un’accusa di violenza sessuale, lo spingerà a un tragico suicidio

 

Maggio 1998. Non si sapeva dove fosse, Justin Fashanu era sparito a Londra da due settimane dopo essere rientrato dagli Stati Uniti. Si sussurrava che avesse chiamato il suo ex manager per un aiuto che non era arrivato, pareva che il mese prima un diciassettenne nel Maryland avesse detto di essere stato violentato dall’ex calciatore inglese durante un incontro a base di droga e di alcool, la polizia aveva rilasciato il giocare per la sua disponibilità a collaborare e per dei dubbi che erano sorti dalle dichiarazioni del minorenne.

A Londra pioveva e Justin forse era stato in una chiesa cristiana evangelica per pregare, lui ci credeva in Dio pure se la comunità condannava gli omosessuali, lui amava Dio pure se non sentiva molta consolazione, lui leggeva la Bibbia ogni sera e molti anni prima aveva parlato dal pulpito della sua fede in Dio e della Sua gloria misericordiosa. A sei anni lui e suo fratello John erano stati affidati alla Barnardo’s Home, importante orfanotrofio che si occupa di bambini abbandonati, erano figli dell’avvocato nigeriano Patrick, rientrato in Africa, e della guayanese Pearl che divorziarono presto – i due vennero affidati a Al e Betty Jackson, middle – class di Attleborough, nel Norfolk dove in quel periodo di neri o, per usare un termine allora in voga, di nigga (negri) ce n’erano pochissimi, forse solo loro.

L’Inghilterra degli anni Settanta e Ottanta era feroce, la morte di Oscar Wilde non pareva essere un peso per la nazione – i due bambini crescevano sui campi di calcio e soprattutto Justin mostrò di essere uno forte davvero, il Norwich City lo prese subito: aveva fisico, eleganza, coraggio, segnò 39 gol in 103 partite, tra cui uno, nel 1980, fu eletto dalla BBC come miglior gol dell’anno. Da fuori area, spalle alla porta, sollevò la palla di esterno destro e colpì con il sinistro a giro alla destra del portiere – superbo, come l’esultanza fiera di Fashanu, corpo dritto, testa alta.

Justin Fahanu ai tempi

Justin Fahanu ai tempi del Norwich, aprile 1981. Foto: Getty Images.

Erano i giorni in cui, da solo, cominciò a capire quello che aveva dentro e per questo tacque, anche perché lo chiamò Brian Clough del grande Nottingam Forrest: era uno degli allenatori più importanti, uno che vinceva, uno duro, reazionario, cattivo, presuntuoso, una specie di pioggia scura che ti cadeva addosso facendoti male– nel frattempo il fratello John esordì con il Norwich. Justin era stato pagato una cifra stratosferica, un milione di sterline, primo nero a raggiungere questa somma. Quando però scendeva sul campo erano ululati, insulti, banane – l’Inghilterra era un cupo lager di collera e i tifosi inglesi una mescolanza di rabbia, frustrazione e liquori.

Fashanu aveva una fidanzata però giocava male, Clough lo guardò con sospetto, gli avevano detto che il giovanotto di origine nigeriana frequentava locali gay, che la fidanzata era solo una copertura; pare che lo abbia chiamato “fottuto finocchio”, per Clough insomma Fashanu era un poof, una checca, e il giovane, arrivato per confermare la sua grandezza, era terrorizzato dall’allenatore duro come il dolore. Rimase un solo anno nella squadra che aveva vinto per due volte consecutive la Coppa dei Campioni, segnò solo tre gol, uno strazio.

Fashanu non aveva la forza, come non ce l’aveva nessuno, di dichiararsi gay, il calcio è sport per maschi, gente con il testosterone pure nelle scarpette chiodate. Clough lo riteneva molle, inutile, non adatto al calcio da picchiatori nel fango che amava l’allenatore di Middlesborough. Suo fratello John, nel Norwich, stava combinando poco, calciatore poco dotato tecnicamente e di scarso forza in attacco. Justin venne mandato via da Clough, al Southampton, dove continuò nella sua triste china; a un certo punto decise di cercare il padre in Nigeria, non lo trovò o forse si incontrarono ma fu come non averlo mai visto.

fratelli Fashanu

Justin posa seduto sul cofano della sua BMW. Foto: Getty Images.

Migrò al Notts County, costò appena 150.000 sterline, sempre portando appresso i suoi tormenti di uomo, sempre trascinando la sua infanzia come un male – ma si può sempre ricominciare, specie se si è giovani, sono gli stessi anni in cui John vegetava nel malinconico Lincoln City, segnando pochi gol sotto la pioggia inglese, come quella che in qualche strada di Londra o dietro i vetri di un albergo stava guardando Justin quel lontano maggio del 1998. Si infortunò al ginocchio in maniera grave, la fede non lo stava salvando, però al Notts giocò bene, non bastò; la sua inquietudine non si placò, erano gli anni in cui l’aids veniva considerata malattia degli omosessuali e l’angoscia di Justin aumentò tra sospetti e certezze.

La carriera di John era ancora piatta, giocava nel Millwall senza infamia e senza lode, in Italia Teo Teocoli a “Mai dire gol” trasformò il più piccolo dei Fashanu in un’icona della mediocrità, esaltava le sue incapacità realizzative, la sua improbabile tecnica, non a caso è al ventiduesimo posto come calciatore più scarso del campionato inglese. John non era mai stato una luce come Justin, seppure brevissima come quella di Raymond Radiguet o di Arthur Rimbaud – andava spegnendosi un po’ ovunque anche per l’infezione al ginocchio: Brighton, Los Angeles Heat (Stati Uniti), Edmonton Brickman (Canada), un girovagare doloroso, senza requie, spendendo tantissimo per le cure.

fratelli Fashanu

Le cose sembrarono cambiare, lo chiamò il Manchester United, last call: fallita, non andò bene, solo due gol, a novembre venne ceduto all’Ipsiwich Town. John vinse la FA Cup col Wimbledon, la squadra dove giocherà a lungo e dove segnerà più di cento gol e dove mise il veto al fratello, mai avrebbero giocato insieme perché in due sul campo lui sarebbe diventato, per il pubblico, Justin, quello bello, quello bravo, quello gay, quello che ogni tanto spariva per poi tornare. Justin sentiva che Dio lo aveva perdonato dai suoi peccati e lui aveva perdonato quelli che sugli spalti di campetti scozzesi urlavano sempre lo stesso slogan quando lo vedevano: “Say up yer arse”, meglio non tradurre.

A Justin piacevano le feste, i bei vestiti, le interviste, spesso era stato arrogante, convinto che i soldi facessero l’uomo, aveva avuto tantissimi amanti giovani e meno giovani, tra cui David Atkinson, un conservatore sposato e con figli. Intanto continuava a vagare per le squadre come in quei suoi ultimi giorni a Londra, da solo, in strada o al Chariots Roman, sauna gay del quartiere Shoreditch, come fosse una preghiera che usciva dal corpo – Leyton Orient, Southall, dilettanti, dove sarà allenatore – giocatore; poi Toronto Blizzard, infine i semiprofessionisti Leatherhead.

John riuscì a giocare anche due volte nella nazionale maggiore, non se lo ricorderà nessuno. Infine giunse il 22 ottobre del 1990, quando i Radiohead ancora si chiamavano On a Friday e i Depeche Mode cantavano “Enjoy the silence”: sul “The sun” ci fu la dichiarazione di Justin Fashanu: I’m gay. “Volevo fare qualcosa di positivo – aveva trovato la forza di farlo dopo il suicidio di un giovane omosessuale, cacciato da casa come già avevano raccontato gli scozzesi Bronski Beat in “Smalltown Boy” – per impedire che tali morti accadessero ancora, così ho deciso di dare l’esempio”.

fratelli Fashanu

I compagni di squadra del Wimbledon festeggiano il trentesimo compleanno di John Fashanu. Foto: Getty Images.

John, il fratello scarso, lo rinnegò, lo considerò un outcast, un reietto, la comunità nera lo allontanò. Newcastle United, Torquay United in seconda divisione che alla fine dell’anno retrocederà. Justin non parlerà più con John, che lo aveva accusato in varie interviste di non dover parlare della sua omosessualità, era solo una vergogna per la famiglia. Scozia, Svezia, ancora Scozia, in squadrette di poco conto, venne cacciato dagli Heart of Midlothian per aver cercato di vendere al “The Indipendent” rivelazioni quasi tutte false sulla omosessualità di alcuni politici: era ossessionato dai soldi, dal lusso, dagli alberghi costosi, dai locali alla moda, dagli uomini, dall’Opera – sapeva che il fratello John aveva affermato di non volere il nome Fashanu accostato a gay, perché avrebbero potuto pensare a lui.

Nuova Zelanda, infine Stati Uniti, Maryland, dove il rapporto anale e sessuale era considerato reato, per allenare dei ragazzini, poi il risveglio in quel letto con quel ragazzo. 3 maggio 1998, qualcuno lo trovò impiccato in un garage abbandonato appeso a un cavo elettrico, in un foglio dichiarò la sua innocenza: il giovane era consenziente (la polizia, comunque, archiviò il caso per mancanza di prove). “Spero che il Gesù che amo mi accolga: troverò la pace, infine”, sono le sue ultime parole – una preghiera, una speranza, una bestemmia. John, anni dopo, diventato presentatore televisivo, si pentì di aver rifiutato il fratello, morto a nemmeno trentotto anni da “uomo qualunque”, come aveva previsto la sua matrigna Betty Jackson molto tempo prima.

fratelli Fashanu

L’Aston Villa di John Fashanu affronta l’Inter nella Coppa Uefa 1994. Foto: Getty.

 

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